di Paolo Sylos Labini

1. PREMESSA
Le mie riflessioni prenderanno in considerazione tre periodi: il primo è quello che precede la
seconda guerra mondiale; il secondo è relativo al primo go verno di centro-sinistra, cioè agli
anni’60; il terzo riguarda gli anni che vanno dal 1970 a oggi.
Sul primo periodo mi soffermerò pochissimo. Ci sono saggi e ricerche interessanti ed esaurienti
nel recente volume dell’Iridiss (Lo stato sociale in Italia, Roma 1995), il quale ci offre non soltanto
notizie documentate ma anche riflessioni organiche su questo periodo.

 Gli anni per certi versi più
interessanti corrispondono al primo ventennio del Novecento quando, grazie soprattutto
all’iniziativa di statisti liberali quali Giolitti e Nitti, si vennero a realizzare, anche in Italia, le
assicurazioni obbligatorie in materia di sanità, invalidità  e vecchiaia, disoccupazione involontaria e
infortuni sul lavoro. Il quadro degli interventi riguardanti la protezione sociale, alla fine della
seconda guerra mondiale, si presenta comunque assai frammentario e incompleto in quanto molte
aree sociali, che pur richiederebbero azioni di tutela nell’ambito della sicurezza sociale, si trovano
completamente scoperte. La tendenza, messa poi in evidenza specialmente dalla legislazione sociale
fascista, è quella di favorire prevalentemente la piccola e media borghesia rispetto ai lavoratori
salariati.
2. L’IMPORTANZA DELL’OPERA DI BEVERIDGE
La svolta si realizzerà  dopo il secondo conflitto mondiale, favorita dalla pubblicazione di
un’opera molto importante, nel 1944, dal titolo L’impiego integrale del lavoro in una società  libera,
di Lord Beveridge, che fa seguito alla Relazione sulle assicurazioni sociali e sui servizi affini da lui
predisposta e presentata al Governo inglese nel novembre del 1942. In questa relazione veniva
proposto un grandioso piano di sicurezza sociale che prevedeva un sistema di assegni per i figli,
estesi servizi sanitari e di riabilitazione, interventi sulla domanda aggregata per la stabilità 
dell’occupazione. L’impiego integrale del lavoro in una società  libera pone l’accento sulla
questione dell’occupazione che, nel periodo fra le due guerre, era diventato il problema centrale non
solo in Inghilterra ma in tutto il mondo occidentale; la situazione era grave anche in Italia ma,
durante il regime fascista, se ne parlava il meno possibile: praticamente, in quel tempo, furono
sospese le statistiche sulla disoccupazione. La rilevanza che il problema assumeva in quella
particolare temperie era una conseguenza diretta delle proporzioni allarmanti cui esso era
pervenuto. Sul piano della teoria economica Keynes aveva affrontato sistematicamente questo
aspetto nella sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, dando luogo a
quella che è stata chiamata con termine ormai abusato la “rivoluzione keynesiana” la quale, attraverso una profonda rottura della tradizione neoclassica, opera un rinnovamento profondo della
scienza economica. L’opera di Beveridge, che era un liberale di sinistra, un liberal in senso proprio,
si colloca nel solco di questa svolta. Quando era giovane, nel 1909, Beveridge aveva già  pubblicato
un libro importante perché innovatore: Unemployment: A Problem of Industry, e aveva insegnato
presso la London School of Economics. L’impiego integrale del lavoro in una società  libera fu
scritto con la collaborazione di Nicky Kaldor, economista di grande valore che per di più era
persona spiritosa e simpatica. Nicholas Kaldor fu l’autore di una memoria, forse non meno
importante del libro stesso, che appare come appendice al volume, sugli aspetti quantitativi della
piena occupazione in Gran Bretagna. Questo libro, d’ispirazione keynesiana, diede origine a
un’analisi sistematica dei problemi sociali inglesi e suscitò un grande dibattito nel mondo
occidentale. Tradotto in Italia nel 1948, ebbe una notevole influenza non solo sul piano scientifico
ma anche su quello politico.
In Inghilterra questo libro dà  l’avvio alla costruzione di uno stato sociale di tipo organico
favorito dal fatto che in questo paese, contrariamente all’Italia, esisteva una tradizione ben radicata
di legislazione sociale che costituiva la base naturale sulla quale edificare un compiuto sistema di
protezione sociale. Esisteva, inoltre, in Gran Bretagna, già  al principio del secolo, una consistente
rete di volontariato, promossa e resa operante da persone appartenenti ai ceti benestanti, dal
momento che i poveri non possono permettersi il lusso di essere altruisti. A questo fine erano state
costituite, nelle diverse città  inglesi, delle società, una delle quali – a Londra – aveva assunto, grazie
alle sue iniziative, una notevole rilevanza; si chiamava T&T (Time and Talent) in quanto le persone
che ad essa aderivano mettevano al servizio della collettività  sia il proprio tempo che le proprie
risorse professionali, culturali e di iniziativa. Essa operava prevalentemente nelle zone più povere e
più degradate, cioè negli slums della capitale. Non tutte le conseguenze delle guerre sono negative
e, per quanto riguarda la seconda guerra mondiale, la distruzione dei quartieri più miserabili di
Londra, che pure ebbe effetti drammatici, costrinse a ricostruire immobili rispondenti ai moderni
standard urbanistici e abitativi. Fu quello il vantaggio imprevisto di un evento funesto. Le iniziative
assunte dalle organizzazioni di volontariato in Inghilterra costituiscono un momento importante
della storia sociale inglese, distinguendo questa dalla storia politica, la quale ha altri protagonisti e
si occupa di altre vicende.
Un’analisi critica di questa importante esperienza è stata fatta da Ernesto Rossi -al quale ero
legato da affetto e amicizia all’inizio degli anni ’50 – e divenne una “voce” del Dizionario di
Economia di Claudio Napoleoni (1956). Quella “voce” costituisce un’acuta riflessione sullo stato
sociale inglese, così come si venne a configurare nel secondo dopoguerra quando la Gran Bretagna
divenne la patria e il riferimento obbligato per quei paesi che, successivamente, si accinsero a
promuovere lo stato sociale. Questo approccio critico era già  stato proposto da Ernesto Rossi nel
libro Abolire la miseria, la cui prima edizione venne stampata nell’immediato dopoguerra su di una
specie di carta paglierina, del genere di quella usata per incartare il pane, una carta talmente brutta
che l’autore mandò a pochissime persone copia del libro, dicendo: «Tanto ne devo fare una nuova
edizione». Era il libro al quale Ernesto Rossi teneva di più e proprio per questo voleva dedicare
molto tempo per rielaborarlo. Un tempo difficile da trovare. Passarono tanti altri anni ancora senza
che la nuova edizione vedesse la luce. Diciotto anni dopo, a dieci anni dalla scomparsa di Ernesto,
decisi di curare una riedizione del testo con una lunga introduzione in cui ricordo, tra l’altro, alcuni
fatti ora richiamati.
Il cuore del problema trattato da Ernesto Rossi riguardava la produzione di beni essenziali per
abolire la miseria e prevedeva una sorta di corvèe democratica, di servizio civile in sostituzione di
quello militare, per produrre i beni essenziali. Recentemente questo argomento è stato riproposto da Vittorio Foa in un’intervista a “l’Unità ” sull’Esercito del lavoro; tuttavia i contenuti del problema
oggi sono cambiati: la disperata miseria degli anni immediatamente successivi al secondo
dopoguerra oggi non è più presente neppure nel Mezzogiorno, anche se sopravvivono alcune
situazioni abnormi, come il “caporalato”.
Nel nostro tempo il problema del Mezzogiorno non e più tanto quello della miseria economica
quanto quello della miseria civile, assai più drammatico. Non si tratta di un problema metafisico o
nebuloso, basta riflettere su due indicatori: il tasso di delinquenza minorile, che è molto più alto nel
Sud rispetto al resto d’Italia; la presenza della criminalità  organizzata che, insediata organicamente
in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, si è ramificata come un cancro infettando anche altre
regioni del paese.
In Italia il libro di Beveridge (1948), e poi il sistema di welfare state introdotto in Inghilterra dai
governi laburisti negli anni 1946-51 – basato in una certa misura sulle idee contenute in quel lavoro
– produsse un notevole interesse sia tra gli studiosi che tra i politici. Il sistema inglese di protezione
sociale peccava, purtroppo, di eccessiva generosità  non solo per l’ampiezza delle sue prestazioni ma
anche per l’universalismo con il quale venne attuato. Nel dibattito che accompagnò la stesura dei
provvedimenti legislativi prevalse infatti l’opinione che non si potevano distinguere i cittadini in
serie A o B, a seconda della fascia di reddito all’interno della quale erano collocati. Perciò fu
scartata l’idea di ridurre l’area d intervento finanziario dello Stato a sostegno delle aree di effettiva
indigenza poiché, secondo la maggioranza parlamentare, un’operazione del genere comportava una
discriminazione non degna di un paese democratico. Ciò produsse, per quanto riguarda la sanità, le
premesse di un processo degenerativo, in quanto persone provenienti da molti paesi europei – io
ricordo molti conoscenti e amici italiani – accorsero ad utilizzare le strutture inglesi le quali
offrivano gratuitamente a tutti, anche agli stranieri, le loro prestazioni in ogni campo, dalla chirurgia
alla odontoiatria. Gli eccessi prima o dopo si pagano, come affermava Aristotele, e soprattutto il
mio economista preferito, Adam Smith, spesso citato a sproposito dai liberisti odierni.
3. UNA FUORVIANTE INTERPRETAZIONE DI ADAM SMITH
Smith era nemico di ogni sorta di cartelli e monopoli, eppure oggi la sua apologia viene fatta
anche da chi ha organizzato cartelli terrificanti e monopoli spaventosi. Non è vero, inoltre, che il
grande economista scozzese fosse un sostenitore del laissez-faire come dogma, concezione questa
che si affermò con gli economisti neoclassici. Chi fa simili dichiarazioni dimostra di aver letto, al
massimo, il primo capitolo della Ricchezza delle nazioni, che tratta della divisione del lavoro
manifatturiero e dei miglioramenti che essa può realizzare in termini di aumento della produttività 
attraverso il famoso esempio della fabbricazione degli spilli. Nel libro quarto della Ricchezza delle
nazioni, dopo aver parlato delle spese per la difesa e per la giustizia, Smith affronta il discorso
relativo alla «spesa per le opere pubbliche e per le pubbliche istituzioni». E’ questo un campo assai
vasto dell’intervento pubblico dettato dalla necessità  per lo Stato «di erigere e mantenere quelle
pubbliche istituzioni e quelle opere pubbliche le quali, benché possano essere molto vantaggiose ad
una grande società, sono tuttavia di una natura tale che le entrate non potrebbero mai coprire la
spesa a qualsiasi individuo o piccolo gruppo di individui, e che perciò non si potrebbe attendere che
venissero erette o mantenute da un singolo individuo o da un piccolo numero di individui» (Smith,
1973, p. 681). Esse riguardano, da un lato, quelle opere pubbliche che sono necessarie per favorire
il commercio in generale (buone strade, ponti, canali navigabili, porti ecc.) e, dall’altro,
«l’educazione della gioventù e l’istruzione delle persone di ogni età ». In particolare, l’esigenza di finanziare integralmente o in parte l’istruzione viene messa in relazione al fatto che con il
progredire della divisione del lavoro, di cui Smith era uno strenuo difensore, «l’occupazione della
maggioranza di coloro che vivono del lavoro, ossia la massa della popolazione, si restringe
progressivamente a poche operazioni molto semplici, e spesso ad una sola o due operazioni»
(Ibidem, p. 712). Di conseguenza, nota Smith – l’uomo che trascorre la sua vita nel compiere poche
semplici operazioni «non ha alcuna occasione di esercitare la sua intelligenza o la sua inventiva […]
perde le sue facoltà  ed in generale diventa stupido e ignorante […], incapace di gustare o gustare o
prendere parte ad una conversazione razionale, ma anche di concepire un sentimento generoso».
Smith è favorevole all’istruzione elementare gratuita per tutti – una proposta rivoluzionaria per quei
tempi – e a un sostegno pubblico per scuole di ordine superiore. Pertanto non deve apparire
sorprendente se un economista, il dottor Dow, in occasione di un dibattito sul “Financial Times”,
riprendendo le considerazioni e le proposte fatte, in particolare – ma non esclusivamente – nel
capitolo nono del libro quarto della Ricchezza delle nazioni, pervenisse alla conclusione che, sulla
base del suo sistema teorico, lo stesso stato sociale sarebbe stato considerato con favore da Smith se
egli fosse vissuto ai nostri tempi: è una tesi forzata ma non folle. Inoltre troviamo in Smith una serie
di critiche verso i capitalisti per i loro rapporti con i lavoratori e per la loro ricerca di protezioni e di
posizioni monopolistiche.
Una studiosa di storia economica, Emma Rothschild (1992), compagna del famoso economista e
filosofo indiano Amartya Sen, ha dimostrato (e la cosa mi ha stupito in quanto essendo
“smithologo”, non ne ero a conoscenza) che per circa dieci anni Adam Smith è stato considerato in
Gran Bretagna un pericoloso sovversivo ed emarginato per l’accusa, che gli veniva mossa, di essere
amico degli illuministi francesi che avevano contribuito a preparare, sul piano culturale, la
rivoluzione francese. Veniva biasimato inoltre per essere amico di Voltaire e per le dure critiche,
certamente giustificate dati i tempi, rivolte nei confronti delle Chiese e delle organizzazioni
religiose.
4. LA CRISI DEL “WELFARE”
Gli eccessi di generosità  che hanno caratterizzato il modello inglese di welfare hanno portato a
delle gravi conseguenze in termini di spesa sociale favorendo, al tempo stesso, i critici e i liberisti
moderni. Conseguenze particolarmente gravi si sono prodotte in Italia, a causa dell’impianto meno
coerente del nostro sistema di protezione sociale e del terreno più scivoloso e corruttibile sul quale
ha proceduto la politica sociale italiana in questo dopoguerra. Ernesto Rossi (1977) si era accorto
molto presto di ciò, e io stesso me n’ero accorto, in gran parte per merito suo. La realtà, come
abbiamo successivamente potuto constatare, era purtroppo peggiore delle più pessimistiche
aspettative e ogni giorno vengono alla luce fatti nuovi, che arricchiscono un quadro già  di per sé
preoccupante. Su questo quadro, e su come esso si è andato configurando, dobbiamo riflettere
attentamente e in maniera sistematica come opportunamente fa il Rapporto dell’Iridiss-Cnr (1995)
nella parte dedicata alla ricostruzione storica del modello italiano di welfare dall’Unità  d’Italia ai
nostri giorni.
Mi vorrei soffermare ora, in particolare, su quanto avvenne nel periodo di governo del centrosinistra
anche per la testimonianza diretta che ne posso dare. Pur non essendo mai stato iscritto a un
partito politico, a quel tempo ero considerato un simpatizzante del Psi, anche se poi sono diventato
– per usare una battuta di Enzo Biagi – un antipatizza nte socialista. Questo passaggio, nel mio
atteggiamento politico, è avvenuto ormai da molto tempo; oggi è uno sport molto diffuso; la censura nei confronti del Psi si è esercitata, infatti, in forme eccessive e ha finito per colpire anche persone
per le quali il socialismo rappresentava un alto valore ideale da perseguire con rigore.
Se includiamo il periodo preparatorio, la coalizione di centro-sinistra, in senso proprio, dura, con
fasi alterne, non più di dieci anni. In questo periodo le maggiori realizzazioni sono costituite dalla
creazione della scuola media unica e dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica. Nel progetto di
nazionalizzazione fui coinvolto – non in quanto politico ma come intellettuale ed economista – da
Antonio Giolitti, che fu poi ministro del Bilancio, un uomo per il quale ho sempre nutrito una
grande stima. Nazionalizzare l’energia elettrica ha consentito, dal punto di vista economico, di
unificare l’intera rete elettrica nazionale realizzando economie di scala che in questo settore sono
molto importanti. Studi non partigiani hanno dimostrato che l’andamento dell’azienda
nazionalizzata nel corso di questi anni è stato molto positivo e l’energia italiana, per ciò che attiene
a livelli di efficienza, di produttività  e tariffari, non solo regge il confronto ma si colloca ai primi
posti sul piano internazionale. In questi ultimi tempi si è progettato di privatizzare l’Enel, progetto
al quale – e non sembri una contraddizione – non sonò contrario. Il fatto è che storicamente le
condizioni cambiano. La privatizzazione può consentire all’Enel di sfuggire al rischio di una
gestione politico-clientelare, rischio gravissimo per un’azienda pubblica. Mantenere un alto
standard di efficienza nell’Enel è stato possibile per tutto il periodo della presidenza Angelini, un
tecnico poco interessato ai legami politici ed esclusivamente preoccupato dello sviluppo e del buon
andamento dell’azienda che dirigeva. Il problema sarà  dunque quello di far sì che con la
privatizzazione non si abbassi lo standard dinamico dell’azienda. Le vicende dell’Enel stanno
dunque a dimostrare come non sia impossibile conciliare una corretta gestione ed efficienza
aziendale con una conduzione pubblica di attività  economica. Il rischio maggiore, lo ripeto, va
ricercato non nella titolarità  della proprietà  quanto negli inquinamenti che dalle interferenze
partitiche possono derivare: spesso, infatti, i partiti di mimetizzarsi????? da Stato rivendicando per
se stessi, e a proprio vantaggio, il compito di esprimere gli interessi ge nerali del paese. Un esempio
particolarmente significativo lo ritroviamo nella concezione dello Stato etico di cui il fascismo si
fece interprete. Anche in questo caso ci troviamo di fronte al processo mimetico di un partito – anzi
di un partito unico che non ammetteva opposizione – che si fa Stato con la benedizione di grandi
filosofi di ascendenza culturale tedesca.
Nel periodo del centro-sinistra vi sono state riforme che hanno avviato il sistema di protezione
sociale. Queste misure, però, non provocarono squilibri nel bilancio dello Stato; esse non furono la
conseguenza di una tendenza a spendere troppo, e in modo irresponsabile, dei socialisti dell’epoca;
questi ultimi non avviarono, come invece da alcune parti è stato sostenuto, quella crescita del deficit
pubblico destinato poi a ingigantirsi, precipitando come una slavina: in quel periodo il deficit
pubblico rimase contenuto. Il processo degenerativo ha inizio – come è ormai documentato – con il
governo di centro-destra di Andreotti (primo ministro) e di Malagodi (ministro del Tesoro),
formatosi all’indomani delle elezioni del 1972. Fu questo Governo a introdurre le baby-pensioni e a
promuovere lo “scivolo”, con liquidazioni straordinariamente elevate per gli alti burocrati, e
l’impoverimento qualitativo della pubblica amministrazione a causa dell’uscita di persone di grande
esperienza. Non ci si può sorprendere se un politico spregiudicato come Giulio Andreotti abbia
assunto l’iniziativa di intraprendere una strada così avventurosa; sorprende, e non poco, che il
liberale Malagodi, che aveva una notevole competenza in campo economico, tenesse sacco e
bordone ad Andreotti in materia di spesa facile.
In un breve saggio che sarà  pubblicato fra breve, ho ricostruito l’esperienza della stagione della
programmazione economica in Italia nel periodo del centro-sinistra, quando al ministero del
Bilancio c’era Antonio Giolitti, rimasi poi con i suoi immediati successori, fino al momento in cui, col governo Andreotti del 1972, venne nominato sottosegretario al Bilancio Salvo Lima; in
quell’occasione mi dimisi dal Comitato tecnico scientifico per la programmazione economica nel
quale ero stato nominato da Giolitti.
5. ASPETTI CRITICI DEL WELFARE STATE ITALIANO
Come sappiamo, al crescente debito pubblico si devono la crisi del welfare state e le misure, in
genere assai dolorose, di ridimensionamento delle prestazioni a suo tempo previste. Tali
provvedimenti spesso non hanno, per le ben note ragioni sociali e politiche, quella incisività  che
sarebbe necessaria. Un esempio di questo tipo si è avuto in Italia con la recentissima riforma del
sistema pensionistico. E’ questo un caso di riforma parziale, inadeguata, che negli anni futuri
richiederà  una modifica sulla base di un impianto coerente. Per salvare quanto va salvato dello stato
sociale – ed è molto – occorre riconsiderare, però, in tempi brevi (due o tre anni), i vari istituti della
protezione sociale e non solo il sistema pensionistico.
Per quanto riguarda la sanità, penso che in questo settore sono riscontrabili gli esiti peggiori della
stagione delle riforme avviate dal centro-sinistra. La realizzazione delle Usl si è dimostrata deleteria
per il modo in cui queste istituzioni sono state organizzate e, ancor più, per come sono state gestite.
Le leggi istitutive hanno previsto una loro utilizzazione con rimborso a piè di lista, senza bilanci
preventivi ne vincoli relativi alle diverse voci di bilancio. Si è trattato di un’applicazione estensiva
della generosità  inglese e dell’universalismo praticato da quel sistema.
Un altro aspetto deleterio conferma la concezione che ha presieduto alla gestione clientelare delle
Usl. Esso riguarda il criterio partitico-spartitorio (e qui non ci sono innocenti) con cui è avvenuta la
nomina dei dirigenti (promossi manager dal ministro De Lorenzo), i quali il più delle volte non
avevano altro merito se non quello di possedere la tessera del partito che li candidava. Gli stipendi
ad essi attribuiti – dai 12 ai 18 milioni al mese – sono da considerare scandalosi. Ho ripetutamente
denunciato questo scandalo, ma non ho mai ricevuto né rettifiche né risposte.
Ci sono anche nella sanità  isole di efficienza; ma non di rado le prestazioni sanitarie sono di
cattiva qualità  e lo spreco di mezzi è grave sia per i tempi relativi alle degenze sia per la
sottoutilizzazione delle strutture, compresi taluni ospedali. I rapporti che annualmente dovrebbero
essere presentati sull’attività  di gestione della sanità  sono largamente incompleti e non consentono
quindi di comprendere quale sia la reale situazione e gli specifici problemi di questa fondamentale
istituzione del sistema di sicurezza sociale. E’ da irresponsabili opporsi ciecamente all’introduzione
o all’aumento dei ticket. Va riconosciuto che il ticket – anche il più modesto, quello che copre cioè
solo una piccola parte del costo – ha, oltre alla funzione di contenimento della spesa sanitaria, una
importante funzione educativa, in quanto insegna che non c’è nulla di gratuito al mondo. I percettori
di redditi più elevati rispetto alla media, poi, dovrebbero pagare, in buona parte o interamente, i
costi relativi alle analisi e ai ricoveri. Questo è un problema che mi tocca direttamente in quanto
appartengo a questa fascia di reddito e, quindi, se un criterio quale quello da me suggerito venisse
adottato dovrei sopportare direttamente e quasi interamente le spese sanitarie. L’onere annuale di
110.000 miliardi, cui viene stimata la spesa sanitaria, un onere che tende a crescere
progressivamente, non è sopportabile. La via maestra consiste nella riforma strut turale del sistema
che va avviata creando subito un “commando” presso il ministero della Sanità, cioè un gruppo
formato da giovani preparati e dinamici e diretto da un valido manager, in grado di utilizzare
l’esperienza di altri paesi. Il “commando” dovrebbe svolgere indagini sul campo, concentrando
l’esame su alcuni grandi problemi che non possono essere affrontati a Roma a tavolino; tra questi problemi c’è quello della durata delle degenze e quello degli inutili tempi di attesa. Qui può
soccorrere l’aiuto dell’autorità  per l’informatica nella pubblica amministrazione.
Oltre ai tagli da apportare sul piano dei finanziamenti al sistema sanitario e alla riduzione di
costi realizzabile attraverso la razionalizzazione dell’intero sistema, occorre approfondire altri due
elementi che possono consentirci ulteriori progressi sul piano del risanamento di questo
fondamentale comparto. Il primo lo troviamo nell’esperienza inglese. Si tratta di un esperimento
promosso dalla signora Thatcher, la cui attività  politica e di statista non si è ridotta esclusivamente a
fare la guerra alle Trade Unions (attività  nella quale ha conseguito indubbi risultati) e a predicare la
fine dello stato sociale (che invece si è dimostrato un obiettivo al di fuori della sua portata). La
“Lady di ferro”, infatti, ha dovuto realisticamente riconoscere che sarebbe stata, questa, una
battaglia perduta in partenza in quanto il welfare state fa ormai parte delle istituzioni inglesi.
L’esperimento di cui parlavo riguarda il tentativo di rendere più efficienti e meno costose quelle
strutture pubbliche che non poteva sopprimere. Esso consiste nell’introduzione di meccanismi
competitivi e di mercato. Ciò è concretamente possibile anche se non è facile confrontare elementi –
al di là  dell’apparenza – tra loro poco omogenei giacché si devono prendere in considerazione, per
esempio, terapie sofisticate o operazioni chirurgiche, ciascuna delle quali non è mai uguale, per
complessità  e gravità, a nessun’altra. Malgrado queste difficoltà, l’esperimento va avant i e si
incominciano ad avere i primi risultati positivi. Si può dunque pensare a un complesso integrato di
interventi che, rendendo più efficiente il nostro sistema sanitario, avrebbero l’effetto di ridurne
notevolmente il costo. Secondo uno studio recente, se tutte le regioni italiane spendessero, in
proporzione alla popolazione e a parità  dei servizi prestati, come la Lombardia – che pure non
rappresenta un modello eccelso di efficienza e trasparenza in materia, come Tangentopoli ha
dimostrato – si avrebbe un risparmio prossimo al 10%, corrispondente, a livello nazionale, a circa
10.000 miliardi. Si potrebbe, quindi, ipotizzare di mettere un tetto alle spese delle regioni fissato in
maniera omogenea, applicando quale parametro il costo per cittadino proprio della Lombardia.
Naturalmente tutto ciò non è possibile finché non ci sarà  una conoscenza approfondita della
condizione sanitaria in Italia documentata attraverso rapporti analitici che utilizzino le indagini del
“commando” e affrontino in profondità  i capitoli fondamentali del sistema, dagli ospedali ai
farmaci, dalla medicina di base alle varie forme di assistenza previste e regolamentate: un lavoro
che consenta di andare alla radice dei disservizi, degli sprechi, delle disfunzionalità, degli abusi, per
tagliare quanto c’è da tagliare e valorizzare gli elementi più importanti e significativi.
Sono quelli delle pensioni e del sistema sanitario i due problemi più difficili che le forze
politiche – e in particolare lo schieramento di sinistra – sono chiamate ad affrontare. Ciò che
dovrebbero fare è di realizzare, con visione moderna, un impianto pubblico-privato come sola
risposta alla crisi dello stato sociale. Ciò vuoi dire porre in termini concreti da un lato la questione
delle pensioni integrative – che hanno dato risultati positivi in molti altri paesi ad iniziare dalla Gran
Bretagna – e, dall’altro lato, quella di una struttura sanitaria privata parallela e competitiva rispetto
a quella pubblica. Certamente questa nuova impostazione comporta dei rischi. In particolare c’è il
rischio di speculazioni, tanto più grave in quanto è in gioco la salute, cioè il bene supremo degli
individui. Dopo aver preso atto dei pericoli e dei rischi occorre però affrontarli cercando di ridurre
al minimo le possibili conseguenze negative dell’apertura di questi settori all’iniziativa privata,
attraverso l’introduzione di regole per quanto possibile semplici ed efficaci.
Il problema delle regole appare, in questi casi, di fondamentale importanza in quanto esse
devono servire a porre i paletti per definire i comportamenti dei soggetti implicati. Le regole devono
essere stabilite attraverso l’intervento legislativo – come suggeriva Luigi Einaudi – riducendo al
minimo l’azione discrezionale degli organi amministrativi; la discrezione può aprire le porte ad abusi e alla corruzione. Queste deviazioni, questi aggiramenti, come fu posto in evidenza nel corso
di un dibattito tra esperti di diritto in materia di pubblici appalti, svoltosi alcuni anni fa a Palermo,
possono essere rese possibili oltre che da inefficienza burocratica, anche da regole predisposte
maliziosamente dalle stesse leggi.
Le riforme debbono operare in profondità  se si vuole salvare lo stato sociale nelle sue funzioni
essenziali, togliendo ogni alibi a quanti vorrebbero smantellarlo. E’ necessaria, innegabilmente, una
forte determinazione per uscire da un costume che si è venuto a radicare nel nostro paese dove,
ormai, i modelli di riferimento, le persone ammirate e invidiate sono quelle che ottengono successo
e ricchezza in poco tempo mediante comportamenti spregiudicati se non delinquenziali. Quanti
hanno come loro impegno l’interesse pubblico sono invece considerati persone stravaganti. Questa
è la realtà  dalla quale dobbiamo partire. Lo scorso anno, nel corso di un dibattito negli Stati Uniti,
un sociologo tedesco, Hans Betz, ha sostenuto che gli italiani non potevano recriminare sulla qualità 
della loro classe politica, sia pure discutibile e composta di numerosi affaristi privi di scrupoli, dal
momento che essa rappresenta la proiezione naturale di un elettorato composto prevalentemente da
evasori fiscali, percettori indebiti di pensioni, violatori – tra una sanatoria e l’altra – di norme
urbanistiche. L’argomentazione del sociologo tedesco nei confronti degli italiani può essere
riassunto nei seguenti termini: «Siete un popolo di avventurieri che tende a legittimare i
comportamenti illegali e, per queste ragioni, intenzionalmente promuovete una classe politica in
sintonia con il vostro modo di operare. Di conseguenza le vostre recriminazioni sono pura
ipocrisia». Quel sociologo forzava paradossalmente il suo discorso per renderlo più evidente, ma in
quanto diceva sappiamo che c’è parecchio di vero. La riprova l’abbiamo ogni giorno in tutti i
campi, compreso quello universitario dove però va fatta una graduatoria: il peggio del peggio si
trova a Medicina, il meglio del meglio sta a Fisica, anche se a Fisica non è tutto oro quello che
riluce e, a Medicina, ci sono docenti per bene, per quanto possa sembrare strano. In effetti ci sono;
settori in cui sono numerosi gli individui dotati di un forte senso civile i quali, per la loro
correttezza e serietà, proprio perché non sono disposti a piegarsi a compromessi e ad accettare la
logica delle cordate, vengono spesso intimiditi ed emarginati: psicologicamente frustrati,
professionalmente penalizzati. Non tutto è marcio nel regno di Danimarca. Nella storia delle società 
a rari periodi caratterizzati da forti tensioni ideali si alternano periodi più oscuri quale quello che
stiamo attraversando. Esso è frutto delle degenerazioni e degli sconvolgimenti che si sono avuti in
questo difficile passaggio politico in cui, malgrado quanto è avvenuto, stenta a realizzarsi il
rinnovamento della nostra classe politica e si assiste spesso a un cambio di casacche.
Non bisogna farsi troppe illusioni; tuttavia il pessimismo totale sarebbe un atteggiamento
sbagliato in quanto porterebbe a un completo scetticismo sulla possibilità  di modificare la società  in
cui ci troviamo ad operare. Dobbiamo invece fare affidamento oltre che su noi stessi, sulle
tradizioni culturali e di civiltà  del nostro paese. Non dobbiamo disperare sulle possibilità  di risalire
la china e di rimodellare, per salvaguardarlo, il nostro stato sociale. Risalire la china è arduo, ma è
possibile.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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SYLOS LABINI P . (1977), Introduzione a E. Rossi, Abolire la misera, Laterza, Roma-Bari.

Paolo Sylos Labini
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