controcorrente1di Emilio Carnevali Pagina 99

Eterodossie

Con la crisi economica scoppiata nel 2008 gli economisti sono finiti sul banco degli imputati. Da un punto di vista teorico, però, le fondamenta dell’approccio mainstream non sono state messe in discussione. Perché? Parla Alessandro Roncaglia

 

Agli albori della società di massa, più o meno negli stessi anni in cui il suo amico Alexis de Tocqueville lanciava l’allarme contro i pericoli di una «dittatura della maggioranza», John Stuart Mill dedicava alla “libertà” uno dei saggi più potenti e attuali che la tradizione del pensiero filosofico moderno ci abbia consegnato. «Nella nostra epoca, il semplice esempio di anticonformismo, il mero rifiuto di piegarsi alla consuetudine, è di per se stesso un servigio all’umanità. Proprio perché la tirannia dell’opinione è tale da rendere riprovevole l’eccentricità, per infrangere l’oppressione è auspicabile che gli uomini siano eccentrici».

 

Ai nostri giorni fa talvolta capolino l’idea che possano permettersi un atteggiamento di “positiva eccentricità”, alla maniera di Mill, solo simboli incarnati dell’autorità e del conservatorismo: poche domande sono state così citate, rilanciate, dibattute come quella sollevata dalla regina Elisabetta in occasione dell’inaugurazione del New Academic Building alla London School of Economics (13 novembre 2008): «Com’è possibile che nessuno si sia accorto che stava arrivandoci addosso questa crisi spaventosa?». D’altra parte è probabile che solo una regina avrebbe potuto porre con una tale brutalità un interrogativo tanto naïf.

 

A sei anni da quell’episodio possiamo divertirci ad immaginare una nuova visita alla LSE da parte di un ospite dotato della medesima audacia e sfrontatezza di Elisabetta d’Inghilterra: «Come è possibile che, dopo aver visto passare sotto i vostri occhi la più grave crisi economica degli ultimi 80 anni, usate ancora gli stessi modelli?», domanderebbe costui.
Più che una “scienza triste”, come la definì Thomas Carlyle, l’economia può infatti essere considerata una “scienza cinica”: è dalle più grandi crisi, dai più gravi e terribili rivolgimenti sociali che si sono spesso prodotte le più floride ed innovative ricerche. Basti pensare alla “Teoria Generale” di Keynes, nata in quella fucina di disperazione e disoccupazione di massa che fu la Grande Recessione seguita al crollo di Wall Street del 1929.

 

Niente di lontanamente paragonabile al salto di paradigma delineato dal grande economista di Cambridge sembra essersi verificato ora.

Certamente, non è vero che proprio nulla sia cambiato nell’ultimo lasso di tempo. Le stesse politiche economiche adottate in Europa nel corso della crisi – le cosiddette misure di “austerità” – sono state sottoposte a critiche severe sia da parte del mondo accademico che da importanti istituzioni internazionali: “Errori Previsionali di Crescita e Moltiplicatori Fiscali”, ad esempio, è il titolo di uno studio pubblicato dal capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, nel gennaio del 2013. Così come non è vero che il dibattito sulle politiche economiche non sia caratterizzato da un appassionato confronto fra punti di vista talvolta anche molto distanti fra loro.

Eppure non si può certo dire che a livello di “teoria economica” in senso stretto ci sia stato quel revival di scuole eterodosse e alternative che in molti avevano preconizzato all’indomani del grande crack. Almeno se identifichiamo l’eterodossia con ciò che si muove al di fuori dell’impianto neoclassico-marginalista, ovvero della concezione mainstream che ha riassorbito la stessa dottrina keynesiana riducendola a “caso particolare” del proprio modello.

 

Sarebbe forse opportuno, allora, tentare di rispondere alla domanda del nostro ipotetico e irriverente interlocutore: «Perché non sono cambiati i modelli?».
Secondo Alessandro Roncaglia, professore di economia politica alla facoltà di Statistica dell’Università di Roma “La Sapienza”, un primo strumento di conformismo va individuato nei meccanismi di selezione e promozione degli economisti accademici: «C’è tanta gente che sa benissimo che le teorie ispirate al mainstream sono dubbie, che determinati modelli hanno fondamenta assai fragili. Però sa anche che se scrive un articolo impostato in quel modo riesce a pubblicarlo su una rivista, diciamo così, di “serie A”. Un lavoro di tipo diverso, invece, non riesce a pubblicarlo». E anche se ci riuscisse ben difficilmente verrebbe preso in considerazione dall’economia “che conta”.

 

La necessità di pubblicare un alto numero di articoli, e di pubblicarli su riviste scientifiche con un certo ranking, è stata imposta, spiega Roncaglia, dall’utilizzo della bibliometria nei concorsi. Ma se è vero che l’uso di metodi quantitativi nella valutazione della ricerca «tende a favorire una certa omologazione nella produzione scientifica», è bene precisare come non siano solo le scuole eterodosse a farne le spese. Ad essere sacrificata, ad esempio, è anche «la teoria dell’equilibrio economico generale, che è certamente una teoria mainstream, ma che mette in discussione una serie di teorie “semplificatrici” della macroeconomia corrente».

 

È dunque possibile individuare una sorta di collegamento fra quegli approcci che formulano una critica, per così dire, “dall’alto” della teoria dominate – il «marginalismo volgare», nella definizione del professore della Sapienza – e quelli che si esercitano in una decostruzione “da fuori”: «Se ci troviamo in due, un keynesiano e un “general equilibrium theorist”, siamo entrambi d’accordo nel dire che la relazione inversa fra salario reale e occupazione non regge o cose di questo tipo. Le critiche classiche della tradizione straffian-keynesiana all’analisi marginalista volgare sono condivise».

 

Il punto è entrambi gli approcci non trovano cittadinanza in un universo scientifico dominato da modelli ipersemplificati fondati su assiomi molto restrittivi. Assiomi che permettono una formalizzazione matematica estremamente elaborata, ma che contemporaneamente rendono particolarmente fragili le costruzioni edificate sopra di essi. «Diversamente da ciò che postulano questi modelli noi viviamo in un mondo nel quale esistono più beni – e questa è la critica che ha mosso Sraffa all’economia marginalista – e dove esiste un alto grado di incertezza – e qui penso alle riflessioni svolte da Keynes. Prescindendo da questo tipo di “avvertimenti” rischiamo di trovarci in mano modellini estremamente efficienti che tuttavia descrivono la luna, non la terra».
Le cose non vanno diversamente se dal campo della ricerca spostiamo lo sguardo verso la didattica. «Quando io provo a suggerire l’adozione di programmi un po’ “alternativi” la maggior parte di miei colleghi mi dice: “Questa non è l’economia che viene insegnata da tutte le altre parti, non è quella che viene chiesta ai concorsi. In questo modo rischiamo di danneggiare i nostri ragazzi, soprattutto quelli più bravi, quelli che possono avere anche opportunità di fare carriera all’estero”». Ma uno studio dell’economia ispirato ad un maggiore pluralismo – come quello richiesta da un recente appello internazionale di associazioni studentesche - non sarebbe utile anche a comprendere meglio la teoria mainstream? «Assolutamente sì», risponde Roncaglia. «La storia del pensiero economico, ad esempio, è stata praticamente rimossa dai curricola dei corsi universitari di economia, ma è fondamentale per avere un quadro di come i concetti base dell’economia si siano evoluti, qual’è la “concezione del mondo” che c’è dietro i diversi approcci».
Il quadro che ne emerge non è rassicurante: «Rischiamo di crescere degli idiot savant, delle persone che si sentono intellettualmente ferratissime e invece sono maledettamente deboli», conclude Roncaglia. Ed è in fondo le stesso rischio che denunciava John Stuart Mill un secolo e mezzo fa: «Nei periodi in cui la forza di carattere era frequente, lo era sempre anche l’eccentricità; e la sua presenza in una società è generalmente stata proporzionale a quella del genio, del vigore intellettuale e del coraggio morale. Il fatto che oggi così pochi osano essere eccentrici indica quanto siamo in pericolo».