1280px-Oil_producing_countries_mapdi Sergio Ferrari

Le recenti manifestazioni climatiche con effetti “energetici” particolarmente accentuati, hanno creato un’attenzione e una sensibilità  per i problemi che ne stanno alle origini e che incidono sul cambiamento climatico, quali non si erano verificate, nonostante l’impegno degli ambientalisti e non solo, negli anni passati. E’ ragionevole ritenere che questa più attenta sensibilità  dell’opinione pubblica abbia agevolato la conclusione positiva della recente Conferenza di Lima dedicata, appunto, alle decisioni da prendere a livello internazionale in materia di controllo delle emissioni e a definire gli impegni che ogni paese dovrà  assumere nella Conferenza programmata tra un anno a Parigi, avendo concordato nel frattempo gli obiettivi generali e le conseguenti azioni per dare attuazione, da parte di ogni paese, a tali impegni.  Questi risultati si distinguono rispetto al passato particolarmente per il fatto che hanno ottenuto l’adesione di paesi come gli USA o la Cina, i due principali consumatori di petrolio, sino ad ora rimasti alla finestra; si tratta, di un’indubbia precondizione per immaginare – dato il peso di questi paesi sulle emissioni globali – un qualche risultato positivo, superiore a quanto ottenuto nel passato, visto che nel complesso i consumi di combustibili fossili sono continuati ad aumentare.

Nel frattempo, su tutt’altri fronti, la questione energetica, in particolare quella relativa agli scambi commerciali di idrocarburi, segnava una serie di vicende di tutt’altra valenza, dove le relazioni economiche connesse a tali scambi venivano giocate non solo come forme di pressione e di ricatto politico tra grandi potenze, ma anche come strategia di un gruppo di paesi produttori, attori da tempo degli enormi aumenti dei prezzi a partire dalla prima crisi energetica del 1973 e ora di una riduzione anch’essa eccezionale e, allora come adesso, apparentemente senza nessuna relazione con l’andamento della domanda. Gli elevatissimi livelli dei prezzi internazionali dei prodotti petroliferi praticati in questi anni avevano consentito di stare sul mercato ad una pluralità  di attori con situazioni di costi di produzione molto diverse. Poiché sembra ragionevole ritenere che questo calo attuale dei prezzi non sia un fuoco di paglia, molti di questi attori avranno problemi economici e finanziari molto pesanti. Ma anche le politiche di contenimento delle emissioni non riceveranno un impulso dalla diminuzione dei prezzi petroliferi. Difficile affermare che questa straordinaria riduzione dei prezzi dei prodotti combustibili abbia, esplicitamente o meno, l’obiettivo di evitare un loro contenimento, ma certamente non rappresenta un’agevolazione per la lotta ai cambiamenti climatici.

In questo senso, ciò che qui sembra opportuno sottolineare non attiene  alle diverse rilevanti questioni connesse di per sé con l’economia dei combustibili fossili – dalle sanzioni dell’occidente verso la Russia e relative risposte della Russia a danno dell’occidente, alle nuove tecnologie di estrazione del gas con particolare successo negli USA ma con potenzialità  ben più ampie, per non parlare delle varie vicende belliche che hanno caratterizzato e tuttora caratterizzano la storia del medio-oriente e non solo. Quello che sembra necessario segnalare è, infatti, la connessione tra le questioni energetiche giocate sul piano politico-economico con quelle giocate sul piano economico-ambientale, è l’intreccio che obiettivamente si pone tra i consumi degli idrocarburi che sorreggono nel bene e nel male l’economia di metà  del mondo e le decisioni di ricorrere programmaticamente ad una loro forte e accentuata riduzione ai fini della salvaguardia dello sviluppo di quello stesso mondo.

Nell’aggiornare le riflessioni critiche in materia di energia occorre peraltro introdurre un’ulteriore considerazione, apparentemente meno clamorosa di quelle sopra accennate ma, in realtà, non meno importante. Si tratta del fatto che occorre prendere atto del superamento di tutte quelle varie previsioni in merito al più o meno prossimo esaurimento delle risorse naturali. Naturalmente non perché le risorse siano inesauribili, ma perché tutte le previsioni fornite a tutt’oggi si sono rivelate molto parziali, spesso fornite e guidate da fonti tutt’altro che disinteressate. Le perplessità  espresse verso queste previsioni si sono confermate come valide, visti i nuovi ritrovamenti in aree del mondo scarsamente esaminate in precedenza e considerate le nuove tecnologie di estrazione, nonché le relazioni tra le disponibilità  delle risorse e i diversi costi di estrazione. Quello che si è esaurito è quindi il legame temporale tra le risorse disponibili e l’andamento della domanda.  Di conseguenza quella che poteva apparire come una soluzione “naturale” della contraddizione tra consumi di idrocarburi e effetti climatici, non può più essere chiamata in causa dal momento che la scadenza nella disponibilità  dei combustibili fossili non ha più una qualche connessione con i tempi e con le esigenze di ridurre l’effetto serra.

Nei decenni passati molti paesi, incominciando da quelli che per motivi bellici avevano sviluppato le tecnologie nucleari, avevano promosso il ricorso alla produzione di energia elettronucleare come alternativa all’uso degli idrocarburi e per sottrarsi alla dipendenza economica, poiché  queste nuove fonti energetiche si presentavano, all’origine, sicure, inesauribili, ed economicamente convenienti. Inutile anche in questo caso rifare una storia ben nota che, comunque ha portato molti paesi a considerare non percorribile quella strada. Restano certamente situazioni dove l’energia nucleare conserva un ruolo non marginale, ma nel complesso molto deboli se non nulli sono i segnali e i dati statistici che pongono queste tecnologie come alternative a quelle tradizionali. Ma vale la pena di citare un’anomalia su questo specifico fronte, e cioè il caso dell’Iran, che pur essendo una potenza in materia di produzione di idrocarburi – la quarta a livello mondiale – tuttavia ha preteso di impegnarsi nella produzione di tecnologie e di energia elettronucleare sollevando dei dubbi e delle ovvie perplessità, da parte di tutti i Governi e degli stessi organismi dell’ONU, per la potenziale valenza militare di quelle tecnologie.

Il caso dell’Iran segnala, comunque, una situazione in cui il problema della riduzione delle fonti energetiche fossili correnti viene affrontato da uno stesso attore proprietario di quelle fonti, risolvendo una questione altrimenti molto complessa e che, di fatto, non viene nemmeno discussa a livello internazionale. Si tratta, infatti, come si è accennato, della contraddizione tra la riduzione nell’utilizzo delle fonti energetiche fossili per il contenimento le emissioni e la complessità  e l’articolazione degli interessi dei paesi che su quelle fonti assicurano il proprio sviluppo. E dunque, al di là  della specificità  delle scelte tecnologiche (negative) del caso iraniano, siamo in presenza di una situazione simile a quelle che si erano presentate durante le rivoluzioni industriali del passato, nell’ambito delle quali gli stessi paesi proprietari delle risorse in via di riduzione erano gli autori delle nuove tecnologie. Attualmente, invece, la maggioranza dei paesi produttori di combustibili fossili appartiene ai paesi in via di sviluppo, mentre le tecnologie alternative appartengono in buona misura ai paesi industrializzati, molto spesso deficitari proprio in materia di combustibili fossili.

Esiste, dunque, in campo energetico, una questione rilevante ed urgente ma che è stata del tutto trascurata, se non per qualche cenno fuori dal coro, che consiste nel fatto che qualsiasi politica energetica dovrebbe condividere e gestire le situazioni che si determinano a seguito di un mutamento tecnologico non più dettato, come nei secoli precedenti, dalla progressiva riduzione nelle disponibilità  delle fonti energetiche in uso ma, prima ancora, dalla necessità  di accentuare la riduzione del ricorso a quelle fonti, risolvendo nel frattempo le conseguenze sul piano politico ed economico che ricadono in termini differenziati, anche rilevanti, su un ampio fronte di paesi che attualmente hanno nei prodotti energetici la principale o anche solo un’importante fonte di sostegno del proprio reddito.

E se ora i tempi di scadenza nella disponibilità  di queste fonti non hanno più una qualche coerenza con le scadenze poste dagli obiettivi connessi con gli aspetti ambientali, sembra evidente la necessità  di verificare se gli strumenti posti in opera sino ad oggi consentano ancora di raggiungere gli obiettivi climatici, dichiarati nella Convenzione delle Nazioni Unite entrata in vigore nell’anno 1994 e cioè di “raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico.”

Sino ad ora questo problema è stato affrontato attraverso interventi tali da evitare che il contenimento delle produzioni di gas serra penalizzasse i paesi in via di sviluppo, destinati comunque ad aumentare i loro consumi energetici specifici.

Ma al di là  dell’esito insoddisfacente di questi interventi (che richiederanno, comunque, degli aggiornamenti) è chiaro tuttavia che si tratta di un approccio che non tiene conto, come accennato, dei contrasti tra paesi produttori e paesi consumatori di prodotti combustibili fossili, paesi che, in alcuni casi rilevanti, non corrispondono alla suddivisione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo.  

Si profila, in sostanza, la necessità  di una rivoluzione tecnologica ben più complessa e difficile di quelle che hanno segnato la prima e la seconda rivoluzione industriale a partire dalla metà  del ‘700 con il passaggio dal legno al carbone e poi con il passaggio dal carbone ad, appunto, agli idrocarburi. La sterminata letteratura esistente su questi temi esonera – ma anche sconsiglia – dal tentare una sintesi di tutta questa storia.

Le questioni che s’intendono sottolineare in questa occasione stanno nelle differenze tra la nuova rivoluzione energetica e quelle precedenti. Differenze relative non tanto agli aspetti tecnologici, che sono in buona misura comprensibili o immaginabili, ma alla portata internazionale del mutamento in atto e di quelli che occorrerebbe mettere in moto. Mentre le precedenti rivoluzioni energetiche si aprivano e si chiudevano praticamente all’interno dei confini di quei – pochi – paesi che erano allora alla guida anche dello sviluppo economico e politico, con la prossima rivoluzione energetica quei confini non esistono più, i costi e i benefici dovrebbero essere distribuiti in maniera del tutto diversa rispetto alla situazione di partenza, e mentre per alcuni si potrebbe determinare un’occasione di superamento del deficit commerciale da importazioni delle attuali fonti energetiche, deficit spesso molto pesanti, per altri, attualmente produttori di quelle fonti, questo vorrebbe dire una caduta verticale delle risorse finanziarie disponibili e spesso con scarse possibilità  di alimentare nel frattempo delle alternative, per altri infine una “semplice” sostituzione dell’acquisto dei prodotti petroliferi con le nuove tecnologie.[1] Le possibilità  di gestire questi interessi contrastanti con le procedure individuate nei vari Protocolli attuativi della Convenzione, e cioè con operazioni che tendono ad attribuire un valore di scambio alla riduzione delle emissioni tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, oltre a portare a risultati insufficienti e a non essere nemmeno più sorrette da un prezzo dei prodotti combustibili tali da “convincere” sulla convenienza di una riduzione dei consumi specifici – lasciando aperta la dimensione politica connessa con gli scambi energetici che, come si è visto, possono avere una valenza superiore a quella ambientale – risultano fortemente indebolite e, comunque, sono rese molto complesse.

Sarebbe quindi opportuno domandare e domandarsi se è possibile parlare di cambiamenti non marginali delle attuali tecnologie energetiche senza farsi carico dei problemi verticali che incontrerebbero quei non pochi paesi con le relative popolazioni che su quel commercio e su quelle fonti energetiche vivono e molto spesso senza molte alternative.

Tutte queste vicende hanno una qualche relazione con le questioni discusse a Lima e che dovranno essere concretizzate entro il 2015 a Parigi? Sembrerebbe di sì dal momento che a Parigi si dovrebbe decidere di ridurre di una buona percentuale il consumo di combustibili fossili e arrivare in tempi non storici ad un utilizzo prevalente di questi prodotti in comparti residuali o nei settori extraenergetici quali la chimica, la farmaceutica, ecc. Tuttavia questi risultati, ben più complicati del previsto, richiederebbero un fase di elaborazioni specifica, non impossibile, ma certamente nuova e autorevole. Che tutto questo possa essere attuato nell’anno che manca alla  Conferenza di Parigi è da dimostrare.

Alcuni paesi, tra quelli sviluppati e non esportatori di combustibili fossili, possono non attendere le conclusioni di Parigi, ma giocare un ruolo di sollecitazione e di stimolo certamente procedendo sulla via delle conversioni energetico-tecnologiche; ma anche per questi paesi sembra difficile non essere coinvolti in eventuali contrasti internazionali quali quelli ai quali si è assistito sino ad oggi.

Un ruolo importante avrebbe potuto essere giocato dall’Unione Europea, potendo esprimere sulla carta una vocazione culturale, economica e politica credibile. Questo per ora non si è verificato e va messo nel conto di un cambiamento dell’UE sempre più urgente e rilevante. Peraltro sarebbe stato difficile immaginare un’operazione del genere sotto la presidenza italiana, cioè di un Paese che si ritrova con una politica per le tecnologie energetiche rinnovabili che meriterebbe un’indagine parlamentare – oltre a quella posta in onda da Report su RAI 3. – e un Piano energetico dettato da parti in gioco preoccupate del gas metano piuttosto che dei gas serra.

[1] L’entità  delle risorse finanziarie messe annualmente in movimento a livello mondiale, precedentemente all’attuale caduta dei prezzi, dalle sole esportazioni di prodotti petroliferi si aggirava sui tre mila miliardi di dollari, dei quali circa un terzo facente capo all’Opec. Ben maggiore è il valore del capitale fisso e delle spese correnti investite in tutte le infrastrutture di estrazione, trasporto, raffinazione, distribuzione di quegli stessi prodotti.

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