Roncaglia Alla terza intervista risponde Alessandro Roncaglia, Professore Ordinario di Economia Politica all’Università  di Roma “La Sapienza”

D. Le questioni dello sviluppo e delle politiche industriali vanno crescendo d’importanza nel dibattito  politico, anche in relazione al permanere di una situazione economica molto pesante. Le parole “politiche keynesiane” sono tornate ad avere una ragion d’essere.

E’ un passaggio positivo ma del tutto insufficiente e c’è il rischio che, come per la parola “riforma”, anche in questo caso ognuno intenda qualcosa di diverso da quello che intende un altro .

Vogliamo incominciare cercando una breve definizione di questa politica keynesiana letta ed interpretata alla luce della situazione nazionale attuale?

R.  Keynes è stato spesso interpretato male, come se suggerisse di sostenere l’occupazione solo tramite politiche macroeconomiche fiscali e monetarie. In realtà  le politiche da lui suggerite includevano molti altri aspetti, dai progetti pubblici d’investimento a politiche dirette a ridurre l’incertezza, anche attraverso controlli sulla speculazione finanziaria che determina bolle speculative e variabilità  dei tassi di cambio, fino a specifiche politiche industriali. Nel contesto italiano sarebbero molto importanti anche interventi quali una riforma della giustizia, specie di quella civile, la cui inefficienza costituisce una pesante palla al piede alla nostra economia, come ha tante volte ricordato Sylos Labini. Insomma, con un ritorno alle origini la nozione di politiche keynesiane va interpretata in senso molto lato, come tutto ciò che aiuta a sostenere l’economia quando non si accetti l’idea di una mano invisibile che riporta automaticamente il sistema economico verso la piena occupazione.

D. Dunque un piano di finanziamenti pubblici – tali da agevolare anche il finanziamento privato ma senza attenderli – in grado di correggere i difetti e le difficoltà  del sistema economico. Questi interventi possono rispondere quindi a due esigenze di partenza:  quantitative e/o qualitative. Nel caso del nostro paese le esigenze riguardano entrambi gli aspetti dal momento che si è verificato un calo molto forte degli investimenti, ma anche al fatto che sino a pochi anni fa i nostri investimenti industriali erano del tutto in linea e spesso superiori a  quelli dei paesi nostri partner, ma con esiti, sul piano della competitività  e dell’occupazione, del tutto insufficienti. Un esito qualitativo che sarebbe da evitare accuratamente

Se questo è il quadro – e prima ancora di arrivare alle questioni del reperimento delle risorse finanziarie necessarie – quali sono i presupposti o i problemi preliminare da risolvere per attuare una politica di investimenti necessariamente selettiva e, quindi, nelle direzioni conseguenti ? . E queste direzioni si possono già  indicare in termini ancora generali e quali potrebbero essere? O, forse, è più corretto iniziare indicando le condizioni che occorre rispettare per rendere efficaci quelle scelte e quindi quegli investimenti ?

In sostanza poiché non è automatico in una economia aperta ed integrata, sviluppare la crescita e insieme l’occupazione, aumentando la domanda interna,  come occorre attrezzarsi e prepararsi?

R. La domanda è troppo complessa perché sia possibile dare una risposta breve. L’unico accenno che posso fare è alla necessità  di una politica di sostegno alla ricerca, non solo alla ricerca applicata ma anche a quella di base. Qui serve un importante rilancio della spesa pubblica: abbiamo perso anni e gradualmente questo sta spingendo l’economia italiana sempre più in basso.

D. Dopo la stagione “poco fortunata” delle riforme del mercato del lavoro,  si stanno cercando cause più convincenti e dimostrabili del nostro declino, un processo negativo che nasce e si protrae da ben prima della crisi internazionale. Anche il recupero recente di un valore positivo della nostra bilancia commerciale è il frutto di una riduzione delle nostre importazioni, più che di un aumento delle esportazioni. La nostra scarse e calante competitività, che ormai viene chiamata in causa per giustificare le riforme, secondo te da cosa dipende?  E come andrebbe combattuta?

R. Cercare una causa unica della perdita di competitività  è riduttivo. Sono importanti elementi che vanno dai ritardi nella spesa per la ricerca all’inefficienza della giustizia, dalla scarsa moralità  pubblica ai costi eccessivi della politica. Sono necessarie tante azioni di riforma: non di controriforma però. Pensare che i nostri ritardi di competitività  dipendano dallo Statuto dei lavoratori e in particolare dall’articolo 18 è una stupidaggine (piuttosto dobbiamo riconoscere che sono stati controproducenti alcuni eccessi nell’applicazione dell’art.18 da parte di una magistratura del lavoro che ha talvolta interpretato in modo troppo di parte il suo ruolo).

D. A  fronte della crisi e delle difficoltà  nella costruzione dell’Unione europea – a parte i distruttori dell’Unione – molti si rivolgono verso ipotesi di una maggiore integrazione,  incominciando dalla politica finanziaria, dalle politiche per l’occupazione, da una ancora incerta interpretazione della flessibilità  dei vincoli di bilancio.

Ma in linea generale le difficoltà  dell’Unione stanno anche e in buon misura nei divari economici e sociali esistenti tra paesi che traducono storie molto diverse. Una  maggiore ampiezza delle politiche comunitari attraverso la sola flessibilità, se non prevede e non indica esplicitamente il superamento di questi divari, potrebbe non avere alcun effetto positivo, ma potrebbe, invece, riprodurre e, forse, accrescere quelle divergenze. L’esperienza del nostro Mezzogiorno dovrebbe farci riflettere. Se poi quegli obiettivi del superamento dei divari nello dello sviluppo non vengono nemmeno espressi, sembra difficile indicare quali strumenti e quali riforme dovrebbero portare a quello sviluppo che, a parole, sembra che nessuno intenda negare. Secondo te è in questo senso che occorre interpretare le parole del nostro Primo Ministro quando afferma che le riforme le dobbiamo fare noi e non perché ce le domanda l’Unione? E quali riforme rispondono maggiormente a questo obiettivo?

R. Concordo con la diagnosi che precede le due domande. Sulla prima, è difficile dire cosa esattamente pensi Renzi. Sulla seconda, credo sia inutile e forse controproducente fare una graduatoria di cosa è più importante: occorre procedere, per quel che si può, su vari fronti simultaneamente.

D. L’ultima domanda si riferisce alla questione delle risorse finanziarie. Credo che su un aspetto quantitativo si è tutti d’accordo e cioè sul fatto che non avrebbe senso programmare una politica keynesiana dosandola con il contagocce. Investimenti calibrati in dosi omeopatiche equivarrebbero non ad un fallimento ma ad un fallimenti ed ad uno spreco insieme. Detto questo come e dove reperire le risorse necessarie “¦.?

R. Una modifica nella composizione della spesa pubblica è necessaria e può avere effetti macroeconomici notevoli. Anche se i risultati delle decisioni di tagli alla spesa in vari casi possono aversi solo gradualmente, il prendere decisioni ora permetterebbe di disegnare un programma d’interventi di medio periodo che può aiutare a far ripartire l’economia. Ad esempio la chiusura delle province e del Cnel o la riforma del Senato hanno effetti non trascurabili ma non immediati. Sarei invece assai perplesso su interventi ‘di rottura’ che portino a un’espansione significativa del disavanzo pubblico: rischierebbero di portare a un aumento degli oneri del debito pubblico.

Redazione
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