charlie_brown_philosophydi Riccardo Realfonzo
Auguriamoci che il capo del governo possa cogliere il segno dei tempi che proviene anche dall’editoriale apparso ieri sulCorriere della Sera – “Sforare il 3% si può. Ma a patti chiari” – a firma di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. I due economisti, come è noto, sono tra i più autorevoli sostenitori della teoria dell’austerità  espansiva, secondo la quale le politiche di consolidamento fiscale (leggi: abbattimento del deficit e del debito pubblico) favoriscono la crescita. Ma i fatti hanno la testa dura e alla fine si impongono anche sui dogmi economici. Succede così che Alesina e Giavazzi, visti gli insuccessi dell’austerity, finiscono per “cedere” su due punti di non poco rilievo politico-economico.
Il primo riguarda i vincoli europei, tante volte evocati per disciplinare la nostra politica delle finanze pubbliche. Ebbene, ormai anche i due editorialisti del Corriere ammettono che il limite del deficit pubblico al 3% del Pil non ha alcun serio fondamento. Perché il 3% e non il 10? L’assenza di una qualsiasi logica scientifica nell’individuazione di questo valore – come anche per il rapporto debito/Pil: perché il 60% e non il 100? – è stata una costante della letteratura critica verso le regole macroeconomiche europee, almeno sin dal 1998, allorché il Cambridge Journal pubblicò un saggio sulla “follia del 3%”. Ora anche gli studiosi pro-austerity se ne rendono conto, ed è meglio tardi che mai.
Il secondo punto è anche più significativo. Il governo sta per chiudere il Documento di Economia e Finanza in cui le leve proposte da Renzi dovranno tradursi in numeri e relative coperture. La preoccupazione che abbiamo esposto su queste colonne, è che la manovra del taglio della pressione fiscale proposta dal premierpossa avere uno scarso impatto sull’economia, soprattutto se costretta entro il vincolo europeo sul deficit. Ebbene, oggi anche la cultura dell’austerity in certo senso converge su questa posizione: gli stessi Alesina e Giavazzi sostengono che una “politica di piccoli passi per non sforare il 3% sarebbe miope perché così la crescita non riparte”. La più influente cultura “bocconiana”, dunque, viene a concordare sulla necessità, da molti anni espressa dagli economisti keynesiani (ad esempio nella Lettera degli economisti del 2010), di andare oltre i vincoli europei.
Alesina e Giavazzi si redimono, dunque, ma non abbastanza. E infatti, constatato che non ci si può impiccare ai vincoli europei e che “l’Italia non si riprende senza uno shock”, i due propongono un taglio delle tasse da 50 miliardi, cui dovrebbe seguire un abbattimento della spesa pubblica di pari importo. Insomma, una uscita – temporanea e concordata in sede europea – dal vincolo del 3% all’insegna dell’ulteriore ridimensionamento dell’intervento pubblico. Una soluzione che tecnicamente non convince. La ricetta dei tagli alla spesa pubblica è infatti molto vecchia, visto che è stata applicata in Italia sin dai primi anni ’90, bloccando la crescita. Per di più, come ho mostrato con Stefano Perri, in uno studio appena pubblicato da economiaepolitica.it, in Italia il rapporto tra spesa pubblica totale e Pil è già  stato ridotto di oltre sei punti rispetto ai primi anni ’90, ed è ai livelli medi dell’eurozona. Per ottenere questo risultato, considerata la mole degli interessi sul debito, la spesa di scopo (la componente finalizzata a produrre beni e servizi) è stata portata a un livello largamente inferiore alla media europea – 11.629 euro per cittadino contro i 13.350 euro medi dell’eurozona – con l’effetto che i nostri servizi pubblici (dalla sanità  all’istruzione) sono vistosamente sottofinanziati. E ciò significa che la battaglia contro gli sprechi e i privilegi, ancora tutta da condurre, dovrebbe fare emergere risorse da reinvestire in servizi pubblici di qualità. Dunque, come pensano Alesina e Giavazzi di abbattere significativamente la spesa pubblica? Per non tacere del fatto che tutti gli studi disponibili – sui cosiddetti moltiplicatori della spesa e delle tasse – chiariscono che una riduzione delle tasse finanziata da una pari contrazione della spesa determina un abbattimento del Pil e mai un’espansione.
Insomma, la strada dei tagli ha già  fatto danni a sufficienza. E con la Francia che si dispone a sforare il vincolo del 3%, la BCE che apre a manovre non convenzionali per sconfiggere la deflazione, la cultura dell’austerity che abbandona il dogma dei vincoli europei, c’è da augurarsi che i tempi possano essere maturi per una svolta di politica economica realmente espansiva, che rimetta in moto l’economia e l’occupazione. Prima che sia veramente troppo tardi.
(L’Unità, 7 aprile 2014)
Redazione
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