Un articolo di Massimo Costa con una nota di Marco Cattaneo

Molte volte è capitato che ci fosse confusione sulla natura economica e giuridica dei Certificati di Credito Fiscale. In questo articolo si cercherà  di fare chiarezza per sgombrare il campo dai dubbi e dagli equivoci.

Per prima cosa bisogna vedere di quale diritto parliamo. Se parliamo non dei Trattati, e cioè del diritto vigente, ma di quello psicologico di sudditanza vivente in molti commentatori italiani, del tipo:

art. 1 – Si può fare tutto ciò che non dispiace a Schaeuble

art. 2 – Se si fa qualcosa che non sia austerity e che non porti dolore, molto dolore, allora è “finanza creativa”, cioè “si fa peccato” (mortale) e non c’è remissione di peccati….

Bene, se parliamo di questo diritto, mi arrendo, non si può fare e non ne parliamo più. Non si possono fare i CCF, ma non si può fare null’altro che tagli e tasse fino al collasso totale dell’economia (ma neanche Renzi fa così, posticipando di anno in anno l’entrata in vigore dell’inapplicabile Fiscal Compact, inapplicabile se non nella mente di Schaeuble e di molti commentatori italiani attardati sulla “austerità  espansiva”).

Potrei uscirmene dicendo di andare a vedere il nostro libro sulla Moneta Fiscale, verso pag. 180, ma capisco che leggere un libro è cosa faticosa, non accessibile ai più.

Posso provare a semplificare così. Parliamo ora di norme europee vigenti e null’altro. Il concetto di “attività “ comprende al suo interno quello di “credito” o “attività  finanziaria” che è un concetto più ristretto. Tale restrizione non è solo propria della normativa europea, ma viene dalla Ragioneria come dottrina scientifica. Se ho un magazzino è un’attività, ma non è un credito, è un’altra cosa. Mentre al contrario il credito è sempre un’attività, perché ne è un sottoinsieme.

Specularmente le “passività “ non sono sempre “passività  finanziarie” cioè “debiti”. Anche qui c’è un rapporto genere-specie. Un risconto passivo o un fondo rischi sono certamente passività, ma non sono debiti.

La distinzione tra una generica passività, cui corrisponde un altrettanto generica obbligazione, e una specifica passività  finanziaria, è contenuta nel Regolamento n. 549/2013 che rende operativo il Sistema Eurostat SEC 2010. Per espressa menzione del suddetto Sistema le uniche passività  che rilevano immediatamente ai fini dei Trattati europei sono esclusivamente le “passività  finanziarie” che, come flusso, non devono superare il famoso 3 % del PIL (0 % con il Fiscal Compact), mentre come fondo non devono superare il mitico 60 % del PIL. Sulle altre passività  i Trattati tacciono. Le passività  finanziarie sono definite come quelle in cui il debitore è “obbligato a corrispondere uno o più pagamenti a un creditore”.

Lo strumento finanziario CCF non comporta alcun pagamento in moneta legale al suo titolare da parte dello Stato che lo emette. Quindi esso non è una passività  finanziaria, non è un debito. Esso è bensì una generica passività, perché comporta l’obbligo di offrirlo in compensazione dei propri crediti tributari. Ma questo non lo fa rientrare nel significato molto ben preciso di passività  finanziaria e quindi negli obblighi di finanza europea. Alla sua emissione almeno.

Alla sua emissione, in partita doppia (P.D.), infatti la scrittura è la seguente: CCF da allocare (attività  patrimoniale in dare) a CCF emessi (passività  patrimoniale in avere). La zona numeraria del patrimonio (cassa, crediti e debiti numerari), l’unica che rileva ai fini dei trattati, non è toccata. Su questo punto il discorso è chiuso.

Tuttavia il CCF ha degli effetti in futuro che vanno stimati per vedere se compromette la futura stabilità  finanziaria del paese. In tal senso esso non è affatto uno strumento “creativo”, se con tal termine intendiamo un mero artificio contabile formale che nasconde un fatto sostanziale, perché noi facciamo invece i conti molto concretamente con questi effetti finanziari di medio o di lungo termine. Però che questi effetti siano di maggior deficit da finanziare è un fatto macroeconomico tutto da dimostrare con opportune previsioni econometriche.

Il conto esatto è il seguente: Minori entrate future per “riscossione” dei CCF da parte dei titolari  – Maggiori entrate future per aumento del reddito nazionale corrispondente all’effetto macroeconomico di aumento di domanda derivante dall’emissione di CCF.

Questo Delta, da stimare, tutt’altro che negativo per definizione, definisce il fabbisogno a medio termine (o addirittura l’eccedenza se le cose vanno bene), ma non finisce qui. Da questo fabbisogno (eventuale) vanno detratti i CCF di nuova emissione assorbibili dal sistema senza problemi di alcun tipo per il sistema economico. Il risultato potrebbe essere addirittura che abbiamo un’eccedenza, anzi mi pare il più probabile.

Quindi è importante chiarire di che contabilità  stiamo parlando: economico-patrimoniale o finanziaria. Sono due contabilità  completamente diverse. Solo la seconda rileva ai fini dei Trattati. E la seconda non è mai toccata dal CCF, perché questo non comporta mai transazioni in moneta legale, l’unica che interessi la contabilità  economico-finanziaria.

Quando si parla di “spesa” in relazione alla mancata entrata del tributo si fa riferimento ad una terminologia fuori dai canoni elementari dell’economia aziendale. Contabilmente sono affermazioni prive di significato: spesa in contabilità  finanziaria è fuoriuscita di denaro, punto e basta, non compensazione di crediti o altro.

Diverso il caso della contabilità  economico-patrimoniale. Qui possiamo seguire in P.D. le scritture (ma non hanno alcun rilievo per i Trattati, pensate un po’).

Emissione: CCF da allocare a CCF emessi (già  esaminato)

Collocamento: “Costo” a CCF da allocare

E’ un costo in natura, realizzato senza bisogno di moneta, come quando si dà  in comodato un immobile o cose del genere. Si dà  un titolo non monetario e si realizza una finalità  pubblica, di qualsiasi tipo (ciò attiene alla politica).

Incasso: CCF riscossi a Crediti tributari

Si perde un’attività  patrimoniale (ma non esce cassa) e in cambio si ottiene un titolo che resta in portafoglio. Si ha cioè una permutazione patrimoniale.

Annullamento: CCF emessi a CCF riscossi

Altra permutazione patrimoniale con la quale si distruggono i CCF precedentemente emessi.

Per concludere, le scritture di cui sopra sono le stesse delle banconote, ma questa funzione quasi monetaria è un fatto fiduciario, non legale. E l’UE, nei suoi Trattati, si occupa solo delle monete legali, non di monete fiduciarie, che, almeno per ora, sono del tutto libere. E’ forse questo che fa paura. Che qualcuno superi l’intermediazione euro e usi un altro strumento, per quanto questo non sia (ancora) vietato, per regolare le obbligazioni interne a un sistema.

I superammortamenti di Renzi aiutano a capire perché i CCF non sono debito

di Marco Cattaneo

Ieri il governo Renzi ha presentato la proposta di legge di stabilità  2016, che tra i suoi provvedimenti prevede un meccanismo di “superammortamento” per incentivare gli investimenti delle aziende.

In pratica, si prevede di dare la possibilità, alle aziende che investono in beni produttivi, di ammortizzare con validità  fiscale un importo pari al prezzo di acquisto maggiorato del 40%.

Ad esempio, un macchinario acquistato per un milione di euro e ammortizzabile in sette anni, beneficerebbe di una rata deducibile pari a un settimo (all’anno) di 1.400.000: quindi 200.000 euro all’anno.

Se l’aliquota marginale d’imposta è il 35%, questo corrisponde a minori imposte per 200.000 x 35% = 70.000 euro all’anno, invece di 50.000 con la legislazione attuale.

Naturalmente, il risparmio d’imposta consentito dagli ammortamenti futuri non è debito pubblico, e nessuno si sognerebbe di dire il contrario. Semplicemente, è un elemento di cui tener conto nel prevedere le future entrate fiscali.

Bene: immaginiamo che, per rafforzare l’efficacia del provvedimento, il risparmio d’imposta sia collegato a un titolo, sia cedibile, e sia utilizzabile per ridurre qualsiasi forma di pagamento dovuta alla pubblica amministrazione (non solo imposte dirette, ma anche contributi sociali, IVA ecc.).

In pratica l’azienda che effettua l’investimento riceve sette Certificati di Credito Fiscale, con scadenza a 1-2-3-4-5-6-7 anni, per un valore di utilizzo di 70.000 euro cadauno.

Il provvedimento diventerebbe nettamente più efficace, per due motivi.

In primo luogo, le aziende potrebbero monetizzare in anticipo il vantaggio fiscale, cedendolo sul mercato finanziario prima della data di utilizzabilità.

In secondo luogo, i CCF avrebbero sempre un valore, mentre l’ammortamento è utilizzabile solo dalle aziende che realizzano utili sufficienti. Chi non è certo di ottenerli (data la debolezza e l’incertezza della situazione economica) è riluttante a investire – superammortamento o no.

Per concludere, se il risparmio d’imposta futuro, prodotto dall’ammortamento, non è debito pubblico (e nessuno si sognerebbe di considerarlo tale), non c’è nessuna logica perché lo diventi per il fatto di “incorporarlo” in un titolo e di renderlo cedibile.

 

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