Un articolo di Claudio Nesti

Ricevo  l’invito di Stefano Sylos Labini di scrivere un articolo per il sito dell’Associazione Paolo Sylos Labini e rimango perplesso, per non dire terrorizzato, davanti ad una evidenza: io con la mia modestissima maturità  scientifica ottenuta più di quaranta anni fa affronto un argomento che per la sua complessità  va ben oltre le mie capacità. Eppure non posso rifiutarmi, evidentemente il sasso che ho lanciato nello stagno era ben più corposo di quanto io stesso avessi percepito. Lo faccio nell’unico modo in cui posso farlo ovvero spiegando dall’origine i motivi del mio ragionamento e ringraziando anticipatamente Stefano Sylos Labini e Marco Cattaneo per gli scambi di opinioni dai quali ho tratto vantaggi e certezze e il blog dell’associazione Paolo Sylos Labini ed anche il blog “basta con l’eurocrisi” da entrambi i quali ho pescato a piene mani.

Ho cominciato a ragionare sulle forme possibili di “basic income” ancora prima delle ultime elezioni politiche quando cioè sia il M5S sia Sel lo mettevano tra le prime proposte della loro campagna elettorale. Non mi piaceva perché, al di la delle differenze e delle specificità  delle due proposte, non mi sembravano chiari ne venivano messi in evidenza i risvolti economici (oggi forse potrei dire “macroeconomici”) che da esso derivavano.  Ed inoltre l’accento decisamente assistenzialista delle due proposte mi faceva presagire le inevitabili “obiezioni” che si sono effettivamente presentate: i fannulloni che vogliono vivere alle spalle della società, leviamo i soldi a chi li guadagna col sudore per darli a chi non ha voglia di fare nulla, fino ai peggiori ” ce se vanno a compra’ la droga”.

La proposta andava riformulata con motivazioni più profonde, e andava sviluppato un linguaggio comprensibile a tutti, a cominciare da me, in modo da “accompagnare” con quelle delle piazze le proposte parlamentari. Quindi a partire dal semplice: “se io spendo 100 euro per comprare una qualsiasi merce e colui che riceve i cento euro ne spende una parte e con un’ altra parte paga le tasse e ne risparmia un po’ per sentirsi sicuro…alla fine i cento euro iniziali avranno provocato una spesa molto più grande. Il resto facilmente ne consegue, ed integrando la primitiva formula con l’incognita “tasse” ottengo la formula 1/1-c(1-t) facilmente comprensibile da chiunque.

D’altro canto non credo che nessuno si preoccupi più di tanto, calcolando l’ipotenusa di un triangolo rettangolo o riflettendo sui movimenti di rotazione e rivoluzione della terra, di leggere l’intera produzione letteraria dei geni a cui dobbiamo tali pilastri della scienza. Certamente la formula di cui sopra pone due problemi, ovvero quelli relativi alle due variabili. La prima variabile “c” va definita secondo le attitudini del consumatore, in questo caso il disoccupato, e della filiera della merce abbastanza facilmente definibile per quello che dovrebbe risolversi essenzialmente nel consumo di sussistenza. La seconda variabile, ovvero quella che si riferisce all’imposizione fiscale, impone delle considerazioni in più. Da una parte anche qui dobbiamo ragionare sulle caratteristiche specifiche della filiera commerciale e produttiva a cui si rivolge il disoccupato e di certo il dato ufficiale di un’imposizione media del 43% è appunto una media nella quale ci sono anche le tasse che si pagano sulle rendite patrimoniali che abbassano decisamente la media.

Ma, probabilmente è la cosa più importante, dobbiamo creare uno strumento di pagamento tracciabile che ci restituisca le tasse con le quali ripagare il reddito minimo onde evitare un deficit eccessivo e quindi rendere il reddito minimo improponibile. Già  una carta di credito consentirebbe, tramite il pos, un doppio controllo, ma è del tutto evidente che se invece di una normale carta di credito io utilizzassi uno strumento che dialoga direttamente con l’agenzia delle entrate depositando il denaro proprio sul conto fiscale del commerciante, o artigiano che sia, la tracciatura diventa potentissima. Ed a questo punto la conseguenza del mio ragionamento mi esplode in faccia in tutta la sua pienezza: non sto utilizzando denaro ! Sto utilizzando un “credito fiscale” con buona pace dalla bce della commissione europea e del Fmi.

Tutto ciò nella mia testa accadeva un po’ più di due anni orsono e, nonostante avessi chiesto conferma delle mie supposizioni ad un economista amico, con uno splendido CV in un istituto di ricerca pubblico, in mancanza di una platea e dei titoli accademici necessari ho lasciato l’idea in un cassetto senza però smettere di cercare conferme e di migliorare la mia comprensione della questione. In fondo avevo appena scoperto le enormi potenzialità  del moltiplicatore del reddito ! La cosa per me ha ripreso particolare importanza a giugno di quest’ anno quando cioè una audizione al Senato del presidente dell’Istat in persona, Giorgio Alleva, ci informava che le spese conseguenti le due diverse proposte di legge sul reddito minimo, quella del M5S e quella di Sel avrebbero comportato la spesa di 15 mld € per M5S e 23,5 quella di Sel. Ho verificato l’informazione, due pdf scaricati il secondo dei quali pieno di tabelle mi davano ragione. No, non era il costo, era solo l’erogazione che le due proposte di legge avrebbero comportato, il costo, inteso come deficit, con la mia carta di credito fiscale sarebbe stato circa il 20% di quanto prospettato dall’Istat, partendo da un propensione al consumo dell’80% e da una imposizione fiscale del 50%.

E mentre tutti, M5S , Sel , Tilt, Bin, sbilanciamoci e quanti altri alzavano la voce sul fatto che bastasse non comprare gli f35 o non dare gli 80 € io mi domandavo che mai ci stesse succedendo, o se fossi io a fare dei calcoli assolutamente ridicoli. Nel frattempo i tanti articoli di Stefano Sylos Labini e di Marco Cattaneo mi davano conforto. Che dire quindi quando non più di due mesi fa un, per me sconosciuto, Brunello Rosa se ne usciva con l’idea di una”carta di credito fiscale” (che ha quantomeno lo stesso nome della mia “invenzione”) e che si integra egregiamente con i Certificati di Credito Fiscale. Allora le mie idee non sono frutto di qualche bicchierozzo in più”¦ Quindi prendo coraggio e mi permetto di criticare persone molto più capaci e competenti di me.

Per quanto riguarda i Certificati di Credito Fiscale ritengo che siano una macchina efficacissima, nel senso di moneta alternativa, in quanto mezzo, al riparo di eventuali riciclaggi mafiosi o meno, per pagare tutte le commesse dello stato. Faccio un esempio: se io affido un appalto, che sia la fornitura di carta o il riassetto di una parte del territorio, ad una o più aziende chiedendogli come condizione sine qua non un bilancio consolidato per alcuni anni almeno uguale o superiore al costo del lotto che gli affido in appalto, per quella ditta il miei ccf saranno denaro contante (o comunque qualsiasi banca potrebbe accettarli come forma di pagamento trattenendo una minima percentuale con qualsiasi forma di scambio già  da voi progettata) per ripagare grosso modo le tasse o meglio le imposizioni fiscali e retributive che dal suo bilancio derivano , il tutto se non proprio fuori dalle grinfie dei riciclatori e mazzettari, comunque con una bella operazione di pulizia, gran cosa in un paese dove una grossa parte della sofferenza economica dipende dall’evasione e dalla elusione fiscale. Quindi non solo i CCF assumono il ruolo di strumento non comprimibile dalla comunità  economica europea ( vedi il malefico 3% deficit/Pil) con gran beneficio dell’economia nostrana ma risulterebbe anche un potente mezzo di trasparenza amministrativa.

Mi soffermo sulla questione della trasparenza e dell’evasione fiscale: in pratica, con la situazione attuale ed ancor più con le ultime creazioni renziane sull’uso del contante, ogni singola trasformazione o passaggio che sia dai ccf a moneta e viceversa rappresenta un rischio di dispersione, seppure non ci vogliamo occupare della questione etica. La stessa impalcatura, data inizialmente, per consentire allo stato due anni di tempo, tempo in cui il moltiplicatore si spera dia i suoi frutti, prima di accettarli in pagamento rischia proprio a causa della dispersione nel mondo della moneta sotto tutte le sue forme, e soprattutto dei contanti, di inibire se non inficiare il moltiplicatore stesso. Per chiarezza è ovvio che alla scadenza quei CCF ritorneranno come forma di pagamento di tasse, ma il solo fatto che proprio lo stato che all’origine avrà  incassato i contanti, o titoli pari a moneta, a fronte dell’emissione dei CCF sarà  proprio lui a comportarsi come sappiamo ovvero a gestire del denaro esattamente come ha fatto finora. La maggior parte delle corruttele, degli appalti truccati e quant’altro dipendono infatti come noto da commesse di stato!

In sostanza per i Certificati di Credito Fiscale io smantellerei l’impalcatura relativa alla scadenza biennale ed alla scambiabilità  dei medesimi sul mercato della moneta. Smantellerei la possibilità  da parte dello Stato di scambiare CCF con moneta e mi limiterei ad usare i CCF come mezzo di pagamento di commesse, come di consueto a lotti relativi agli stati di avanzamenti lavoro, sempre per poter avere i benefici del moltiplicatore, azzerando tra l’altro la consuetudine dello stato di pagare in ritardo con tutte le conseguenze che sappiamo.

I CCF o più in esteso la moneta fiscale, quindi essenzialmente come moneta complementare, restano un potentissimo strumento per i lavori pubblici il welfare e tutte le necessità  di uno stato funzionante anche per i cittadini, con alta performance, grazie alla completa tracciabilità, di moltiplicazione del reddito e di ritorno fiscale. Entrambi gli strumenti, certificati e carta di credito, consentirebbero, grazie al tracciamento in tempo reale anche, per chi volesse preoccuparsi anticipatamente di fenomeni inflazionistici, di monitorare e modificare gli investimenti li dove ci si avvicinasse alla nostra massima capacità  produttiva, tenuti presente i diversi tempi che occorrono per recuperare i posti di lavoro persi in aziende comunque attive rispetto alla creazione di ulteriori nuovi posti di lavoro.

Potremmo alla fine lasciare qualche soddisfazione, senza ulteriori regolazioni, al libero mercato pensando in fondo che comunque anche se non scambiabili i CCF saranno sempre un ottima garanzia per la banca un po’ come un qualsiasi anticipo fattura, e senza dubbio saranno ottimi per pagare tasse e contributi per quelle aziende con un equo rapporto tra commesse private e commesse di stato. Se poi questo fa temere che i CCF possano essere considerati poco appetibili basta pensare a quante aziende, pur di avere una commessa di stato, accettano pagamenti ritardati oltremisura!

Considerazione finale

La proposta di reddito minimo garantito di Sel è stata quantificata dall’ istat in 23,5 mld. Accostando a questa una proposta di investimenti di altri 23,5 mld  pagati con i CCF con buone regole di tracciatura, ad esempio sul riassetto del territorio, sull’edilizia scolastica, sull’edilizia popolare o sul recupero del patrimonio artistico, diventano 47 miliardi di euro. Se supponiamo una propensione al consumo dello 0.8 ed un prelievo fiscale dello 0.45 (valori bassi e cautelativi) che restituisce un moltiplicatore di 1,79 otteniamo un incremento del pil di 84 miliardi di euro (cinque punti!) con un ritorno fiscale di 37,8 miliardi € e quindi un deficit di 9,2 miliardi di euro. Ma con 9,2 miliardi di euro avremmo creato posti di lavoro, messo in sicurezza scuole edifici pubblici e territorio e quant’altro, proprio quello cioè per cui lo stato chiede le tasse ! E tutto ciò (un deficit di 9,2 mld) senza aver ancora calcolato i benefici economici sugli interessi sul debito, quelli conseguenti alla diminuzione del rapporto debito/Pil, e neanche quelli sulla emersione dal nero che strumenti di tracciatura così potenti implicherebbero.

E’ ovvio che queste manovre siano invise al governo (che però dovrebbe spiegare la sua opposizione a mezzi di pagamento così anti evasivi) completamente asservito agli interessi dei grandi capitali finanziari, a tutto il grande sottobosco degli interessi mafiosi, ed all’Europa così come la conosciamo. Gli interlocutori sono quindi la sinistra ancora traballante ma soprattutto la sua base e le piazze: Luciano Gallino docet!

Claudio Nesti

Redazione
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