chaplindi Sergio Ferrari In un precedente intervento[1]  si è inteso affrontare le questioni che – in relazione alla crisi economica internazionale e nazionale, che non sono la stessa cosa – hanno via via alimentato la convinzione della necessità  di avviare in Italia una politica industriale sostenuta da interventi pubblici significativi, tanto sul piano quantitativo quanto su quello qualitativo. Una tale politica, proprio perché possa portare a risultati positivi, non può infatti avere solo una dimensione quantitativa. E’ evidente che l’entità  degli investimenti è essenziale, ma a parità  di quantità, perché si possano ottenere i necessari risultati sul piano strutturale e temporale, occorre programmare gli interventi tenendo conto delle specificità  del nostro sistema produttivo ed economico e del quadro economico esterno con il quale dovrà  misurarsi.  Un lavoro tutt’altro che scontato, anche perché in questi anni si è praticata una politica di smantellamento delle strutture dedicate alle attività  di programmazione e di quelle finalizzate allo sviluppo della conoscenza, forse nell’ipotesi culturale che le grandezze microeconomiche potessero sostituirsi a quelle macroeconomiche e a quanto ad esse sotteso. Gli interventi attuati in questi ultimi anni in materia di normativa sul lavoro sono un caso evidente di distorsione paraideologica, dove il credo liberista ha coperto sia gli interessi di parte, sia gli obiettivi di eliminazione del ruolo dell’intervento pubblico. Gli esisti perversi  o nulli ottenuti, ormai sotto gli occhi di tutti, sono la conferma della validità  del giudizio negativo espresso a suo tempo, ma non sembrano  ancora tali da modificare i rapporti politici conseguenti che fanno di quel credo tuttora il referente privilegiato. Hanno perfettamente ragione A. Ginzburg e A. Simonazzi quando nell’articolo intitolato “L’Europa in crisi e il mistero della competitività “[2]   ricordano che “l’OCSE da un lato ha attestato che l’Italia ha sperimentato negli ultimi 15 anni la più forte deregolamentazione del mercato del lavoro della maggior parte dei paesi OECD, ma, dall’altra, quelle riforme sembrano incapaci di rivitalizzare l’economia, così che le previsioni di crescita sono state continuamente riviste al ribasso.” Una situazione negativa tuttora confermata – ad esempio – dall’andamento della produzione industriale che, come noto, si riflette direttamente sull’andamento dell’occupazione: dal gennaio del 2013 all’aprile 2014 questa è cresciuta in Italia dello 0,2 %, contro una media nei paesi dell’area dell’euro del  2,7 %. con punte della Germania pari al 4,3 %. In  altre occasioni si è avanzato l’ipotesi che il divario di sviluppo dell’Italia potesse tendere ad aumentare piuttosto che a ridursi nel tempo, in assenza di politiche corrette. I dati sopra riportati sono certamente ancora troppo parziali per convalidare questo scenario, ma potrebbero essere sufficienti per suonare come un preoccupante e ragionevole segnale di allarme. Il fatto che le previsioni sull’andamento delle nostra economia, formulate da varie istituzioni nazionali ed internazionali preposte a queste valutazioni, si rilevino costantemente smentite e tali da dovere essere riviste in basso, apre interrogativi di fondo sui modelli economici adottati per elaborarle, rendendo eventualmente necessario un cambiamento delle assunzioni su cui sono fondati. In relazione a tale contesto, nel citato precedente intervento, si era accentuato il richiamo ad  immaginare il disastro che si produrrebbe se si dovessero ripetere errori concettualmente e politicamente analoghi, anche in sede di attuazione di una politica “keynesiana”. [3] Un pericolo non astratto in quanto la cultura liberista e provinciale, la difesa acritica di una realtà  produttiva strutturalmente arretrata, rappresentano una realtà  non estranea alle scelte di non politica industriale di questi anni. I segnali di ravvedimento non sono, per la verità, affatto convincenti e se si dovesse verificare una effettiva apertura verso una politica d’intervento pubblico in materia di politica industriale, è legittimo supporre l’esistenza di tentativi di interpretare quelle politiche nei termini più distorti e conservativi possibili. Se si dovessero ricavare da quanto attuato in questi anni le indicazioni di quali sono, secondo queste forze conservative, le cause del nostro declino, non sembra che ci sia da scoprire  – dopo il flop del mercato del lavoro – alcunché di convincente e di dimostrato. Si parla molto – ad esempio – di riduzione degli oneri fiscali e di malavita/corruzione. In particolare, pensare di recuperare il ritardo competitivo in materia di innovazione tecnologica – che è il punto debole dell’economia italiana – puntando in primo luogo alla lotta alla malavita e alla corruzione, è un’operazione non correttamente concepita e che dovrebbe essere  almeno in parte invertita, nel senso che è proprio spostando la qualità  della competitività  del Paese sul fronte dell’innovazione tecnologica che si potrebbe, se non eliminare, certamente ridurre in misura significativa l’entità  di tali fenomeni. Invertire l’ordine dei fattori non funziona affatto. Naturalmente questo non vuol dire che non sia necessaria una azione efficace contro questi comportamenti deteriori. Peraltro quando si prende in considerazione la questione del ritardo tecnologico dell’Italia e della connessa scarsa spesa in materia di Ricerca&Sviluppo, si prospettano terapie consistenti in agevolazioni alle imprese per gli investimenti, appunto, in R&S. A nulla serve il fatto che la spesa in R&S da parte delle nostre imprese non sia sostanzialmente diversa da quella che si verifica negli altri paesi. Questione che sarebbe evidente se i confronti venissero fatti correttamente, e cioè a parità  di struttura dimensionale e di specializzazione produttiva e tecnologica,  cosa che, forse non a caso,  non avviene. E a nulla vale il fatto che ormai anche la Banca d’Italia ha scoperto che queste  agevolazioni hanno una efficacia molto debole se non nulla. La qual cosa, dopo l’osservazione precedente,  non  dovrebbe meravigliare a meno di non attribuire agli imprenditori italiani una improvvisa avarizia di fronte agli investimenti in R&S. A maggior ragione valgono le perplessità  nei confronti delle politiche degli sgravi fiscali, non perché non siano ben accette dagli interessati, ma perché significa illudersi di risolvere la nostra debolezza economica in termini di competitività  di prezzo. Ben venga una riduzione delle tasse, se esistono i margini e se così facendo vengono allineate a quelle dei  paesi nostri vicini. Occorre mettere però nel conto non solo minori entrate pubbliche, ma anche la questione che nello spazio di uno-due anni, come ai tempi delle svalutazioni competitive, il problema della fragile competitività  del sistema produttivo si ripresenterà  aggravato. Il fatto che anche da parte di molti critici delle politiche dell’austerità  finanziaria  non esista una chiarezza in materia di politiche industriali alternative, non è certo una realtà  rassicurante, che non si elimina facendo ricorso a formule e a slogan con i quali si può immaginare tutto e  il contrario di tutto. Tipico è, ad esempio, il riferimento allo slogan dell'”economia verde”, utilizzato per incentivare la diffusione delle fonti energetiche alternative con esiti, nel caso del nostro Paese, che più negativi non potrebbero essere. Questo vuoto di una progettualità  alternativa a quella che ha dominato questi ultimi decenni, contribuisce a lasciare aperta la porta ad ogni ipotesi d’intervento liberista, che tuttavia sappiamo non condurre fuori dalla crisi, ma verso il circolo vizioso della rincorsa tra riduzione della spesa pubblica-riduzione della domanda, un rischio preoccupante da tutti i punti di vista. g1

Poiché negli ultimi anni l’andamento del commercio internazionale (Graf.1) mostra una inversione di tendenza, nel senso che i prodotti a media-bassa tecnologia hanno conseguito tassi di crescita superiori a quelli dei prodotti ad alta tecnologia, capovolgendo una situazione ormai da molto tempo consolidata, se ne potrebbe concludere che il quadro competitivo dell’Italia possa avere dei margini di miglioramento. In realtà  si tratta di un cambiamento profondamente condizionato dall’emersione dei paesi di  nuova industrializzazione.

g2   La crescente presenza di questi paesi sui mercati internazionali (Graf. 2) è stata ottenuta utilizzando una competitività  da costo del lavoro e, in generale, basata sulla compressione dei diritti sociali e sullo sfruttamento delle risorse ambientali, che sono evidentemente impraticabili nei paesi avanzati. Quella che, dunque, potrebbe rappresentare una evoluzione favorevole alla nostra specializzazione produttiva è, in realtà, un ulteriore avviso di un vecchio campanello d’allarme e, quindi, una indicazione indiretta delle trasformazioni da indurre nel nostro sistema produttivo per uscire dal declino competitivo. Su un aspetto delle politiche “keynesiane” sembra che si possa, invece, verificare una ampia convergenza. Si tratta del fatto che occorre mettere in gioco un numero non modesto di miliardi di euro. Rimettere  in marcia un’economia è, anche intuitivamente, una operazione finanziariamente molto rilevante. Ma, anche rispetto all’entità  degli interventi, è bene ricordare che gli investimenti industriali effettuati in Italia non hanno mai rappresentato – ad esclusione di questi ultimi anni – una anomalia particolare,  nel senso che sono apparsi sempre in linea con quelli di paesi confrontabili (Graf. 3). g3 La questione che quindi si pone, sta nel fatto che nell’ipotesi di una forte politica industriale l’impegno centrale non deve essere quello di recuperare “semplicemente” un maggiore livello degli investimenti, ma quello di non ripetere gli stessi esiti qualitativi precedenti e di correggerne perciò l’efficacia, spostando l’asse della competitività. Infatti, se si confronta il valore prodotto per unità  d’investimento da parte di sistemi economici con i quali ha senso misurarsi, si vede che nel caso dell’Italia esso è pressoché costantemente e significativamente inferiore a quello  ottenuto dagli altri paesi (Graf. 4). g4 Un analogo risultato  – e una conferma – si ottiene confrontando il valore aggiunto e,  ad ulteriore chiarimento, il valore aggiunto dei prodotti ad alta tecnologica con quelli a medio e basso contenuto tecnologico. La struttura e la specializzazione produttiva dell’Italia si collocano ormai da tempo su livelli di valore aggiunto inferiori a quelli conseguiti dai nostri partner europei. I riflessi negativi sulla dinamica del nostro sviluppo sono evidenti. Appare necessario, dunque, che una politica industriale “keynesiana” non si avvii a ripetere questa storia. Per evitare ciò, è necessario superare le opposizioni e i vincoli espressi dalla conservazione e che pur ci sono, ma poi occorre mettere in campo gli strumenti, le conoscenze e gli attori necessari. Solo un Governo può assicurare queste condizioni, ma un Governo italiano deve sapere che se esiste un lavoro non facile da fare per trovare le risorse finanziarie, è altrettanto necessario una lavoro per trovare altre risorse, fatte di conoscenze, di  competenze, di valutazioni e di credibile imprenditorialità; e questo lavoro andrebbe avviato ancor prima di trovare i finanziamenti. E questo, oltre a essere necessario, è una condizione evidente non solo per potere parlare effettivamente di riforme, ma, e sarebbe centrale, anche per dare delle risposte strutturali ai gravi problemi sociali del Paese.



[1] Ferrari S., Cosa manca per passare da Keynes alla crisi italiana, associazione Paolo Sylos Labini, 17 giugno 2014.
[2] Sbilanciamoci.info, 20 giugno 2014.
[3] Per politica industriale keynesiana si vuole intendere convenzionalmente  in questo intervento, una politica di interventi pubblici in materia di sviluppo economico tali da eliminare i limiti e/o le insufficienze dell’iniziativa privata, mettendo in campo anche strumenti di natura programmatica corredati delle necessarie basi finanziarie ed operative.
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