Paolo Sylos Labini
di Luigi Spaventa

Senza memoria un nome, anche conosciuto, è un guscio vuoto. Vorrei cercare di riempire
con un po’ di memoria il nome di Paolo Sylos Labini, morto una decina di giorni fa, affinché i tanto
più giovani possano averne un ricordo.
Jean Tirole (Theory of Inustrial Organization, cap. 8): “il modello più famoso di barriere
all’entrata è il limit-pricing model (Bain 1956; Sylos Labini 1962; Modigliani 1958)”. Tirole ha
ragione, ma non è accurato nelle date. Oligopolio e progresso tecnico esce in edizione provvisoria
nel 1956 (prima del libro di Bain) e nel 1957 nella versione definitiva italiana, che sarà  tradotta con
qualche revisione e qualche aggiunta negli Harvard Economic Studies nel 1962. L’articolo di
Modigliani (JPE, 1958) offre una formalizzazione dei risultati di Sylos Labini (e di Bain), che,
come usa dire, furono path breaking nella teoria dell’oligopolio.
Sylos Labini fu un ostinato economista quantitativo. Certo, non VAR e SVAR, non GARCH
e quant’altro. Ma raramente si muoveva senza raccogliere, elaborare, ordinare dati, a conforto e
ispirazione delle sue elaborazioni. Più di trent’anni fa produsse un modello econometrico
dell’economia italiana: un paleo-modello, oggi, ma uno dei primi allora (con quello bolognese di
Nino Andreatta e quello anconetano di Giorgio Fuà ).
Sylos Labini colloquiava incessantemente con i più giovani, anche quando accademicamente
non era nessuno e lo si andava a trovare a casa di sua madre, e li incoraggiava ad andare fuori
d’Italia, a nutrirsi di quello che egli chiamava il brodo di cultura e di dibattito che un’università 
anglosassone poteva offrire. L’accademia ufficiale gli frappose pesanti barriere all’entrata (che solo
Federico Caffè e pochissimi altri cercarono di rimuovere). Era considerato, Sylos Labini, non
omogeneo col sistema, quasi un rivoluzionario.
Rivoluzionario? Bisogna intendersi. Dell’ideologia, di ogni ideologia, da quella dei marxisti
puri e duri a quella, più misera, degli studenti del ’68, era nemico insofferente; si ispirava agli
economisti classici, ma non incoraggiò il programma della lost generation della disputa sulla teoria
del capitale. Ma, per discendenza salveminiana e per fratellanza con Ernesto Rossi, non sopportava
l’opportunismo perbenista ed era ragionato nemico di monopolisti protetti e di piccoli e grandi
percettori di rendite private garantite dal potere pubblico: dei “padroni del vapore”, come li
chiamava Rossi, degli incumbents, come si direbbe oggi; dei “topi nel formaggio”, come diceva lui.
Da “onesto riformista”, come si definiva, voleva (come voleva Ernesto Rossi) “salvare il
capitalismo dai capitalisti”, e anche l’Italia dagli Italiani: un vaste programme, avrebbe detto De
Gaulle; ma un programma al quale Sylos Labini dedicò le sue energie, per comprendere mali e per
suggerire rimedi.
Servono alla comprensione i suoi saggi, del tutto innovativi, sulle classi sociali in Italia, ove,
con uno sforzo straordinario di raccolta e classificazione di dati, dimostrava “l’ubiquità  della
piccola borghesia” – di una piccola borghesia ambigua e instabile, spalmata fra destra e sinistra
-come carattere peculiare della realtà  italiana. Fece scandalo, a sinistra, questo abbandono delle
partizioni tradizionali. E tuttavia quel contributo si rivelò uno strumento potente per comprendere
tante caratteristiche, sovente degenerative, della storia recente e della politica del nostro paese.
Sylos Labini praticò incessantemente un riformismo di marca fabiana: quello che, se piove,
cerca di trovare un ombrello invece di rinviare, bagnandosi, ai “ben altri” problemi che sono “a
monte”. Rifiutò prebende e incarichi – semmai era incline a sbattere porte – ma passò tanto tempo a
cercare problemi specifici a cui proporre specifiche soluzioni, di cui sollecitava l’accoglimento con
ansia quasi missionaria.
Fu un economista vero; soprattutto – il che non necessariamente segue – fu un uomo vero, a
tutto tondo. Paolo Sylos Labini merita memoria, e non solo il ricordo di un nome.

Redazione
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