di Daniela Palma

La crisi che sta attraversando l’Europa pone sempre più il problema della tenuta sociale all’interno dei diversi paesi, e sollecita in tal senso interrogativi non solo per quanto riguarda l’effettiva uscita delle economie dalla depressione, ma anche per quel che concerne il permanere delle garanzie democratiche. La stessa crisi – come ha fatto rilevare più volte anche l’economista Paul Krugman – si sta tramutando infatti una occasione per smantellare progressivamente i sistemi di Welfare pubblico, che hanno costituito il nerbo dello sviluppo europeo dal dopoguerra ad oggi. Allo stesso tempo la caduta del reddito e della domanda pone un problema emergenziale, richiedendo adeguati interventi di sostegno. Ma il modo in cui le politiche di sostegno al reddito vengono concepite e portate avanti, risulta essere assolutamente rilevante nel determinare in base a quale modello di sviluppo si uscirà  dalla crisi.

Il dibattito attualmente in corso in Italia sull’istituzione di un reddito minimo garantito, offre ottimi spunti per riflettere sulle insidie che la crisi in corso sta tendendo alla tutela dei diritti essenziali dei cittadini, complice il naturale consenso proveniente da quella parte di popolazione che è più danneggiata. E’ necessario, in particolare, comprendere quale dovrebbe essere la collocazione del reddito garantito rispetto all’intero sistema di Welfare e alle caratteristiche del mercato del lavoro.  Un Welfare che vada a compensare i bassi salari e la precarietà  è ciò che hanno sempre proposto i liberisti e, non a caso, tra i primi a proporre il “reddito minimo garantito” vi fu Milton Friedman: secondo l’economista americano lo Stato avrebbe dovuto stabilire un reddito minimo, ad esempio 1000 dollari al mese: chiunque percepisse un reddito da lavoro inferiore a tale cifra avrebbe ricevuto un’integrazione fino a quella soglia. L’espressione usata da Friedman era “tassa negativa sul reddito” (in inglese NIT: negative income tax): invece di pagare le tasse allo Stato, è lo Stato che paga il contribuente, al fine di mantenere in piedi il sistema basato sui consumi. Secondo Friedman la NIT, inserita all’interno di uno schema di tassazione non più progressivo – come nella tradizione sia americana che europea – ma “piatto”, cioè con un’unica aliquota uguale per tutti, avrebbe dovuto sostituire le previsioni del Welfare tradizionale ed essere accompagnata dall’eliminazione dei minimi salariali.

E d’altra parte, non è necessario fare un grande sforzo di fantasia per accorgersi che le tendenze europee marciano già  in questa direzione. E’ ormai noto, infatti che in Germania, con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schrà¶der, il mercato del lavoro è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica. Il 20 dicembre scorso Eurostat ha inoltre comunicato che con il 22,2% la Germania ha la più alta quota di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale. Ma ciò che va sottolineato di tale contesto, è che i redditi derivanti dai bassi salari possono sommarsi al “reddito minimo garantito” istituito in Germania. In assenza di un regime di “salario minimo garantito” (troppo spesso erroneamente confuso con il “reddito minimo”), l’istituto del “reddito minimo” in Germania ha in pratica funzionato da “cavallo di Troia” per la precarizzazione del mercato del lavoro dove stanno imperversando i cosiddetti mini-jobs, ossia i lavori sottopagati. Il Welfare è diventato così un surrogato per sostenere una massa crescente di “lavoratori poveri”, e c’è chi non ha esitato a definirlo (molto appropriatamente) “elemosina di sudditanza“.

Ma lo stato sociale (un’invenzione, peraltro, dei liberali inglesi attuata dalla sinistra socialdemocratica europea) non è affatto nato per accompagnare la flessibilità  e la moderazione salariale, ma ha convissuto con alti salari, mercato del lavoro tendenzialmente rigido, obiettivi di piena occupazione e proprio dagli alti salari e dalla piena occupazione ha tratto prioritariamente le proprie risorse. La questione appare particolarmente sensibile nel caso italiano, dove il “reddito minimo garantito” non esiste, e bassi salari e precarietà  del lavoro sono diventati un logoro (quanto inutile) strumento di competitività, in assenza di politiche industriali volte a favorire la crescita di settori tecnologicamente avanzati sui quali è ormai improntata la nuova divisione internazionale del lavoro.

Assumere riduttivamente il “reddito minimo garantito” significherebbe disattendere innanzitutto il “diritto ad una esistenza libera e dignitosa” di cui la nostra Costituzione si fa garante. Ed in effetti non è un caso se recentemente Stefano Rodotà  nel suo ultimo libro “Il diritto di avere diritti”, richiama la centralità  dell’articolo 3 della Costituzione  nel quale si afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà  e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, e che per questo diventa un vero e proprio architrave di tutto il testo costituzionale. Così, in tema di retribuzioni l’art. 36 da concreta attuazione al “modello” di riferimento generale indicato nell’art. 3 affermando “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità  e qualità  del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa“. Ma poiché in capo a tutto sta l’articolo 1 della Costituzione per cui “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, se ne conclude anche che l’articolo 36 riguarda tutte le persone, affidando al carattere della retribuzione l’obiettivo di far sì che sia garantita una esistenza libera e dignitosa (e dunque non di mera sopravvivenza). Per questo l’istituto del reddito minimo deve diventare funzionale a correggere la fuga in avanti verso la precarizzazione del lavoro e sostenere l’attuazione di una politica economica finalizzata alla realizzazione all’obiettivo della piena e buona occupazione, per un effettivo riequilibrio delle disuguaglianze ed un vero rilancio dello sviluppo.

Daniela Palma
palma@sede.enea.it

One thought on “Una via costituzionale al “reddito minimo” per la piena e buona occupazione”

  1. Cara Daniela,

    ho scritto molto sul basic income o reddito di cittadinanza che dir si voglia, ma tutto quel mio buon lavoro é andato purtroppo perduto con la scomparsa del sito http://www.radicalsocialismo.it, per cui ed invece di un link non mi resta che riassumerti per grandi linee il mio pensiero.

    L’art. 4 della Costituzione riconosce INCONDIZIONATAMENTE il diritto al lavoro sospingendo invece a posteriori la sua FONDAMENTALE essenza anche di dovere.

    Poiché anche quasi tutte le opere del compagno Rodotà seguono lo stesso orientamento (ed in questo gli muovo una secca critica), non posso che evidenziare come tutto ciò sia molto italiano,

    mentre io "“ da mezzo tedesco "“ molto avrei gradito una simile formulazione del comma 4.2

    "Tale diritto comunque scaturisce da SINCRONA, VOLONTARIA ed attiva partecipazione – allo sviluppo della Società "“ indifferentemente se materiale e/o spirituale, purché in quantità e/o qualità direttamente proporzionali alle proprie possibilità innate:

    perché quell’"a ciascuno secondo i suoi bisogni" – che, dal punto di vista economico, fisico e della selezione naturale, é solo e proprio una BESTEMMIA –

    diventa invece SACRO e PROVERBIALE se preceduto (o quantomeno accompagnato manonella mano!) da quel "da ciascuno secondo le sue possibilità!"

    Infatti "“ per creare la Società del Futuro "“ bisogna assolutamente vedere e conoscere l’uomo non come dovrebbe essere ma come realmente é, con i suoi pregi ma anche coi suoi difetti:

    solo in questo modo lo si aiuterà ad evolversi positivamentemente ed a diventare quello che dovrebbe essere, perché ha solo figli molli ed imbelli il paese dove scorre il latte ed il miele,

    qual risultato di Padri Costituenti che "“ per far sviluppare diritto il neovirgulto "“ invece del realismo d’un bastone, dritto e robusto, lo hanno sorretto ed affiancato con la fumosità di certi loro eccellenti idealismi e visioni (oltre che con i consueti elastici di mutande marxiste!)

    Alle mie considerazioni, su radicalsocialismo.it, facevo seguire una deliziosa striscia "Paperino ed il reddito di cittadinanza" estratto da un vecchio numero dell’edizione americana e talmente graffiante, che in Italia il consociativismo ne aveva interdetta la pubblicazione:

    se mi fornirai una e.mail sarò lieto di mandartela……. la giudico FONDAMENTALE per chiunque scriva di basic income e se deve percepirlo anche il surfista di Malibù!

    Concludendo: poiché troppa dell’attuale gioventù "“ più che a guadagnare "“ aspira a non lavorare, finendo coll’impersonale la quintessenza del fancazzismo e del disoccupato volontario,

    sono cento per cento del parere del compianto compagno Ernesto ROSSI, e cioé sì entusiasta ad una riedizione, riveduta e corretta, della DAF (deutsche ArbeitsFront, Fronte del Lavoro,

    perché anche l’art. 25 della Carta Onu dei diritti dell’uomo riconosce il diritto al mantenimento dell’infortunato o disoccupato INVOLONTARIO),

    ma secco NO! a qualunque pensionamento dalla nascita di ridicoli spastici volontari, che non alzino un dito pur ritrovandosi giovani, sani, forti, ben nutriti, acculturati e fin’anche palestrati!

    E "“ esattamente come Padoa Schioppa – parlo per esperienza vissuta, quella dei miei due bamboccioni; è stata tutta colpa mia e come rimpiango di non aver usato la frusta (come faceva mia madre): val più colpo di mazza che non cento harri-ciuco!

    Schlag (Francesco Raucea, fra@gesell.it)

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.