Paolo-Sylos-Labini-Saggio-sulle-classi-sociali_imagefullwideDi Giovanni Vetritto, Critica Liberale 

Bisogna essere grati a Giuseppe Laterza per aver ripubblicato lo storico Saggio sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini del 1974 (Tascabili Laterza, 2015, con due belle introduzioni di Innocenzo Cipolletta e Ilvo Diamanti). Non per amore di un pur indispensabile presidio della memoria; ma per cio’ che quel saggio ha ancora da dirci sul presente, nel metodo e nel merito.

Nel metodo, innanzitutto.

In una eta’ di eunuchi della cultura, perennemente terrorizzati dall’idea che le proprie riflessioni scientifiche possano essere interpretate politicamente, o peggio, che possano “servire” nella pratica alla politica, Sylos Labini in quel saggio esplicitamente dichiara l’intento di produrre uno sforzo di interpretazione della realta’ che possa essere utile a saldare un blocco politico-sociale che consenta alla Sinistra di vincere le elezioni e governare un Pese. E questo respingendo Marx, anzi facendo della dimostrazione della infondatezza della profezia del filosofo di Treviri, sulla polarizzazione tra una oligarchia capitalistica e un proletariato crescente, il cuore della sua riflessione. Che, viceversa, ci da’ un saggio di analiticita’ e finezza nel distinguere sottoclassi e ceti all’interno di un crescente strato di borghesia nel nostro sistema capitalistico.

Che la proposta politica (qualunque proposta politica) debba essere fondata su soldi basi analitiche e su evidenze empiriche di scienza sociale e’ un lascito di metodo che quel saggio ci da’ e che quasi commuove nell’era della politica dei tweet.

Ma non basta.

Sempre sul piano del metodo, piu’ nello specifico, Sylos Labini ci indica una strada per la definizione di strategie di ricerca del consenso attorno a compromessi sociali al servizio di programmi politici, che si basa sul vecchio ammonimento dei gesuiti, ripreso da un motto dei maestri di logica del Medioevo: Distingue frequenter.

Non esistono le “grandi classi” indistinte nella societa’; esistono, spesso a parita’ di reddito e di livello di classe, atteggiamenti, interessi, perfino valori diversi tra gruppi, sedimentati alla luce della natura, del ruolo sociale e della giustificazione socioeconomica delle diverse fonti di reddito.

Nemmeno la distinzione tra borghesia produttiva e borghesia finanziaria e’ predicabile in assoluto e in astratto; piuttosto, occorre verificare in concreto la natura “produttiva”, o, al contrario, “estrattiva” (nei termini usati nel loro fortunato saggio su Perche’ le nazioni falliscono da Daron Acemoglu e James Robinson) delle diverse attivita’ economiche; e in base a cio’, analizzare il potenziale ruolo innovativo o conservativo dei gruppi sociali che accumulano ricchezza in un sistema capitalistico avanzato.

E qui si entra nel merito.

Va letto e rimeditato con particolare attenzione il capitolo 6 del saggio.

Nel 1974 (1974!) Sylos Labini si interroga su un fenomeno al tempo a malapena intravisto da tanti altri, ovvero quello dell’emergere di una sempre piu’ forte divaricazione tra “borghesia produttiva” e “borghesia finanziaria”; insomma proprio il tema che ogni giorno grossolanamente giornalisti senza retroterra e politici senza cultura dibattono sin dall’esplosione della crisi del 2008.

Sono pagine brevi ma profondissime, nelle quali Sylos Labini disegna con estrema finezza non solo le ragioni, ma pure le dinamiche della saldatura progressiva di un vero e proprio blocco storico emergente di “estrattori” di rendita sulla ricchezza esistente.

Rileggiamo quelle pagine, ancora e ancora.

La diagnosi sulla trasformazione del Paese in un “desolata palude” e’ cristallina.

Nelle fasi di crescente conflitto sociale legato a scarsita’ di risorse, accade che classi dirigenti inadeguate e incapaci di governare un moderno conflitto di tipo Westminster consapevolmente agiscano per la creazione della “palude”, allo scopo di evitare derive estreme di destre e di sinistra.

Cio’ attivando politiche compromissorie di diversa natura: addossamento dei fallimenti di impresa alla mano pubblica; fidelizzazione di una alta burocrazia redistributrice di aiuti, attraverso una logica di alti salari in cambio di svilimento del ruolo di razionalizzazione delle scelte; spinta di politiche clientelari che creano pace sociale in molti gruppi di piccola borghesia con preoccupazioni di status e ricchezza; simmetrica inevitabile dequalificazione del rendimento dei servizi pubblici di cittadinanza; crescente intermediazione pubblica delle risorse; caduta dei saggi di remunerazione degli investimenti produttivi e crescente rendimento degli impieghi speculativi, a partire dalla rendita urbana, a sua volta favorita dalla inurbazione di nuovi ceti impiegatizi strappati alle tradizionali attivita’ primarie e secondarie; peso crescente della borghesia speculativa, che non e’ solo quella finanziaria, ma anche quella che gestisce attivita’ “che richiedono ben poche capacita’ imprenditoriali”, ma semmai la attitudine a “sapersi muovere nel mondo della pubblica amministrazione”. Profetico fino a diventare inquietante l’esempio che Sylos Labini porta di queste attivita’ apparentemente produttive, ma al fondo speculative, se si pone mente alla cronaca giudiziaria di questi giorni: “le attivita’ connesse col petrolio”.

Politica clientelare e compromissoria; speculatori edilizi e petroliferi; alti burocrati deresponsabilizzati e proni a decisioni irrazionali; manager di societa’ pubbliche opache titolate a intervenire nel sistema privato; finanzieri sempre meno invogliati a scommettere sull’alea del mercato e sempre piu’ attratti dalla rendita; sindacati corporativi e concertativi; gruppi di piccola borghesia impiegatizia sia pubblica sia privata; aristocrazie operaie privilegiate dall’essere in settori protetti; corporazioni pubbliche affette da “panico di status” che barattano condizioni di lavoro con efficacia dell’azione pubblica dei propri apparati; tutti questi i protagonisti del blocco storico che, nella profezia di Sylos Labini, andava saldandosi gia’ alla meta’ degli anni ’70 e che avrebbe reso il Paese una palude.

Con inevitabili conseguenze in termini di corruzione, opacita’ democratica, progressivo spiazzamento di ogni impiego finanziario produttivo, crescita del potere di intermediazione della politica, crescente potere “signorile” della politica stessa, abbandono di attivita’ imprenditoriali, dequalificazione delle e’lite, dissesto e inquinamento del territorio.

Il quadro prevedibile Sylos Labini lo identificava in quello gia’ tracciato da un Marx minore e poco amato dagli stessi comunisti, quello che prevedeva nella finanziarizzazione del potere, “prostituzione”, “frode svergognata”, “smania di arricchirsi non con la produzione ma rubando le ricchezze altrui gia’ esistenti”; in una sola felice metafora, sintesi della dequalificazione morale, culturale, civica delle oligarchie dominanti, “la riproduzione del sottoproletariato alla sommita’ della societa’ borghese”.

Difficile, nel leggere queste parole del 1974, evitare il brivido freddo lungo la schiena; fin troppo facile dare nomi, facce, identita’ sociali e storie dell’attualita’ a questo quadro a tinte fosche.

La diagnosi di Sylos Labini si e’ purtroppo compiuta; attraverso Governi tecnici e politici, di destra e di sinistra, attraverso larghe intese consociative che scimmiottano le tragedie della “Unita’ nazionale” del passato, il blocco storico ipotizzato nel tramonto del fordismo, nel malformato sistema di democrazia capitalistica italiana si e’ effettivamente saldato e ha progressivamente reso sempre piu’ solido il suo prepotere sulla parte produttiva e civilmente piu’ nobile del Paese.

Paolo Sylos Labini, uno degli epigoni della “altra sinistra” liberale e azionista, lo aveva capito con un anticipo stupefacente. Le sue parole possono aiutarci a capire quale possa essere la strada per la rinascita civile del Paese.

Redazione
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