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Abbiamo sottoposto l’intervista sulle politiche per uscire dalla crisi – precedentemente fatta a Paolo Guerrieri, Paolo Leon e Alessandro Roncaglia – a Danilo Barbi, Segretario Confederale CGIL e responsabile per le politiche macroeconomiche, politiche dello sviluppo, fisco e ambiente.

D. Le questioni dello sviluppo e delle politiche industriali vanno crescendo d’importanza nel dibattito  politico, anche in relazione al permanere di una situazione economica molto pesante. Le parole “politiche keynesiane” sono tornate ad avere una ragion d’essere.

E’ un passaggio positivo ma del tutto insufficiente e c’è il rischio che, come per la parola “riforma”, anche in questo caso ognuno intenda qualcosa di diverso da quello che intende un altro .

Vogliamo incominciare cercando una breve definizione di questa politica keynesiana letta ed interpretata alla luce della situazione nazionale attuale?

R. E’ vero che c’è un ritorno di Keynes, di fronte all’evidenza della disoccupazione di massa, ma è altrettanto vero che molti si oppongono a questo ritorno che io giudico inevitabile se vogliamo risolvere la crisi. La crisi è difatti, come tutte le “grandi crisi”, una crisi di domanda, una crisi di sovrapproduzione. E’ la crisi del debito privato; questa è stata la vera causa della crisi. Si è usato per lungo tempo il debito privato per compensare la mancata redistribuzione degli aumenti di produttività. Aumenti di produttività  che se ne andavano verso la concentrazione finanziaria. Per uscire dalla crisi quindi occorre una politica di sostegno alla domanda aggregata. Ovviamente, come tutte le “grandi crisi”, questa è anche una crisi di un modello di sviluppo: quindi anche una crisi di un modello di produzione e di consumo. C’è quindi bisogno di una politica economica espansiva che abbia il fine di far crescere nuovi settori economici. Una politica della domanda, inevitabilmente pubblica, per creare nuova offerta sia privata che pubblica.

D. Dunque un piano di finanziamenti pubblici – tali da agevolare anche il finanziamento privato ma senza attenderli – in grado di correggere i difetti e le difficoltà  del sistema economico. Questi interventi possono rispondere quindi a due esigenze di partenza:  quantitative e/o qualitative. Nel caso del nostro paese le esigenze riguardano entrambi gli aspetti dal momento che si è verificato un calo molto forte degli investimenti, ma anche al fatto che sino a pochi anni fa i nostri investimenti industriali erano del tutto in linea e spesso superiori a  quelli dei paesi nostri partner, ma con esiti, sul piano della competitività  e dell’occupazione, del tutto insufficienti. Un esito qualitativo che sarebbe da evitare accuratamente

Se questo è il quadro – e prima ancora di arrivare alle questioni del reperimento delle risorse finanziarie necessarie – quali sono i presupposti o i problemi preliminare da risolvere per attuare una politica di investimenti necessariamente selettiva e, quindi, nelle direzioni conseguenti ? . E queste direzioni si possono già  indicare in termini ancora generali e quali potrebbero essere? O, forse, è più corretto iniziare indicando le condizioni che occorre rispettare per rendere efficaci quelle scelte e quindi quegli investimenti ?

In sostanza poiché non è automatico in una economia aperta ed integrata, sviluppare la crescita e insieme l’occupazione, aumentando la domanda interna,  come occorre attrezzarsi e prepararsi?

R. Il Piano del lavoro presentato dalla Cgil prevede due pilastri di fondo. Una politica dell’innovazione (ricerca pubblica, economia digitale, transizione energetica e green economy) e un “new deal” dei beni comuni. Intendendo con questo programmi straordinari di investimenti e di lavori pubblici nei settori dei beni ambientali (sicurezza del territorio, sicurezza delle abitazioni e delle sedi istituzionali, bonifiche e disinquinamento “¦), dei beni culturali (valorizzazione dell’insieme dei beni culturali ed artistici costruendo nuove imprese culturali e nuove forme di turismo anche internazionale), dei beni sociali (a partire dai bisogni dell’infanzia e della non autosufficienza). Questa politica da una parte migliorerebbe la produttività  del sistema dall’altra parte sosterrebbe nuovi settori e nuova occupazione in forme che non possano essere né esposte alla concorrenza internazionale (il territorio è nel territorio) né sostituite tecnologicamente (il lavoro sociale è un grande moltiplicatore economico che risponde a bisogni inespressi).

D. Dopo la stagione “poco fortunata” delle riforme del mercato del lavoro,  si stanno cercando cause più convincenti e dimostrabili del nostro declino, un processo negativo che nasce e si protrae da ben prima della crisi internazionale. Anche il recupero recente di un valore positivo della nostra bilancia commerciale è il frutto di una riduzione delle nostre importazioni, più che di un aumento delle esportazioni. La nostra scarse e calante competitività, che ormai viene chiamata in causa per giustificare le riforme, secondo te da cosa dipende?  E come andrebbe combattuta?

R. La scarsa competitività  del sistema italiano è innanzitutto una responsabilità  del sistema delle imprese nazionale e dalla mancanza di lungo periodo di una politica industriale degna di questo nome. La situazione delle imprese italiane potrebbe essere definita dallo slogan “medio è bello”. La marea delle piccole imprese non consorziate sono un problema nei nuovi scenari competitivi; la grande impresa privata è ormai rara e vive di finanziarizzazione e di prepotenza (vedi caso Fiat). Sono solo le medie imprese di qualità  che hanno un alto valore aggiunto che sorreggono, da sole, la competitività  nazionale sui mercati internazionali. Una competitività  spesso di qualità. Ma sono l’eccezione nel nostro sistema di impresa.

D. A  fronte della crisi e delle difficoltà  nella costruzione dell’Unione europea – a parte i distruttori dell’Unione – molti si rivolgono verso ipotesi di una maggiore integrazione,  incominciando dalla politica finanziaria, dalle politiche per l’occupazione, da una ancora incerta interpretazione della flessibilità  dei vincoli di bilancio.

Ma in linea generale le difficoltà  dell’Unione stanno anche e in buon misura nei divari economici e sociali esistenti tra paesi che traducono storie molto diverse. Una  maggiore ampiezza delle politiche comunitari attraverso la sola flessibilità, se non prevede e non indica esplicitamente il superamento di questi divari, potrebbe non avere alcun effetto positivo, ma potrebbe, invece, riprodurre e, forse, accrescere quelle divergenze. L’esperienza del nostro Mezzogiorno dovrebbe farci riflettere. Se poi quegli obiettivi del superamento dei divari nello dello sviluppo non vengono nemmeno espressi, sembra difficile indicare quali strumenti e quali riforme dovrebbero portare a quello sviluppo che, a parole, sembra che nessuno intenda negare. Secondo te è in questo senso che occorre interpretare le parole del nostro Primo Ministro quando afferma che le riforme le dobbiamo fare noi e non perché ce le domanda l’Unione? E quali riforme rispondono maggiormente a questo obiettivo?

R. Per prima cosa circa la questione dell’integrazione europea va detto che nessuna grande area economica del mondo (Cina, Stati Uniti, “¦) ha o potrebbe avere la stessa produttività  per abitante al proprio interno. Le differenziazioni sono inevitabili su scale geografiche e mercati così grandi. Il problema è che l’area europea ha una moneta unica che è una moneta incompiuta non avendo una banca di ultima istanza che difenda tutti gli stati appartenenti alla moneta dai mercati finanziari. Questo problema esisteva fin dall’inizio ma, prima della crisi, era coperto da una fase di falsa crescita ma comunque di aumento dei valori economici nominali. Con la crisi questo problema di struttura è esploso. Come seconda cosa le affermazioni del Presidente del consiglio vogliono dire che la politica europea va bene se ci concedono qualche flessibilità. Non emerge con chiarezza invece la necessità  dell’oggi: quella di creare un’alternativa. Oggi occorre una politica espansiva che torni a far crescere tutti i paesi europei sia in termini di occupazione che in termini di salari. Quando ci avvicineremo di nuovo alla piena occupazione ogni paese potrà  più facilmente curare i propri specifici problemi. Il contrario, la cosiddetta “austerità  espansiva” non poteva funzionare e non ha funzionato.

D. L’ultima domanda si riferisce alla questione delle risorse finanziarie. Credo che su un aspetto quantitativo si è tutti d’accordo e cioè sul fatto che non avrebbe senso programmare una politica keynesiana dosandola con il contagocce. Investimenti calibrati in dosi omeopatiche equivarrebbero non ad un fallimento ma ad un fallimenti ed ad uno spreco insieme. Detto questo come e dove reperire le risorse necessarie “¦.?

R. Il problema delle risorse è sempre stato un finto problema. Se alcune scelte politiche non si vogliono fare, se alcune risorse non si vogliono utilizzare, poi alla fine la soluzione rimane sempre quella di svalutare il lavoro. In Italia ci sono molte risorse poco utilizzate. La Cassa Depositi e Prestiti, i Fondi di Previdenza Complementare, potrebbero essere risorse per investimenti di lungo periodo sull’innovazione industriale e tecnologica. Le grandi aziende, con partecipazione pubblica seppur di minoranza, potrebbero e dovrebbero essere strumenti della politica industriale del paese se questa ci fosse. Le risorse delle fondazioni bancarie potrebbero essere utilizzate per nuovi progetti di politiche sociali e culturali (quel “new deal” di cui parlavamo prima). Stiamo parlando di centinaia di miliardi fra liquidità, patrimoni e valori azionari. Sempre sul piano nazionale l’Italia ha la maggior ricchezza finanziaria e immobiliare, per abitante, d’Europa. Si potrebbe quindi pensare ad una tassazione patrimoniale progressiva sui patrimoni finanziari che potrebbe essere utilizzata per finanziare piani straordinari di occupazione giovanile e femminile (anche triennale o quinquennale ma con salari dignitosi). A maggior ragione a livello Europeo la questione delle risorse, se si volesse, potrebbe benissimo non esistere. Non capisco perché la BCE possa stampare moneta per prestare mille miliardi alle banche e non per finanziare un piano europeo di investimenti innovativi in tutti i paesi dell’euro. L’aumento dell’inflazione che si avrebbe con questo aumento della massa monetaria di euro in corso legale sarebbe, in questo momento, un ulteriore fatto positivo. Difatti se veramente l’obiettivo fosse ridurre i debiti pubblici, e non invece l’uso di questo argomento per ridurre in realtà, quale vero obiettivo, la spesa pubblica, se il vero obiettivo, dicevo, fosse la svalutazione dei debiti pubblici, tutti sanno quale sarebbe la vera medicina: un aumento programmato almeno fino al 3% dell’inflazione in tutti i paesi dell’euro.

 

Redazione
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