La crisi ha messo in evidenza le deficienze dei modelli macroeconomici correnti. Il difetto di fondo dell’approccio dominante è legato alla sua origine, a modelli basati su assunti grossolanamente semplificatori che sostengono che l’economia è perfettamente efficiente. Ecco perché non sono in grado di spiegare i fenomeni con i quali abbiamo a che fare.

di Joseph Stiglitz, La Domenica del Sole 24 Ore, 28 aprile 2013

Adam Smith – o almeno i suoi discepoli – non dovrebbero essere granché soddisfatti di quello che è successo negli ultimi anni. Il perseguimento dell’interesse egoistico da parte dei banchieri non ha condotto, come per effetto di una mano invisibile, al benessere di tutti. Anzi, il perseguimento dell’interesse egoistico (qualcuno lo chiama “avidità “) ha avuto conseguenze catastrofiche, non solo per le banche, ma anche per i lavoratori, i contribuenti, i proprietari di immobili e l’economia più in generale. Solo i banchieri sembrano essersela cavata bene.

La moderna teoria dell’equilibrio generale naturalmente spiega, a un livello piuttosto elevato di generalità, perché non ci sia da sorprendersi più di tanto del fatto che i mercati non conducano ad allocazioni delle risorse improntate all’efficienza paretiana (vincolata). E’ quello che succede quasi regolarmente quando le informazioni sono imperfette e asimmetriche e quando i mercati del rischio sono incompleti (cioè sempre; Greenwald e Stiglitz, 1986).

Da tre quarti di secolo gli economisti sono consapevoli dei problemi della corporate governance, delle conseguenze della separazione fra proprietà  e controllo (Berle e Means, 1932), e la moderna teoria economica ha offerto solide basi teoriche a questi problemi di relazioni preponente-agente (Stiglitz, 1985). E’ interessante tuttavia notare come buona parte della macroeconomia moderna si sia dimenticata di queste intuizioni, costruendo modelli incentrati su casi specifici, in cui non emergono inefficienze del mercato e dove quindi l’intervento pubblico ha scarse possibilità  di prevenire una crisi o accelerare una ripresa. Quando hanno costruito modelli che riconoscono la possibilità  di distorsioni, troppo spesso si sono concentrati su questioni di secondo o terz’ordine – le perdite secche che derivano da quei disequilibri nei prezzi relativi che possono determinarsi con l’inflazione – ignorando questioni di primaria importanza come la fragilità  dei mercati finanziari. La crisi ha messo in evidenza le deficienze dei modelli macroeconomici correnti. Per una teoria scientifica la prova è la predizione: sottoposti alla prova più importante – dove la risposta contava molto per noi – i modelli hanno fallito, e fallito miseramente.

La mia critica non si limita al fatto che il sapere convenzionale – che non solo non ha previsto la crisi, ma che diceva che una crisi del genere non sarebbe potuta accadere – non è stato in grado di anticipare l’evoluzione della crisi nemmeno dopo che la bolla è scoppiata, dal momento che asseriva che gli effetti sarebbero stati limitati. Il difetto di fondo dell’approccio dominante è legato alla sua origine, un modello basato su assunti grossolanamente semplificatori che sostengono che l’economia è efficiente nel senso di Pareto, posizione che giustifica il ruolo limitato dello Stato. Questi modelli non sono in grado di spiegare i fenomeni con cui abbiamo a che fare; ed esercizi tolemaici che cercano di estendere il modello per renderlo più realistico non sono altro che questo.

Come immaginabile, dal momento che, per costruzione o per presupposto, molte questioni fondamentali vengono escluse o ignorate, questi modelli non offrono molte indicazioni su cosa si può fare per aiutare l’economia a ripartire. Le politiche di bilancio possono essere efficaci, soprattutto quando il mercato del lavoro non mostra segnali di miglioramento, né ora né nel futuro prossimo, e quando le persone e le aziende sono in difficoltà  finanziarie. Gli investimenti pubblici, invece di «estromettere» gli investimenti privati, potrebbero addirittura incoraggiarli. In tempi normali, gli effetti di un eccesso di austerity possono venire bilanciati da una politica monetaria «accomodante», ma non è così oggi, con i tassi di interesse a zero. Programmi di spesa ben disegnati possono addirittura riuscire a ridurre il debito nel lungo termine. Politiche ridistributive, da individui ad alto reddito con bassa propensione marginale al consumo in favore di individui a basso reddito, in difficoltà  finanziarie e anziani, con un’alta propensione marginale al consumo, possono incrementare la domanda complessiva e ridurre la disoccupazione. La Fed avrebbe dovuto riconoscere che i difetti di fondo della cartolarizzazione, per esempio nel caso dei mutui immobiliari, rendevano difficile (forse nemmeno auspicabile) rimettere in moto quel mercato.

I modelli di credito avrebbero dovuto dire loro che era necessario concentrarsi maggiormente sulle banche più piccole, quelle attive su base regionale e da cui dipende il finanziamento di tante piccole e medie imprese; e avrebbero potuto dare loro indicazioni sul modo migliore per orchestrare una ricapitalizzazione delle banche in grado di rimettere in moto il flusso del credito. (I modelli standard, anche quando introducevano l’eterogeneità, ignoravano i fattori chiave all’origine di differenze significative, per esempio, nella propensione marginale al consumo o nella costrizione dei vincoli finanziari. Dal momento che le banche erano quasi del tutto assenti da questi modelli – perfino nelle versioni utilizzate dalle Banche centrali – i modelli avevano poco da dire sulle misure per rimettere in moto il flusso del credito, incluse le ricapitalizzazioni).

La mia speranza è che in futuro sia più difficile che un modello unico – un paradigma semplice (ma sbagliato) – arrivi a ritagliarsi un ruolo dominante come è successo in passato. I modelli futuri potrebbero cercare di riprodurre in modo più realistico il settore bancario e il settore bancario ombra, questioni distributive fondamentali come le dinamiche del ciclo vitale (life-cycle) e i vincoli del mercato finanziario; ma per fare questo potrebbe essere necessario semplificare in altre direzioni, meno importanti. L’attenzione dovrebbe essere concentrata sul cercare di capire perché i mercati a volte non funzionano bene e in che modo Governi con informazioni limitate possono intervenire per migliorare il loro funzionamento.

Un approccio del genere dovrà  includere necessariamente un’analisi del rischio, delle informazioni e delle istituzioni in un contesto di disuguaglianza, globalizzazione e trasformazioni strutturali, con una maggiore sensibilità  a quegli assunti (inclusi gli assunti matematici) che presumono di fatto quello che dev’essere dimostrato (per esempio riguardo ai benefici della diversificazione del rischio, degli effetti delle ridistribuzioni). Questo approccio dovrà  essere bastato sulla consapevolezza che in presenza di informazioni imperfette e mercati del rischio incompleti, le economie di mercato non sono necessariamente efficienti o stabili.

Questi problemi non sono capricci trascurabili, su cui sorvolare in omaggio alle virtù del capitalismo. Anche cambiamenti di così modesta portata sarebbero un buon inizio: la posta in palio è importantissima e il costo di aver prestato troppa attenzione ai modelli sbagliati degli economisti è stato enorme.

Redazione
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