Pubblicato un Levy Institute working paper con una proposta per la crisi dell’Eurozona, a firma di:

Massimo Amato, Luca Fantacci, Dimitri B. Papadimitriou, Gennaro Zezza

In sintesi, riteniamo che l’introduzione di una moneta fiscale in tutti i Paesi dell’Eurozona che vogliano adottarla dovrebbe trovare i consensi sia della periferia, che ha urgenza di far ripartire l’occupazione, sia delle forze politiche che, nei Paesi core, rappresentano gli interessi dei creditori, purché vengano rispettati alcuni vincoli. Per l’Italia, chiamiamo per comodità  questo strumento EL o Euro-lira.

Per “moneta fiscale” intendiamo uno strumento di pagamento, che può essere sia cartaceo che elettronico, accettato per il pagamento di tutte le imposte e i contributi entro soglie prefissate, che (1) non sia moneta legale, e quindi non sia in contrasto con i Trattati dell’Eurozona, e sia fuori dalla competenza della BCE, e (2) non sia convertibile in Euro, nel senso che l’emittente non promette una conversione in Euro, anche se il governo accetta che le tasse vengano pagate in Euro o in EL in un rapporto di scambio 1 a 1 (entro soglie prefissate). Da molti punti di vista, la nostra proposta non è lontana da quella dei Certificati di Credito Fiscale promossi da Marco Cattaneo, Giovanni Zibordi ed altri, anche se ne differisce su molti importanti punti tecnici: abbiamo valutato entrambe le proposte per la Grecia in un precedente rapporto del Levy Institute.

L’introduzione di EL ripristina la liquidità  per il governo per il finanziamento di investimenti e la creazione di posti di lavoro, con una manovra espansiva che deve essere tarata in modo da non creare un aumento delle importazioni tale da generare deficit delle partite correnti.

La nostra argomentazione, infatti, è che l’interesse prevalente dei Paesi core creditori (forse l’unico”¦) è che i Paesi debitori ripaghino i debiti esteri in Euro, evitando per quanto possibile bancarotte e ridenominazioni (uscite dall’Euro). Una espansione fiscale finanziata in EL per l’Italia, e in strumenti equivalenti negli altri Paesi, è coerente con questo vincolo politico, purché consenta al Paese un afflusso della valuta straniera (l’Euro) superiore al deflusso.

L’introduzione di monete fiscali è un “Piano B” attuabile immediatamente, e in coerenza con i Trattati, in attesa di una sempre più improbabile modifica delle regole del gioco dell’Eurozona.

Auspichiamo anche, come primo passo di un eventuale piano A di modifica delle regole dell’Eurozona, l’adozione di modifiche al sistema dei pagamenti Target2 che introducano un tasso di interesse negativo sui crediti, in modo da incentivare i Paesi in surplus, come la Germania, ad adottare politiche espansive e di riequilibrio dei conti con l’estero, che contribuirebbero ad una ripresa equilibrata dell’Eurozona.

Come argomentava Keynes in preparazione alla conferenza di Bretton Woods, se l’onere del riaggiustamento degli squilibri di bilancia dei pagamenti ricade solo sui Paesi debitori, una recessione globale è inevitabile, e non è difficile tecnicamente – anche se può esserlo politicamente – introdurre dei meccanismi automatici che ripartiscano gli oneri del riequilibrio anche sui Paesi creditori.

Si veda anche: Dentro l’euro ma anche oltre l’euro. Il Piano B dei Certificati di Credito Fiscaledi Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini.

Redazione
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