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di Ugo Marani

A voler analizzare con attenzione i fondamenti dei trattati economici internazionali nella storia delle economie di mercato, ci si accorge che essi hanno cercato di raggiungere obiettivi diversi, a seconda del periodo e delle circostanze in cui essi sono stati proposti e ratificati. Nella loro ratio fondativa, i trattati sono scaturiti o da una conventio ad includendum o, al suo opposto, da una conventio ad excludendum. I primi avevano l’obiettivo di estendere a paesi, sino ad allora esclusi, accordi preesistenti sulle relazioni internazionali in tema di beni, di valute o di attività finanziarie. I secondi, al contrario, hanno mirato, in assenza di concertazione internazionale globale, a stabilire accordi selettivi con taluni paesi a scapito di altri.

La conventio ad includendum, tipica delle fasi di espansione economica, ha caratterizzato buona parte dell’affermazione del Gold Standard nel diciannovesimo secolo, il ventennio successivo agli accordi Bretton Woods, la fase costitutiva del Mercato Comune Europeo. La conventio ad excludendum è tipica, invece, di periodo di tensioni, di assenza di accordi generalizzati, di vincoli e protezione sul mercato reale o su quello finanziario. La fase tra le due guerre mondiali ne è l’esempio più emblematico, ma anche, nell’Età dell’Imperialismo, la corsa all’accaparramento di Africa e di Oriente. E la situazione odierna può essere catalogata in un clima simile a quest’ultimo, pur in presenza delle ovvie mutazioni della storia.

Numerose sono le ragioni, talune oramai sedimentate, altre determinate da avvenimenti più contingenti. Come tendenza di lungo periodo gioverà ricordare che data, oramai, dall’agosto del 1971 la cessazione di un accordo globale comprensivo che riguardi la regolamentazione degli scambi commerciali internazionali e le modalità di fissazione e di riaggiustamento dei tassi di cambio. Alla cessazione degli accordi Bretton Woods non ha fatto seguito alcun accordo, monetario o reale, onnicomprensivo: da allora l’Europa ha cercato modalità, oggi criticate, di coordinamento delle politiche economiche; gli Stati Uniti hanno pensato che fosse necessario privilegiare gli agreement con il Canada e lo “scambio diseguale” con i paesi dell’America Latina; il Giappone, dopo il tentativo, frustrato da Reagan, di accaparrarsi le imprese ad alta tecnologia della costa pacifica statunitense, sono addivenuti a più miti strategie, eleggendo l’Estremo Oriente a mercato primario della propria competitività.

È intuibile quanto un simile quadro di fondo sia foriero di instabilità e di disequilibri, specie se ai tradizionali paesi egemoni si affiancano dei late comers di meno nobili origini. Ci riferiamo ai cosiddetti BRICS, acronimo che indica Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, i quali nell’ultimo decennio, in ragione di un mix di mirate politiche di penetrazione commerciale e finanziaria e di discutibili legislazioni sul mercato del lavoro e sui diritti civili, hanno registrato tassi di crescita di produzione, di esportazioni e di investimenti diretti all’estero ben superiori a quelli delle aree a capitalismo consolidato.

Ma “noblesse oblige”: è evidente che l’ingresso nel salotto buono del mercato globale non possa avvenire senza che, come nella commedia di Plauto, Mercurio tenti di impedire a Sosia di entrare nel palazzo di Anfitrione. E, dunque, gli Stati Uniti propongono Trattati che massimizzino la forza di blocchi economici preferenziali con taluni e consentano di “isolare” l’intromissione di altri.

Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) è l’accordo commerciale di libero scambio che, dal 2013, gli Stati Uniti stanno negoziando, con alterna fortuna, con l’Unione Europea. Le caratteristiche del TTIP vanno valutate con attenzione, sia per ciò che prevede, sia per ciò che non riguarda; tanto per i convitati quanto per gli esclusi.

Esso non riguarda, e non avrebbe potuto a ben vedere riguardare, tematiche finanziarie e valutarie. Nei fatti, da almeno un ventennio, una perfetta integrazione finanziaria caratterizza le due sponde dell’Atlantico. Ciò che gli stati non hanno potuto, la finanza ha realizzato e resiste alla maggiore crisi finanziaria del capitalismo contemporaneo: oramai vi è ben poco da liberalizzare o deregolamentare in tema di Cross Border Banking, di Interest Rate Swap, o di Merger & Acquisition. Il TTIP non ha come oggetto prezzi e tariffe, forme oramai vetuste di protezionismo; esso mira a stabilire principi, si badi bene non regole, in tema di proprietà intellettuale, di investimenti diretti esteri, di agricoltura, di legislazione del mercato del lavoro, di standard qualitativi dei cibi; il tutto in modo che per un’impresa sia del tutto simile svolgere la propria attività in Europa o negli Stati Uniti, avendo come rifermento ideale la normativa americana.

Non ci soffermeremo in questa sede su talune complicazioni che hanno attardato la stipula del Trattato: le principali vanno rintracciate nella subalternità degli stati europei rispetto alla supina acriticità della Commissione Europea e nell’ondata di protesta capillare dei movimenti social sulla qualità e sul controllo dei prodotti alimentari.

Soffermiamoci invece sull’oggetto dell’escludendum: la Russia di Putin. Oramai è evidente che alla geopolitica si affianca, con armi altrettanto potenti, la geo-economics, e la volontà, del tutto esplicitata di Obama, di contenere, dopo il cinico comportamento in Ucraina, il rafforzamento economico della Russia e la sua aspirazione di interlocuzione privilegiata con l’Europa dell’euro e non. E la Russia è ben consapevole di quanto il TTIP la riguardi. Vladimir Chizhov, suo ambasciatore presso l’Unione Europea, ha affermato che accordi commerciali come il TTIP o la Trans-Pacific Partnership avrebbero di fatto mire protezionistiche poiché escluderebbero realtà come Russia, Cina e India e relazioni import-export pari a due terzi del commercio mondiale. La minaccia, nemmeno tanto velata, è che si arrivi ad una partnership speculare, la Eurasian Economic Union, con Armenia, Bielorussia, Kazakhstan e Kyrgystan e ad una “World War for Prosperity”. L’accezione non paia esagerata: Fort Russ, una delle principali riviste russe di geo-strategia raffigura Putin con tanto di elmetto, fucile e bandiera ben piantata, scrivendo che si assiste, oggi, al terzo tentativo di adoperare l’Europa continentale come rampa di lancio contro la Russia da parte degli Stati Uniti. Fort Russ auspica, altresì, che Germania e Francia sappiano resistere alle pressioni esercitate sulla Commissione Europea.

Ma quel che dai commentatori economici russi è possibile evincere è la possibile realizzazione di un non trascurabile scenario, secondo il quale la politica di accordi dell’amministrazione di Obama riesca in ciò che la storia aveva fermamente allontanato, ovvero un’alleanza sino-russa per il mantenimento della forza delle due strutture produttive.

Ben poca ideologia e molti interessi in uno scenario simile, che sancirebbe, ove tendesse a realizzarsi, la consueta scarsa lungimiranza americana del rapporto tra “flag and trade”.

Ma non fantapolitica. Lo scorso ottobre i negoziatori di Stati Uniti e di altri undici paesi del Pacifico hanno firmato il più grande accordo di libero scambio nella storia recente, il Trans-Pacific Partnership. Sulla carta l’accordo intende abolire barriere commerciali e stabilire regole comuni in materia di tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della regolamentazione dell’e-commerce in Paesi che in totale coprono il 40% della produzione mondiale: Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei e Malesia.

Ne è fuori la Cina. Del resto è noto che l’intesa rientra nei piani della Casa Bianca che prevedono lo spostamento degli interessi degli Usa verso il Pacifico anche per contrastare il dilagare di Pechino. Non per niente il presidente Barack Obama subito dopo la firma ha chiosato: “Non possiamo lasciar scrivere le regole dell’economia globale a Paesi come la Cina”.

Ma, così come la Russia, la Cina è del tutto intenzionata a portare avanti una propria strategia geoeconomica. La Belt and Road Initiative proposta dal primo ministro cinese Xi Jinping si prefigge di potenziare la connessione e la cooperazione tra la Repubblica Popolare e l’Eurasia e si biforca in due vie, la Silk Road Economic Initiative (SREB), a carattere terrestre, e la Maritime Silk Road (MSR), a carattere marino. Sotteso alle due strategie politiche vi è il desiderio della Cina di stabilire canali affidabili per la propria manifattura e per il settore dell’ITC, tramite investimenti che sono stimabili tra i 4 e gli 8 miliardi di dollari.

In definitiva, quale che sia il successo delle iniziative statunitensi e la capacità di risposta delle due potenze orientali, ritorna di grande attualità quanto il presidente americano James Maddison dichiarò nel 1795:

“No nation can preserve its freedom in the

midst of continual warfare

Che oggi la guerra sia economica, oltre che spesso convenzionale, rende il quadro ancor più complicato, specie per i paesi europei che tardano ad assumere un’identità omogenea e autonoma. D’altro canto la storia insegna che qualunque tentativo di arrestare la coercitive alle politiche economiche nazionali funzionano solo, e male, nel breve periodo. Basti ripensare a quanto gli USA abbiano cercato di arrestare tra la metà degli Anni Cinquanta e gli Anni Settanta il decollo commerciale di Germania e Giappone attraverso “moral suasion” sul tasso di cambio del marco e dello yen. Il finale lo conosciamo: l’implosione del Sistema Monetario Internazionale.

 

In Europa 17 ottobre 2016

Redazione
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