oltrelasiepe-chiarelettere“Oltre la siepe” (Chiarelettere) di Mauro Gallegati (che insegna Macroeconomia avanzata presso l’Università  Politecnica delle Marche, ad Ancona, e che collabora in varie attività  di ricerca con il premio Nobel Joseph Stiglitz e con Bruce Greenwald, docente alla Columbia University) prova a ripensare l’economia senza cavalcare la moda della decrescita felice. Gallegati mette al centro della sua riflessione la nostra vita, rilegge la crisi economica di questo inizio secolo come un fatto strutturale, smaschera la natura profonda della legge innaturale che da decenni contraddistingue il nostro stare al mondo (vivere per lavorare, lavorare per consumare). Il paradigma della crescita quantitativa e illimitata è fallito, ma c’è un’altra economia possibile (Gallegati la chiama a-crescita), in cui l’innovazione ha un ruolo fondamentale, la distribuzione del reddito può essere più giusta, l’essere umano può riscoprire quella dimensione del vivere bene che non è un’utopia. Basta solo saperla vedere.

LEGGI LA PREMESSA
(per gentile concessione di Chiarelettere)

L’economia ha pervaso la nostra vita. L’ha trasformata, liberandoci da lavori schiavizzanti, ma rendendoci schiavi di altri meccanismi che non controlliamo. Produciamo e consumiamo, ma è quel che vogliamo? Be’, io no. Simili a criceti in una ruota, corriamo inseguendo il denaro, ma il
benessere è sempre lontano.

Scrivere sul futuro lontano ha un grande vantaggio: se ci si sbaglia nessuno potrà  reclamare all’autore le sue previsioni erronee. Purché l’orizzonte sia lungo davvero.
E il nostro speriamo lo sia abbastanza da permetterci di modificare lo svolgere del futuro senza che l’ecosistema o le interazioni sociali ci obblighino a farlo. Quel che chiedo al lettore è di dimenticare ciò che è stato e che non tornerà; di volgere lo sguardo al futuro e immaginarlo. Cercando magari di sognare di modificarlo, di non subirlo come un evento naturale e l’unico percorso possibile. Il futuro non è predeterminato, la storia non è già  scritta. Possiamo, almeno in parte, provare a cambiarla.

Un po’ come quando andavo a trovare Giorgio Fuà  con mio figlio Giacomo piccino. Di solito gli raccontavo storie di fantasia stravolgendo il fumetto scritto su «Topolino».
E per renderle più interessanti agli occhi di un bimbo le «arricchivo» di richiami scatologici. Così quando Fuà  prese sulle ginocchia Giacomo iniziando a leggergli la vera storia di un «Topolino» del 1948, Giacomo dopo poche pagine lo interruppe chiedendogli: «Ma in questo “Topolino”,
Paperino non fa mai le puzzette?».
Da tempo sappiamo che la crescita economica è dovuta alla tecnologia che si è materializzata in innovazioni. Queste ci hanno consentito di liberarci, almeno in parte, dalla maledizione biblica – lavorerai con sudore -, ma spesso a costo di rendere le nostre vite dipendenti dal consumo, per perpetuare la crescita e tenere vitale il sistema economico. E’ la tecnologia che, da contadini che eravamo, ci ha reso prima operai e poi impiegati; da lavoratori dipendenti a imprenditori di noi stessi. Ma è anche la tecnologia che ha prodotto la crisi ambientale e quella economica di oggi, con la sua carenza cronica di lavoro e l’iniqua distribuzione delle risorse. Questa è però solo una delle possibili vie percorribili. E percorse.
Siamo di fronte a un primo bivio: proseguire lungo il sentiero, di cui individuiamo già  i pericoli, o imboccarne altri, incerti perché nuovi e solo immaginabili, indirizzando la tecnologia. Un volo di fantasia che il futuro renderà  reale. Se è vero che la tecnologia ha consentito di aumentare la produzione, e quindi il reddito, è giunta l’ora di interrogarci sull’opportunità  di continuare il cammino che vede strettamente legati tecnologia e Pil o investigare sentieri alternativi che leghino l’aumento tecnologico a diverse dimensioni dell’esistenza (tempo libero, scolarizzazione, una vita lunga e sana, ad esempio) in armonia con la natura.

Questo è un libro breve, nella tradizione marchigiana di Rossini, che amava ricordare: battuta tagliata non fu mai fischiata. Ho sempre trovato insopportabili quelli che ci vorrebbero costringere alla lettura di tomi elefantiaci, a meno che non si tratti di Proust o non si scrivano vocabolari (ma in quel caso nessuno che non sia un cretino lo legge). Ho cercato di seguire il suggerimento di Montaigne: nessuno è esente dal dire sciocchezze; l’importante è dirle senza presunzione.

(continua in libreria)

 Fonte: Affari Italiani

Redazione
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