pslAnticipiamo un articolo di Paolo Palazzi da pubblicare nel volume in preparazione per ricordare i 50 anni dalla fondazione di L’Astrolabio del quale PSL  è stato fin dall’inizio nel Comitato di redazione e poi assiduo collaboratore.

Illustrare la figura del professor Paolo Sylos Labini è non è un compito facile, non perché la persona fosse particolarmente difficile, al contrario: per la sua schiettezza, per la completa assenza di machiavellismo nei suoi scritti, nei suoi interventi pubblici e privati, il suo pensiero è sempre stato espresso in modo chiaro, trasparente e sincero.

La sua complessità  derivava esclusivamente dall’unificazione di piani che usualmente vengono tenuti più o meno separati. Si tratta di tre aspetti della sua figura, quella accademica professionale come economista, quella politica di una persona che considerava l’impegno civile dovere di ogni cittadino e quella morale e umana di persona sensibile alle valutazioni dei singoli nei loro comportamenti.

Sono tre aspetti che, ricordando Sylos Labini, non è possibile trattare separatamente, tutti e tre hanno sempre interagito rendendo difficile parlare esclusivamente o dell’economista o del politico o dell’uomo.

Purtroppo questo mescolare aspetti tendenzialmente valutati separatamente hanno portato Sylos Labini a subire attacchi e conflitti in molte occasioni, tra gli economisti, nella politica e qualche volta, anche se raramente, anche nelle relazioni personali.

Un modo per trattare sinteticamente la sua figura è quella di parlare e discutere di ciò a cui Sylos Labini era più contrario e che vivacemente, con passione e spesso con virulenza contestava.

Si può facilmente iniziare dalla professione di economista: quando si parla di Sylos Labini e dei suoi lavori di economia si dice sempre che lui fu un economista eclettico e non allineato a impostazioni di moda o mainstream. Questo aspetto non è naturalmente una esclusiva della figura di Sylos Labini: di molti altri economisti italiani o stranieri si potrebbe dire la stessa cosa ma, al contrario della maggioranza degli economisti, ciò che rende praticamente unica la figura di Sylos Labini tra gli economisti italiani è stata l’impossibilità  di una sua categorizzazione rispetto a una specifica scuola di pensiero. Smithiano? Ricardiano? Schumpeteriano? Keynesiano? Neo ricardiano? Marxista? Niente può portare a inquadrare il pensiero di Sylos Labini in alcuna di queste caselle, anzi si può dire che in Sylos Labini si trova sempre qualcosa di queste diverse impostazioni, tanto che a questa miscellanea di pensiero non esito ad aggiungere una ulteriore “categoria”: il “pensiero sylosiano”. Molto spesso mi capitava, nel corso delle lezioni che tenevo all’università, di avvertire gli studenti che quello che stavo descrivendo era basato su un approccio “alla Sylos Labini”, che solo attraverso i suoi scritti era possibile studiare e capire. Non capita a molti economisti poter dire di loro che l’unico modo di sapere come la pensano è leggere quello che hanno scritto: infatti nella stragrande maggioranza gli economisti si rifanno a scuole di pensiero, con adattamenti marginali a modelli altrui, e riproposizione di posizioni di altri, creando un intreccio autoreferenziale che sopravvive soltanto in quanto legato al potere accademico delle scuole di pensiero e dei singoli scriventi.

285496392Venendo allo specifico, si può senz’altro dire che il principale “nemico” del pensiero economico di Sylos Labini era l’impostazione neo-classica e liberista. L’ottusità  di molti degli aspetti teorici neoclassici, pensiamo ad esempio alla funzione di produzione Cobb-Douglas, pur con evidenza dimostrata sbagliata da Sylos Labini, continuava, suscitando in lui rabbia e quasi disprezzo, a essere alla base di quell’enorme filone teorico con i piedi di argilla nota col nome di “Economia della crescita”, che ha fatto vincere tanti concorsi universitari a giovani economisti. Ma qui l’economista e il politico in Sylos Labini si confondono: infatti non era solo per una critica teorica e di coerenza interna che Sylos Labini rifiutava completamente l’approccio neo-classico, ma la sua critica era principalmente rivolta alla incapacità  di spiegazione della realtà  e alle indicazioni errate di politica economica che ne derivavano. Esempio di tale atteggiamento era la critica alle interpretazioni liberiste della crisi del ’29, così come erano state divulgate da Milton Friedman, immeritatamente insignito del premio Sveriges Riksbank Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel, anche se ben diverso dai Premi Nobel per le altre scienze a cui viene erroneamente associato, in quanto creato nel 1968, dalla Sveriges Riksbank, la Banca Centrale Svedese.

Una sintesi dell’eclettismo di economista di Sylos Labini si può trovare nella costruzione di un Modello econometrico dell’economia italiana (noto come il MoSyl): essendo questo composto da molte equazioni, riesce in ognuna di esse a rappresentare un approccio teorico originale che mescola teorie economiche diverse e quindi di fatto le trasformano in un approccio teorico “alla Sylos”.

Descrivere la collocazione politica di Sylos Labini è relativamente facile se si considera l’aspetto ideologico: senza tema di smentita la sua collocazione era quella del riformismo di sinistra. In estrema sintesi Sylos Labini era perfettamente convinto che il sistema capitalistico non poteva di per sé garantire il raggiungimento di una società  giusta e, a lungo andare, anche coloro che da questa ingiustizia risultavano avvantaggiati sarebbero stati colpiti a causa del malfunzionamento del sistema. Le sue convinzioni teoriche economiche, che vedevano l’approccio liberista neo-classico basato sul raggiungimento automatico a situazione di equilibrio ottimo per tutti come teorie sbagliate e dannose, lo portarono a giudicare la “sudditanza” della politica ai puri meccanismi economici di mercato come una politica subalterna agli interessi dei più potenti e dannosa per la maggioranza della popolazione.

Dal punto di vista ideologico Sylos Labini può essere considerato socialista riformista? A mio parere questa definizione non rappresenta bene la sua posizione: senz’altro una visione riformista della società, intesa come necessità  di un intervento pubblico capace di modificare meccanismi di funzionamento del sistema capitalistico evitandone le maggiori storture e inefficienze, era profondamente presente in Sylos Labini. Inoltre c’è ampia letteratura sul suo contrasto a visioni rivoluzionarie di sinistra, sia nella società, sia nel dibattito che si svolgeva nel suo luogo di lavoro, l’università. Nel suo articolo pubblicato sull’ “Astrolabio” relativo ai problemi dell’università  appare già  chiara, agli albori dei movimento del ’68, la sua critica all’estremismo di quegli anni. Critiche che negli anni successivi lo portarono addirittura a ricevere minacce da parte della lotta armata di sinistra e a un periodo di vita sotto scorta. Detto questo il problema è nella definizione di “socialista”, credo che in Sylos Labini non ci fosse una chiara visione di un assetto della società  che potesse chiamarsi socialista. O meglio, mentre era chiaro quanto lui fosse favorevole a un funzionamento della società  con meno disuguaglianze e maggior giustizia e moralità, non credo che in lui fosse chiaro quale assetto complessivo politico e sociale potesse permettere questi obiettivi.

Sinora, ed è stata la parte più semplice, abbiamo parlato di politica nel senso “nobile” della parola, ma per una persona come Sylos Labini, mantenersi nel limite della teoria e dello stimolo attraverso il proprio lavoro di professore consistente nell’insegnare, nel fare ricerca e nello scrivere, era impossibile. Chi lo ha conosciuto sa bene come dalle sue idee scaturiva un impulso irrefrenabile a impegnarsi con incredibile intensità  fisica e intellettuale a che le sue idee portassero a risultati concreti, piccoli o grandi che fossero.

Ovviamente questo passaggio dalla teoria alla pratica, si scontra con la necessità  di mediazione con la politica professionale, quella partitica in particolare. Su questo passaggio Sylos Labini non si tirò mai indietro, anche se, come vedremo, è in questo passaggio che si riscontreranno le maggiori “sconfitte” e delusioni del suo impegno politico.

Iniziamo con il periodo, forse il più vivace e idealistico del suo impegno, che lo vide coinvolto nel grande dibattito nella seconda parte degli anni Sessanta relativamente alla programmazione economica.

Può aiutare in questa descrizione l’esempio della collaborazione di Sylos Labini con la rivista l’ “Astrolabio”.

La collaborazione “ufficiale” di Paolo Sylos Labini all’Astrolabio inizia nel 1963 con un articolo dal titolo “Programmazione contestata”, pubblicato sul n.4 del 10 maggio. Alla lettura di questo primo articolo si rimane inizialmente impressionati dal fatto che gli obiettivi ricalcano esattamente quelli discussi attualmente dalla politica e dagli economisti, anche se le diverse ipotesi sugli strumenti da utilizzare per raggiungerli non sono sempre le stesse.

Veniamo ai problemi, Nulla di nuovo (in realtà  oggi sono vecchi ma allora erano nuovi): 1) la crescita (da Sylos Labini chiamata più correttamente sviluppo); 2) lotta alla povertà; 3) diminuzione (“eliminazione”, nel linguaggio ottimista di quegli anni di Sylos Labini) degli squilibri Nord-Sud; 4) uguaglianza nei trattamenti salariali; 5) organizzazione del welfare (che Sylos Labini chiama consumi sociali).

La differenza rispetto alle ricette attualmente proposte ormai indifferentemente da ogni governo, quali che siano le forze che lo appoggiano, è che in quegli anni il gruppo di economisti che in qualche modo si rifacevano al socialismo riformista vedeva nell’intervento programmatore dello stato l’elemento chiave per la soluzione dei problemi dell’Italia. Proposte che oggi farebbero inorridire in Italia qualsiasi ministro dell’economia di ogni partito e di ogni tipo di governo.

Certamente anche in quegli anni esistevano posizioni liberiste, simili a quelle attuali, ma le accuse che si gettavano su Sylos Labini e gli altri erano quelle di voler costruire una non meglio identificata centralizzazione e pianificazione di tipo sovietico. Facile per lui era confutare queste critiche, tanto che ciò provocò il ricevere critiche anche dal Partito Comunista di allora, ancora legato alla realtà  dell’URSS.

Sylos Labini aveva senza dubbio l’idea che la crescita economica doveva essere l’obiettivo di base per un miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini. I primi tre obiettivi erano visti raggiungibili solamente se poteva essere innescato un processo di crescita sostenuta del PIL.

La base per la crescita era senza dubbio vista negli investimenti produttivi delle imprese, ma condizione indispensabile affinché questi investimenti potessero avere luogo e potessero dare i risultati previsti in termini di occupazione, di lotta alla povertà  e di riduzione degli squilibri Nord-Sud era la loro collocazione in un quadro di programmazione economica pubblica. Programmazione che, nonostante le accuse, non aveva assolutamente nulla a che vedere con la pianificazione sovietica, ma era essenzialmente una combinazione tra quattro interventi: incentivi alle imprese private, modernizzazione delle infrastrutture, gestione efficiente delle aziende pubbliche e interventi normativi essenzialmente per evitare infiltrazioni mafiose o genericamente della criminalità  organizzata.

Che la crescita quantitativa del PIL non fosse sufficiente a garantire una società  più giusta è leggibile abbastanza chiaramente nelle posizioni politiche del socialismo riformista nei primi anni dell’ “Astrolabio”: non è un caso che venga dedicata una specifica attenzione a due degli aspetti in grado di misurare il livello di equità  di un sistema economico. I due aspetti specificatamente trattati sono: l’equità  in termini di salari e l’equità  in termini di servizi.

La posizione di Sylos Labini relativamente al ruolo del salario è quella di vederlo nei suoi due aspetti: quello di sviluppo della domanda e quello di costo di produzione. Ovviamente l’interesse della singola impresa sarebbe quello di minimizzazione dei salari dei propri lavoratori e massimizzazione dei salari degli altri produttori. Da questa contraddizione insanabile deriva la necessità  di una politica dei redditi che veda la dinamica salariale legata alla crescita della produttività: cioè crescita della domanda senza aumento del costo del lavoro. Anche nel caso della contrattazione aziendale è chiaro in Sylos Labini il ruolo determinante che deve avere l’intervento pubblico come mediatore tra gli interessi contrapposti dei lavoratori organizzati nei sindacati e le imprese.

Per quanto riguarda i servizi, la visione che Sylos Labini ha è quella della creazione di un moderno sistema di welfare che sia da accompagnamento alla crescita del PIL. Anche se è possibile interpretare il pensiero di Sylos Labini di teorico e fautore della crescita come presupposto per la creazione di un benessere generale, risulta altrettanto evidente che per lui una crescita che non si accompagnasse a un aumento della uguaglianza dei cittadini dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista geografico e da quello dell’estrazione sociale, sarebbe da considerare una crescita sbagliata o addirittura dannosa. Non è un caso che Sylos Labini preferisca quasi sempre al termine di “crescita” usare quello di “sviluppo”, incorporando agli aspetti quantitativi della crescita del PIL quelli qualitativi del benessere diffuso e dell’uguaglianza fra i cittadini.

Negli scritti di Sylos Labini sull’ “Astrolabio” si fa spesso riferimento al Partito socialista italiano e quindi può essere interessante illustrare quali siano stati i suoi rapporti politici e organizzativi col PSI. Sylos Labini non prese mai la tessera del Partito Socialista, ciononostante la sua vicinanza al partito fu senz’altro stretta e essenzialmente dovuta a rapporti personali con socialisti che stimava profondamente. A parte i suoi legami culturali e politici molto stretti con Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini e Ferruccio Parri, i socialisti che lo portarono a collaborare con il PSI furono Antonio Giolitti, Riccardo Lombardi e Giorgio Ruffolo.

Con il PSI di quegli anni (in particolare gli anni della nascita del centro-sinistra) partecipò a intense attività  politiche che lo videro, oltre che influenzare direttamente importanti decisioni del partito, anche assumere cariche nella Commissione per la programmazione e nel Comitato tecnico-scientifico del Ministero del Bilancio.

La sua partecipazione attiva nella gestione politica ebbe però gravi intoppi dovuti quasi sempre alla sua visione della politica e dell’economia come servizio non staccato da giudizi morali sulle persone che la gestivano e con cui collaborava. E’ appunto il terzo aspetto della visone del mondo di Sylos Labini quello del giudizio sull’onestà  e moralità  delle persone con cui aveva a che fare, in particolar modo i politici. Notissimo fu il suo scontro nel 1974 con Giulio Andreotti, allora ministro del Bilancio, quando si vide costretto a dare le dimissioni da consulente del comitato consultivo del ministero stesso a causa del rifiuto di Andreotti, coperto dall’allora presidente del consiglio Aldo Moro, di non nominare sottosegretario Salvo Lima, già  allora noto fiancheggiatore di Cosa Nostra. Ma “vittima”, principalmente personale ma anche giudiziaria, della visone morale di Sylos Labini fu proprio lo stesso segretario del PSI, Giacomo Mancini, contro il quale si scontrò duramente nel periodo in cui, assieme a Beniamino Andreatta, fondò l’Università  della Calabria, zona di stretto controllo manciniano.

Con la vittoria di Bettino Craxi i rapporti con il PSI all’inizio si raffreddarono e alla fine degli anni ’70 si “spostarono” alla collaborazione con “Mondo operaio”, la rivista del partito allora non ancora influenzata da Craxi. La rottura definitiva con il PSI, ma anche con la politica così come si andava affermando praticamente in tutti i partiti politici, avvenne negli anni ’80 con la definitiva “appropriazione” del PSI da parte di Craxi. La rottura fu con il partito socialista, ma non certo con la sua visione liberalsocialista del mondo: in quegli anni si divertiva infatti a definirsi un “antipatizzante socialista”. Nonostante la stima personale nei confronti di alcuni esponenti del Partito Comunista nel corso delle sue varie trasformazioni e nei confronti di ex democristiani, non fu mai convinto della loro linea politica e quindi non fu mai simpatizzante dei vari nuovi partiti provenienti dal PCI. Per non parlare poi dell’ascesa al potere di Silvio Berlusconi, uomo che riassumeva in sé tutto ciò che Sylos Labini più odiava nella sua visione della politica, della moralità  e dell’onestà. Odio che negli ultimi anni lo portò ad avvicinarsi, con qualche sospetto e distinguo, all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e a cercare di costruire un modo diverso di fare politica, fondando con Elio VeltriGiulietto ChiesaAchille OcchettoAntonello Falomi e Diego Novelli il “Cantiere per il bene comune“. Esperienze che certamente non brillarono per successi e che finirono nel nulla.

In conclusione, possiamo dire che è nella vita politica di Sylos Labini che si possono intravvedere sconfitte e delusioni, sconfitte e delusioni che però, a mio avviso, costituiscono uno dei suoi principali meriti di persona impegnata socialmente. La trasformazione della politica da impegno morale e civile a strumento “machiavellico” di potere, di corruzione e di vera e propria malavita lo vide sconfitto a causa della sua intransigenza rispetto alla moralità  e onestà  di chi aveva di fronte, indipendentemente dalle idee politiche o dalle ideologie che venivano professate.

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