New Ideas concept. Sign as crossword blocks on a white backgrounddi Paolo Palazzi

Mi riesce difficile, anzi impossibile capire le politiche che questo governo, e i passati governi intend o no mette re in essere per aumentare l’occupazione. I discorsi che si sentono fare, non solo da parte dei politici, ma anche da economisti importanti (o che si credono tali) sono che l’Italia ha bisogno di riforme, di abbassare il costo del lavoro, di aumentare i profi tti e quindi gli investimenti, di aumentare la competitività  e di diminuire tasse e spesa pubblica.

Provo brevemente a veder e una cosa volta.  Le riforme, non si dicono quali siano le riforme che porteranno a un aumento di occupazione, se non quelle relative al mercato del lavoro e alla spesa pubblica e quindi ricadiamo nell e altre proposte.  Abbassare il costo del lavoro?  I l costo del lavoro è dato dal rapporto tra retribuzione diviso produttività. V isto che le retribuzioni nette hanno raggiunto un limite inferio re che a mala pena permette la sopravvivenza e che è in continu a decrescita a causa dell’inflazione e dell’aumento delle tasse , si ricade negli altri due punti: produttività  e tasse.

La produttività  non ha senso misurarla in valore assoluto e quindi ciò che si nota è che negli ultimi anni la crescita della produttività  è stata troppo bassa. Sembra che per aumentarla l’unico intervento sia quello di far lavorare di più , attraverso riforme del mercato del lavoro. In particolare la flessibilità  (articolo 18 e altre stupidaggini), ma una veloce ricerca di studi sul tema dimostra che la flessibilità  non fa aumentare produttività  e tantomeno occupazione. Capisco i politici, ma anche gli economisti non leggono? La produttività  può aumentare soltanto attraverso investimenti a contenuto tecnologico più elevato, quindi il problema non è che non si fanno investimenti perché in Italia è bassa la produttività  del lavoro, ma è il contrario, l a produttività  dellavoro è bassa proprio perché non si fanno investimenti. Il problema ,che affronteremo in seguito, quindi è : perché non si fanno investimenti?

Costo del lavoro alto a causa del cuneo fiscale, tasse alte e profitti bassi. In effetti il li vello di tassazione in Italia è molto alto e, dato l’elevata evasione fiscale, molto più alto di quello che appare nelle statistiche ufficiali. Il problema è che la spesa pubblica ha raggiunto livelli difficilmente comprimibili o meglio, come stiamo vedendo, comprimibili soltanto facendo lievitare il costo (o simmetricamente la qualità ) della salute, dell’istruzione e l’impoverimento nella vecchiaia.

Che fare, beh qui il solo intervento sarebbe quello di aumentare il deficit pubblico, cosa che in modo demen ziale abbiamo reso anticostituzionale. La spremitura ormai ha raggiunto una situazione insopportabile e sono soltanto l’invenzione di parole inglesi (spending review, fiscal compact, job act, ecc.) che mascherano questa situazione.

Ma gli sprechi? Già  gli sprechi nella spesa pubblica, chi mai ne nega l’esistenza? Ma gli sprechi sono dovuti essenzialmente all’organizzazione del lavoro nella pubblica amministrazione, nelle leggi farraginose e nella corruzione. Sono tutte cose che non solo non si risolvono con i tagli, ma si aggravano. Visto che gran parte degli sprechi sono dovuti a potenti gruppi di interesse o a incapacità  della dirigenza ai vari
livelli, è logico che , quando si tratta di tagliare , gli sprechi saranno gli ultimi ad essere tagliati da coloro che proprio d a questi sprechi traggono i maggiori benefici.

Veniamo al punto chiave: gli investimenti. Perché non si fanno gli investimenti?  Gli investimenti pubblici non si possono fare a causa del vincolo di bilancio in pareggio, gli investimenti privati i nvece si possono fare solo se ci sono aspettative di profitto.  Le aspettative di profitto di un investimento dipendono essenzialmente da tre fattori: la disponibilità  di denaro (o di indebitamento), l’interesse ad aumentare la produttività, l’interesse a a umentare la produzione. La disponibilità  di denaro è bassa sia perché quasi mai le imprese usano il profitto per finanziare gli investimenti (preferiscono investimenti finanziari), sia perché le banche hanno ridotto il credito ( a parte quello appoggiato pol iticamente) a causa della politica restrittiva della Banca centrale europea.

La spinta all’aumento della produttività  è anch’essa bassa in quanto si punta, con la complicità  del governo, a ridurre le retribuzioni e a umentare il carico di lavoro. Ciò che, nel breve periodo , è cosa più facile e meno rischiosa di un investimento, ma nel lungo periodo dannoso anche per gli stessi industriali (ma chi pensa al lungo periodo?)  L’aumento di produzione potrebbe essere l’obiettivo di stimolo all’aumento degli investimenti, ma l’aumento di produzione diventerebbe uno stimolo soltanto in previsione di aumenti di domanda. Questa cosa è ben lontana dalla realtà, in quanto la domanda pubblica viene ristretta a causa dei tagli, la domanda privata v iene ristretta a causa della tendenziale e continua diminuzione del reddito reale delle famiglie ; per quanto riguarda la domanda estera, siamo già  in forte attivo della bilancia commerciale, attivo che non è facile immaginare che possa aver un continuo e forte incremento.

La conclusione è che l’unico strumento per una diminuzione o per un non continuo aumento della disoccupazione sono gli investimenti pubblici e privati che non si fanno. Ne consegue che l’unico modo di uscire da questa situazione è ribaltare, in senso espansivo, la politica economica europea, ma per fare questo bisogna ribaltare le strutture e le idee che l’hanno guidata sinora.  Cosa non facile, il parlamento europeo non conta qua i nulla, sono gli stati e i governi a poterlo fare, in questo senso le elezioni europee, con una sconfitta dei partiti subalterni o complici di questa politica , potrebber o dare questo segnale ai governi: o si cambia, oppure questa situazione scoppierà  nelle loro mani con conseguenze imprevedibili e drammatiche, per la popolazione sicuramente, ma anche per chi ha inutilmente e dannosamente sinora governato.

Redazione
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