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[Estratto dal libro di Paolo Sylos Labini Lezioni di Economia Politica Vol. I curato da Paolo Palazzi e ora  disponibile su  su Amazon]

Il fine ultimo di qualsiasi scienza è quello di spiegare i fatti di un certo ordine. Una delle differenze fondamentali fra scienze sociali e scienze naturali è che i fatti che le prime mirano a spiegare sono storici, ossia mutano non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente e in modo irreversibile nel tempo storico. In altri termini, mentre nelle scienze naturali la realtà  è generalmente immutabile, in campo economico la realtà  varia col passare del tempo. L’atomo al tempo di Aristotele era il medesimo di quello odierno, o almeno è lecito presumerlo; non altrettanto può dirsi invece della struttura economico-sociale. Ne consegue che nel campo delle scienze sociali il progresso scientifico è, per sua natura, duplice: consiste nell’affinare gli strumenti analitici esistenti e nel proporre ipotesi o strumenti analitici nuovi per comprendere determinati fatti: ed in ciò il progresso è simile a quello che ha luogo nelle scienze naturali; ma esso consiste anche nell’affrontare con nuovi schemi teorici la spiegazione di nuovi fatti, nuovi in senso storico.

L’analisi teorica, in qualsiasi disciplina, procede nel modo seguente. Si parte dall’osservazione immediata di alcuni fenomeni concreti (di alcuni aspetti della «realtà »); quindi si formulano delle ipotesi, che racchiudono in forma schematica e «sublimata» quelli che si ritengono gli elementi essenziali di quei fenomeni concreti; sulla base delle ipotesi si elabora uno schema o modello teorico, usando i procedimenti della logica comune o quelli della logica matematica, o entrambi; con questo schema si ritorna ad osservare la realtà. Se le ipotesi sono state opportunamente estratte, o astratte, dalla realtà  e se lo schema è logicamente coerente nel suo interno, la realtà  può essere compresa meglio, incomparabilmente meglio, di quanto si potesse fare con l’osservazione immediata. Questo modo di procedere è seguito in tutte le discipline; ma mentre per le discipline naturali (almeno per quelle fisiche) la «realtà » può essere considerata come praticamente immutabile, per le discipline sociali è necessario sempre tener presente che la realtà  non è immutabile ma è, appunto, storica.

Questo carattere storico dell’oggetto osservato costituisce la prima caratteristica specifica delle discipline sociali, e in particolare dell’economia, rispetto alle discipline naturali. Ma questa non è l’unica differenza specifica delle discipline sociali: ve ne sono almeno altre quattro, tutte strettamente collegate con la prima.

L’impossibilità  di compiere «esperimenti», ossia di compiere analisi di determinati fenomeni o di determinati processi controllando e quindi all’occorrenza modificando le condizioni in cui questi si svolgono. La «verifica» statistica costituisce solo un surrogato degli «esperimenti», un surrogato utile, ma non equivalente a un vero e proprio esperimento per l’impossibilità  di prove alternative condotte controllando le condizioni in cui i fenomeni hanno luogo.

Mentre nelle discipline naturali il soggetto osservante è esterno rispetto all’oggetto, nelle discipline sociali il soggetto osservante fa parte dell’oggetto osservato della società. Il microbiologo studia i microbi, ma egli non è un microbo; l’economista studia la vita economica delle società, ed egli stesso è un membro di una di queste società.

 

Nei grandi aggregati umani pare che valga, entro certi limiti, la «legge dei grandi numeri»: si possono quindi osservare certe regolarità, sia pure storicamente condizionate. Tuttavia, l’azione dei singoli, pur essendo vincolata dalle condizioni della società  in cui vivono, non è «puntualmente» determinata; il comportamento delle classi e dei gruppi sociali o addirittura di un’intera società, pur essendo meno «indeterminato» di quello dei singoli individui che li compongono, è pur sempre indeterminato e non determinabile a priori: esiste, cioè, una genuina «zona discrezionale», o zona di libertà, più o meno ampia, secondo i periodi e secondo i soggetti e i problemi considerati, ma mai nulla. Più particolarmente, la zona di libertà  assume uno speciale rilievo quando si considerano certi importanti centri di decisione, come il governo e i sindacati: con riferimento a questi centri di decisione non vale neppure limitatamente la legge dei grandi numeri. E sebbene le decisioni prese da questi centri non siano prese nel vuoto, ma siano condizionate da numerosi elementi obiettivi, la zona discrezionale è qui particolarmente ampia; perciò, le decisioni non sono prevedibili. L’economista dovrà  analizzare gli elementi obiettivi che condizionano quelle decisioni e studiarne le conseguenze, riconoscendo l’impossibilità  di prevedere le decisioni stesse.

L’ultima differenza è strettamente collegata con la terza: gli uomini, a differenza dei microbi del biologo o delle particelle studiate dal fisico, agiscono in base ad aspettative, a preferenze, a confronti interpersonali, in una parola, ad elementi comunemente definiti psicologici. L’economista deve tener conto di questi elementi, ma, se vuole evitare di rubare il mestiere allo psicologo, deve guardarsi dall’assumerli come elementi centrali della sua analisi; suo compito è di studiare i fattori obiettivi che condizionano le scelte e le conseguenze obiettive delle azioni; e quando tiene conto delle aspettative, delle preferenze e di condotte alternative l’economista non deve assumerle come date, ma deve cercare di spiegarle, senza mai perdere di vista il carattere storico dell’economia, che è appunto la principale differenza specifica delle discipline che riguardano la società. E le società  non sono composte da «individui» fra loro omogenei: sono composte da aggregati e sottoaggregati (classi e gruppi sociali), i cui ruoli nelle diverse società  storicamente determinate sono diversi, cosicché diversi saranno i comportamenti degli individui che ne fanno parte. La «natura umana», come dato immutabile, separato dalla storia, non esiste.

Le caratteristiche specifiche delle discipline sociali spiegano anche le particolari difficoltà  che ne rendono lo sviluppo più lento di quello delle discipline naturali: la storicità  dell’oggetto implica la necessità, per l’osservatore, di aggiustare man mano il tiro; l’impossibilità  di compiere esperimenti lascia, nei risultati degli studi sociali, una fascia d’incertezza e di opinabilità  molto più ampia di quella che pur sussiste nei risultati degli studi che riguardano la natura; il fatto che il soggetto osservante fa parte dell’oggetto osservato in un modo o nell’altro implica necessariamente, anche se spesso inconsapevolmente, valutazioni personali e «giudizi di valore» di natura ideologica, che entrano, se non altro, nella scelta stessa dei problemi studiati e che possono influire, distorcendoli, sui risultati dell’analisi.

Quanto alla «zona discrezionale» nelle decisioni dei soggetti economici e alle conseguenze che essa comporta, si può dire che solo in un tempo relativamente recente gli economisti e gli statistici che si occupano di problemi economici hanno acquistato piena consapevolezza dell’importanza di questo fenomeno, peculiare agli aggregati umani; e stanno apprestando interessanti strumenti concettuali per trattare analiticamente le sue conseguenze; ma, come ben si comprende, l’esistenza di questa zona discrezionale dà  luogo a difficoltà  nell’analisi economica e ad una fascia d’incertezza nei suoi risultati molto maggiori di quanto accada nelle discipline naturali.

Paolo Sylos Labini
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