paolo-leon-01La seconda delle tre interviste è stata rivolta a Paolo Leon, Professore Emerito di Economia Pubblica all’Università  di Roma Tre.

D. Le questioni dello sviluppo e delle politiche industriali vanno crescendo d’importanza nel dibattito  politico, anche in relazione al permanere di una situazione economica molto pesante. Le parole “politiche keynesiane” sono tornate ad avere una ragion d’essere.

E’ un passaggio positivo ma del tutto insufficiente e c’è il rischio che, come per la parola “riforma”, anche in questo caso ognuno intenda qualcosa di diverso da quello che intende un altro .

Vogliamo incominciare cercando una breve definizione di questa politica keynesiana letta ed interpretata alla luce della situazione nazionale attuale?

R. La crisi mondiale in corso è in origine una crisi di domanda; lo stesso peggioramento di lungo periodo della distribuzione del reddito e il ritiro di molti Stati dalle politiche keynesiane sono elementi della crisi. Così la semplice giustapposizione di politiche industriali e di ricerca, mentre non cambia nulla nel quadro recessivo da domanda, che non trova sollievo nelle politiche fiscali dello Stato, diventano politiche di offerta e devono sottostare agli equilibri di bilancio. Certo, se le politiche industriali avessero efficacia sulla domanda interna ed estera, allora diventerebbero politiche di domanda. Non sappiamo quali politiche possono avere questi effetti: si uscì dal 1937 con il riarmo, tipica politica industriale dai grandi effetti macroeconomici: se avessimo davanti un’innovazione di sistema da realizzare, come fu la guerra, allora le politiche industriali diventano keynesiane. Negli anni che hanno seguito la rivoluzione informatica- una vera, grande innovazione di sistema- non si è creata una politica pubblica efficace per ottenere da quell’innovazione una crescita del PIL attraverso politiche pubbliche. La mancata omologazione di linguaggi, hardware bislacchi, ricerca finalizzata al brevetto e alla rendita, la formazione di oligopoli, sono tutti effetti di una trasformazione lasciata a se stessa (ma assistita da una finanza altrettanto anarchica). Non voglio esagerare, ma la guerra è una politica necessitata, perché perseguita da Stati in conflitto, e ciò significa che nessuno Stato può immaginare una trasformazione innovativa delle industrie (variamente definite) se non c’è qualche soggetto internazionale da battere. L’Italia non ha un’innovazione pronta, e l’inseguimento, pur sempre una politica keynesiana se pubblica, forse è tardivo.

D. Dunque un piano di finanziamenti pubblici – tali da agevolare anche il finanziamento privato ma senza attenderli – in grado di correggere i difetti e le difficoltà  del sistema economico. Questi interventi possono rispondere quindi a due esigenze di partenza:  quantitative e/o qualitative. Nel caso del nostro paese le esigenze riguardano entrambi gli aspetti dal momento che si è verificato un calo molto forte degli investimenti, ma anche al fatto che sino a pochi anni fa i nostri investimenti industriali erano del tutto in linea e spesso superiori a  quelli dei paesi nostri partner, ma con esiti, sul piano della competitività  e dell’occupazione, del tutto insufficienti. Un esito qualitativo che sarebbe da evitare accuratamente

Se questo è il quadro – e prima ancora di arrivare alle questioni del reperimento delle risorse finanziarie necessarie – quali sono i presupposti o i problemi preliminare da risolvere per attuare una politica di investimenti necessariamente selettiva e, quindi, nelle direzioni conseguenti ? . E queste direzioni si possono già  indicare in termini ancora generali e quali potrebbero essere? O, forse, è più corretto iniziare indicando le condizioni che occorre rispettare per rendere efficaci quelle scelte e quindi quegli investimenti ?

In sostanza poiché non è automatico in una economia aperta ed integrata, sviluppare la crescita e insieme l’occupazione, aumentando la domanda interna,  come occorre attrezzarsi e prepararsi?

R. La domanda sta dunque su quale innovazione incamminarsi. Nel nostro passato ci sono state decisioni rilevanti: siderurgia, chimica, nucleare, tutte con formidabili effetti keynesiani (e leonteviani) e senza reale aggravio finanziario (il debito nasce quando si è cominciato a dismettere). Questa scelta mi sembra inevitabile, altrimenti si lascia a Eataly il compito di tracciare la politica industriale. Non so come si faccia a individuare uno o più sentieri di innovazione di sistema, ma varrebbe la pena radunare esperti e formare un quadro di dove dirigersi. Qualche anno fa avrei detto la “green economy”, ma si è frazionata tra diversi modi di sfruttare l’energia naturale, per farsi poi annulla dal fracking”¦

D. Dopo la stagione “poco fortunata” delle riforme del mercato del lavoro,  si stanno cercando cause più convincenti e dimostrabili del nostro declino, un processo negativo che nasce e si protrae da ben prima della crisi internazionale. Anche il recupero recente di un valore positivo della nostra bilancia commerciale è il frutto di una riduzione delle nostre importazioni, più che di un aumento delle esportazioni. La nostra scarse e calante competitività, che ormai viene chiamata in causa per giustificare le riforme, secondo te da cosa dipende?  E come andrebbe combattuta?

R. La competitività  nasce dall’innovazione non dalla riduzione dei costi del lavoro che abbassa la domanda interna e annulla il vantaggio dell’innovazione. Non ho mai rinunciato a sostenere che è la bassa crescita che riduce la produttività, e non viceversa, e dunque i costi del lavoro non c’entrano. Se le imprese pensano di vincere la competizione, su prodotti standard, abbassando capacità  produttiva e occupazione, sono destinati alla chiusura.

D. A  fronte della crisi e delle difficoltà  nella costruzione dell’Unione europea – a parte i distruttori dell’Unione – molti si rivolgono verso ipotesi di una maggiore integrazione,  incominciando dalla politica finanziaria, dalle politiche per l’occupazione, da una ancora incerta interpretazione della flessibilità  dei vincoli di bilancio.

Ma in linea generale le difficoltà  dell’Unione stanno anche e in buon misura nei divari economici e sociali esistenti tra paesi che traducono storie molto diverse. Una  maggiore ampiezza delle politiche comunitari attraverso la sola flessibilità, se non prevede e non indica esplicitamente il superamento di questi divari, potrebbe non avere alcun effetto positivo, ma potrebbe, invece, riprodurre e, forse, accrescere quelle divergenze. L’esperienza del nostro Mezzogiorno dovrebbe farci riflettere. Se poi quegli obiettivi del superamento dei divari nello dello sviluppo non vengono nemmeno espressi, sembra difficile indicare quali strumenti e quali riforme dovrebbero portare a quello sviluppo che, a parole, sembra che nessuno intenda negare. Secondo te è in questo senso che occorre interpretare le parole del nostro Primo Ministro quando afferma che le riforme le dobbiamo fare noi e non perché ce le domanda l’Unione? E quali riforme rispondono maggiormente a questo obiettivo?

R. L’Unione Europea ha bisogno di integrazione, ma soprattutto di una nuova teoria economica. Vedo che si parla (anch’io l’ho fatto) di European clearing union, per evitare i divari nelle bilance dei pagamenti e, come conseguenza, nei redditi. Ma non basterebbe, se poi ciascun paese è obbligato al pareggio di bilancio. Una volta pensavo che il parlamento europeo potesse trasformarsi in pallacorda, ma il piccolo progresso fatto non concorda con la gravità  della crisi. Questo mostra che il pensiero conservatore europeo è ancora fortissimo e colpisce sia la destra sia la sinistra – persino quella scapigliata. Le nostre riforme, alcune utili altre stupide e superficiali, e le spending review (ignorando che ridurre la spesa è una politica non meno complesso del suo aumento) aiutano a rafforzare la cultura conservatrice e familistica dell’Unione. Non mi lamento dell’attuale governo italiano, perché anche tutti i precedenti avevano gli occhi bendati. C’è un caso eclatante che illustri il fallimento del “credo” europeo? Certo, è la disoccupazione di massa che, come si vede non impressiona i decisori né ne mette in dubbio le teorie.

D. L’ultima domanda si riferisce alla questione delle risorse finanziarie. Credo che su un aspetto quantitativo si è tutti d’accordo e cioè sul fatto che non avrebbe senso programmare una politica keynesiana dosandola con il contagocce. Investimenti calibrati in dosi omeopatiche equivarrebbero non ad un fallimento ma ad un fallimenti ed ad uno spreco insieme. Detto questo come e dove reperire le risorse necessarie “¦.?  

R. Il problema delle risorse finanziarie è inesistente, se si guarda all’oceano di liquidità  creato di recente dalle banche centrali. Cosa fare con questa è il problema. Gli USA destinano la liquidità  in parte all’economia – e crescono un po’ – in parte alla finanza per riempire il vuoto lasciato dal deprezzamento dei titoli dopo la crisi – che, infatti, si sono ripresi a di là  di qualsiasi ragione di crescita economica. La speculazione asciuga la liquidità, non l’investimento pubblico. Il problema delle risorse è creato dalle teorie europee, non da scarsità  reali.

Redazione
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