Paolo Sylos Labini e  Alessandro Roncaglia hanno pubblicato il libro “Per la ripresa del riformismo” con l’Unità. Il libro è gratuitamente accessbile su qusto sito (cliccare qui). Ne riproponiamo dei brani
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di Paolo Sylos Labini e Alessandro Roncaglia
Questa iniziativa

Oggi in tanti si dicono riformisti: a destra come a sinistra. Oggi in tanti si dicono liberali, e favorevoli all’economia di mercato: a sinistra come a destra. Nonostante i ripetuti tentativi di crearsi avversari di comodo, da una parte come dall’altra, la politica non è più dominata dalla contrapposizione secca tra conservatori, magari nostalgici del fascismo o integralisti cattolici, da un lato, e marxisti-comunisti più o meno rivoluzionari e barricadieri dall’altro lato. Il dibattito può risultare appiattito, come se sui principi di fondo tutti fossero d’accordo, come se tra destra e sinistra non vi fossero più differenze grandi. Però, sotto gli slogan, le differenze ci sono, e sono davvero importanti.

Come mai il riformismo viene spesso visto come un terreno indistinto, né di destra né di sinistra? Ci sono motivi seri e motivi meno seri. Fra i motivi seri, occorre riconoscere che c’è un riformismo di destra, come quello di Bismark, volto a tener tranquilli gli operai, e un riformismo che può essere definito “progressista“ e che è quello cui generalmente si fa riferimento quando di parla di riformismo; sembra anche corretto distinguere fra un riformismo liberale, come quello di Smith, di Einaudi e di Cattaneo, e un riformismo di tipo socialista: di nuovo, parlando di riformismo di solito ci si riferisce a questo. E’ vero però che tali distinzioni raramente vengono fatte e che, nel nostro paese, le idee sono vaghe e confuse, anche a causa del dibattito politico al quale gradualmente i mezzi di comunicazione di massa, televisione in testa, ci stanno abituando: un dibattito fatto di slogan ripetuti ossessivamente più che di ragionamenti e di riflessione, un dibattito in cui vince chi parla – e urla – più degli altri e non chi ha argomenti migliori. In parte almeno, però, questa situazione dipende anche da un ritardo culturale della sinistra italiana, per tanto tempo dominata dal marxismo e dal comunismo. La stessa idea, relativamente moderata, del ‘compromesso storico’ che doveva unire le masse proletarie e quelle cattoliche aveva contribuito all’accantonamento del riformismo laico, così importante nello sviluppo civile di altri paesi, come l’Inghilterra, la Germania, la Francia. Il riformista cioè veniva visto come un incomodo, un fastidioso grillo parlante che richiamava ai problemi concreti e al pragmatismo. Le cose andavano cambiate da cima a fondo, radicalmente, e il riformista era invece uno che si accontentava di migliorarle un po’. Se ad esempio si diceva che occorreva riformare la pubblica amministrazione per renderla più efficiente, subito qualcuno interveniva a osservare che il problema era ben altro, che lo stato borghese andava abbattuto, non riformato.

In sostanza, i filoni riformisti di cui ci occupiamo sono accomunati dall’obiettivo di cambiare la società  attraverso modifiche graduali per ridurre le disuguaglianze e ampliare le libertà. La contrapposizione tra riformisti e rivoluzionari riguarda non solo e non tanto il realismo dei rispettivi progetti politici, quanto l’attenzione che i riformisti dedicano ai costi del cambiamento, e ai modi di realizzarlo, rispetto ai fini: i mezzi adottati, in effetti, influenzano la stessa qualità  dei fini che si vogliono raggiungere.

Dai tragici fatti d’Ungheria del 1956 a oggi, in particolare dopo il crollo del muro di Berlino, i partiti di sinistra – prima il PSI, poi il PCI – hanno modificato radicalmente la loro posizione. Solo pochi nostalgici oggi propongono la dittatura del proletariato come un modello di convivenza sociale; pur tra mille qualifiche e distinguo, la grande maggioranza accetta con convinzione l’economia di mercato – giustamente, non come una istituzione perfetta ma, come diceva Churchill della democrazia, come la peggiore forma di organizzazione della società  escluse tutte le altre. Così, le idee riformiste sono tornate alla ribalta: ma in modo, almeno ci sembra, non sufficientemente consapevole. La socialdemocrazia tedesca, ad esempio, è stata prima vilipesa come traditrice della classe operaia, poi portata sugli scudi: ma pochi conoscono le sue radici culturali. La socialdemocrazia tedesca fu rifondata nel novembre del 1959 col Manifesto di Bad Godesberg, incluso nella seconda sezione della raccolta. Questo Manifesto segna un punto di svolta proprio per l’accettazione del mercato (e il connesso abbandono del marxismo) che con esso si compie. L’abbandono, da parte della socialdemocrazia, della meta di una nuova società, dove i mezzi di produzione e di scambio fossero pubblici, è stata decisiva nel permettere un avvicinamento del riformismo di tipo liberale e di quello socialdemocratico post-marxista.

Da tempo era dunque emersa l’esigenza di mettere un po’ di ordine nelle idee riformiste e nelle critiche alle idee rivoluzionarie di Marx, che nella sinistra italiana hanno avuto a lungo, almeno formalmente, la preminenza. Così è nata l’iniziativa di pubblicare su l’Unità  pagine significative di alcuni fra i principali testi della letteratura riformista: pagine di John Stuart Mill e di Keynes, di Turati e Gobetti, di Salvemini ed Ernesto Rossi, e tanti altri – con brevi note introduttive in ciascun caso. L’iniziativa, curata da Paolo Sylos Labini con l’aiuto di vari amici, fra cui, in particolare, Enzo Marzo, ha avuto una buona accoglienza, e questo c’incoraggia a proporre ora la raccolta dei testi originariamente apparsi su l’Unità  , tra  il 4 luglio 2001 e l’8 febbraio 2002; i capitoli 5, 7 e 15 sono inediti e il capitolo 23 è apparso su l’Unità  del 25 luglio 2002.

Conviene sottolineare che l’iniziativa si è sviluppata strada facendo, non sulla base di un programma iniziale definito in tutti i dettagli. Le pagine che seguono, quindi, non intendono costituire un’antologia organica del riformismo, ma solo ‘assaggi’ di un filone culturale assai ricco e variegato, con radici lontane nel tempo. In due casi di particolare complessità  – Adam Smith e Karl Marx – il curatore della rubrica ha preferito intervenire direttamente per illustrare il personaggio in questione piuttosto che ricorrere a una selezione dai suoi scritti. Alcune inclusioni sono state volutamente provocatorie, varie esclusioni appariranno – e forse sono – ingiustificabili, come sappiamo bene scorrendo la lista di proposte tenute ‘in caldo’ per puntate successive della rubrica.

I testi vengono ora presentati, non nell’ordine in cui sono apparsi su l’Unità  , ma suddivisi in tre gruppi, con le seguenti denominazioni: riformismo liberale, critica della dottrina di Marx, riformismo socialista e liberalsocialismo. Tentiamo ora, in questa breve introduzione, di fornire alcuni cenni per orientare il lettore nella varietà  di testi proposti nelle pagine che seguono. (segue…)

Redazione
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