Ho avuto la fortuna di conoscere e incontrare Paolo Sylos Labini solo qualche mese fa, dopo averlo letto e stimato tanto sulla carta. E in questo senso la cosa migliore per onorarne la memoria credo sia ristamparne ed evidenziarne i preziosi scritti. Ma chi non lo ha frequentato personalmente forse oggi fa fatica a capire e ad immedesimarsi se legge o sente dire di lui che lascia “un buco, un cratere, una voragine”.
Come è possibile, un uomo che se ne va in tarda età, dopo una vita intensa, come il professor Sylos Labini, e fa questo effetto davvero “prematuro”? Ebbene sì. Perché al di là delle opere era davvero un uomo coraggioso, di intelletto e di temperamento animati dall’etica, e lo è stato fino all’ultimo.
Come quando parlava e scriveva delle truffe ideali, ideologiche, economiche, politiche, culturali di ieri, della sua gioventù in guerra, come di oggi, con il berlusconismo circostante.
Come quando chiosava le cose piccole e grandi della vita con un sarcasmo e una emozione meravigliosi.
Si era ripreso dopo un tracollo quest’estate, riuscendo a scherzare sulla sua salute di nuovo con quel coraggio e quella autenticità di assoluto spessore, metro di misura della voragine che lascia in un contesto di nani. Di certi famosi suoi coetanei, a proposito della morte, aveva detto: “Quelli non muoiono mai, sono erba cattiva. Che almeno servano come occasione di indignazione in un Paese di pecoroni”. Un uomo raro, un uomo giovane, un uomo vicino. Un esempio vitale difficile da seguire.
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