Caro Francesco,

mi sembra una ottima idea quella di festeggiare il centenario della nascita di Paolo Sylos Labini. Ho pubblicato su Moneta e Credito e su PSL Quarterly Review due contributi a cui tengo molto. Ma francamente, più che un articolo mio, penso sia molto più opportuno ricordare tuo padre con un testo che il mio articolo su Moneta e credito introduce: «Il capitale monopolistico di Baran e Sweezy e la teoria marxiana del valore», di Claudio Napoleoni, che ti allego; la sbobinatura di una registrazione audio di una lezione che ritrovammo, con Gian Luigi Vaccarino, tra le sue carte inedite, e che è custodita al Fondo Napoleoni. 

Non perché pensi che tuo padre potesse essere d’accordo, o potesse anche solo essere interessato alle tesi lì contenute, che pure sono per vari versi sorprendenti: penso in verità il contrario. Semmai perché credo, come ho scritto altrove, che entrambi facessero parte di una peculiare “tradizione italiana” che tra gli anni Cinquanta e i primi Ottanta del secolo scorso propose uno “stile” nel fare economia politica (e non, si badi, “economica”) che è andato pressoché totalmente disperso – tant’è che alle giovani generazione non fa problema identificarsi in una qualche economics, e figuriamoci se hanno davvero idea della distinzione tra political economy e critique of political economy. Era l’idea che non si potesse separare (nella didattica, nella ricerca, persino nella selezione, e dunque nella valutazione per divenire docente) analisi economica e storia dell’analisi; né parimenti si potessero disgiungere teoria e politica economica. Non certo, a me pare, in nome del realismo ma di una astrazione correttamente intesa.


Tra i nomi più eccelsi dei proponenti di quello stile vi sono, oltre a tuo padre e Napoleoni, anche Graziani, De Cecco, Caffé, Pasinetti, Becattini, Lombardini, Garegnani, ma poi anche Vianello e Ginzburg ed altri ancora. In molti di loro era chiaro che all’interno dei paradigmi (termine discutibile e ambiguo, ma che qui mi concedo) – in conflitto sincronico (e non diacronico) ancor oggi – c’era del lavoro da fare, persino se non soprattutto sulle fondamenta e sulle categorie chiave: moneta, valore e prezzo, concorrenza, riproduzione e sviluppo. Come in molti era anche del tutto palese che non era possibile semplicemente richiamarsi ad una scuola, e lì barricarsi. Ci insegnavano che la formazione da subito (cioè dal primo anno degli studi universitari), doveva introdurre ad una conoscenza approfondita e storicamente situata del passato, in una lettura che Sraffa ha definito “a ritroso”, che dunque muove dalle domande pressanti dell’oggi ad interrogare la ricchezza delle idee che abbiamo ereditato, come era in Marx, Schumpeter, Keynes. Non è tanto questione di difendere la presenza di un corso di storia del pensiero economico (che certo male non fa, ma che è inutile se accessibile a pochi e se è collocato troppo avanti nel corso degli studi). Era semmai la necessità che nell’insegnamento di ogni disciplina economica si dovesse dar conto della “pluralità” di approcci teorici in lotta più che competizione: qualcosa che va molto al di là della richiesta, che a me pare povera ed ininfluente, di pluralismo.

Non tanto paradossalmente, in un universo intellettuale che dovrebbe farsi sempre più globale (altro termine troppo facile, ma che ancora una volta qui mi concedo), la vera innovazione che oggi si dovrebbe mettere in campo – e cioè, non fa male ripeterlo, nella didattica, nella ricerca, nella selezione e nella valutazione – è proprio il rilancio di quella tradizione, e di quella tradizione peculiarmente italiana, di cui mi sento figlio ed a cui sono grato. Non a caso, fu quella tradizione che aprì ai giovani che iniziarono gli studi in quei decenni una più larga apertura internazionale, e che rinnovò la teoria economica come scienza sociale e come teoria critica.

p.s.: se ritieni sia il caso di aggiungere qualche riga mia alla ripubblicazione della lezione di Napoleoni, ti pregherei di considerare queste mie righe che precedono.

Riccardo Bellofiore

Napoleoni-su-Baran-e-Sweezy-e-la-teoria-marxiana-del-valore-Bellofiore

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