Coniugare la teoria con la storia
di Pierluigi Ciocca

Lontano dall’ irrilevante, dai vecchi teoremi riproposti con linguaggi diversi
Università  di Roma, anno accademico 1965-66. Un corso post-laurea di economia, per dieci
giovani fortunati borsisti. Fra i docenti, Sergio Steve, Bruno de Finetti, Franco Giusti, Lucio Izzo,
Luigi Spaventa. Paolo Sylos Labini tiene tre lezioni su ciclo/trend. La teoria, la storia, la statistica,
la comparazione, il risolto e l’irrisolto, la vivacità, la passione civile: un display di cultura da
parte di un grande economista voglioso di affrontare la più difficile questione della dinamica
economica per misurarsi, con totale impegno, nella ricerca di una risposta, la sua risposta. In
questo mio primo lontano spezzone di memoria, di diretta testimonianza da studente, c’è molto
di ciò che è stato Sylos, almeno del Sylos economista. Un balzo di quarant’anni. Le ultime sue
telefonate alla Banca d’Italia-dove lavoro-ancora poche settimane orsono: viva, autentica
curiosità, e domande e problemi e dati e fonti e critiche e riscontri. E gratitudine nostra, specie
quando non eravamo in grado di corrispondere appieno, di ricambiare quanto ricevevamo dalle
sue sollecitazioni.
Si può essere economisti in molti modi. Nel gran libro dell’ economia politica c’ è di tutto: gli
astratti e i concreti, gli statici e i dinamici, i generalisti e gli specialisti, i giganti e i ripetitori, le
idee nuove e gli algoritmi nuovi con cui vengono riproposte le idee vecchie. Sylos, come Federico
Caffè , conosceva a fondo il gran libro. Aveva coltivato, fino all’ ultimo, le pagine dei sette
giganti: Ricardo e Marx, Marshall e Schumpeter, Keynes e Sraffa, e Smith, tutto Smith, sempre.
Rifuggiva, per moralità  anche culturale, dalla caccia al teorema palingenetico, dal travestimento
dei teoremi già  noti in un linguaggio diverso, dall’ irrilevante per i problemi urgenti della
società  . Sul piano del metodo si è brillantemente situato lungo l’ intersezione di teoria, storia,
metodi, interdisciplinarità  . E rilevanza: la rilevanza del problema da risolvere, più che la
familiarità  con strumenti collaudati, eretta a criterio di scelta dell’ oggetto dell’ analisi.
Questo essere economista-scienziato sociale a tutto tondo è , oggi, purtroppo raro. E l’ economia
politica appare sempre più altra da una economica che, seppure in forme nuove, si fa ripetitiva,
applicata, estenuata nella sostanza del pensiero, delle predilezioni tematiche. Al punto che,
talvolta, vien da chiedersi se le due impostazioni non possano utilmente separarsi, in due
discipline distinte. Ma questa stessa domanda avrebbe incontrato la ferma resistenza di Paolo
Sylos. Perché egli era in grado di dialogare quasi con tutti – a meno del suo etico anatema –
così come tutti con lui, in un dare e ricevere tanto più critico quanto più aperto, sempre
arricchente per gli interlocutori, per i lettori.
Oligopolio e progresso tecnico è stato, è dopo mezzo secolo, un libro straordinario. La ragione
squisitamente analitica risalta dal titolo: il legame tra le forme di mercato – concetto altrimenti
statico – e la gran dinamica di quella che oggi anche empiricamente riconosciamo come la
principale determinante della ricchezza delle nazioni. Al di là  delle vane graduatorie stagionali
tipo premio Nobel, Oligopolio e progresso tecnico – nelle sue stesse incompiutezze, quindi nelle
sue aperture – è uno dei massimi contributi della cultura italiana del Novecento alle scienze
sociali.
Dall’ alfa all’ omega. Evoco l’ ultimo libro suo di teoria economica: Torniamo ai classici. Si
può , dopo averlo letto, anche concludere che i “ritorni” sono difficili, se non impossibili. Non si
può , dopo averlo letto, sfuggire alla sferzata a un tempo d’ ottimismo e di profonda
insoddisfazione di fronte allo stato prevalente della disciplina da parte di un suo tanto illustre
cultore. Viene in mente il “cercate ancora” di un altro dotto e originale economista italiano,
Claudio Napoleoni. Di Sylos, riporto la conclusione del libro: «Io penso che dobbiamo tornare
all’ approccio elaborato dal fondatore della teoria economica moderna, Adam Smith (…). La sua
intera opera si fonda su una combinazione intima fra storia e teoria (…). I fenomeni economici
dipendono dal percorso precedente. Dobbiamo adottare un tale approccio sistematicamente. Se in
tale ambito troviamo utili i metodi matematici, dobbiamo usarli: non c’ è contraddizione fra
storia e matematica, è il tipo di approccio che veramente importa». Un’ indicazione, un lascito,
preziosi da non disperdere, da raccogliere.
Sì , l’ economia politica è una splendida disciplina, se praticata alla maniera di cui Paolo Sylos
Labini ci ha dato l’ esempio.

Redazione
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