L’economia vissuta con passione di Luca Paolazzi da “Il Sole 24 ore” 6.1.2006

«Sa perché la musica jazz si chiama così? La parola significava orgasmo, nello slang dei neri
americani. E i ritmi jazz erano suonati nei bordelli. Ma anche ai funerali. Eros e thanatos, amore e
morte». Nelle molte (mai troppe) conversazioni con Paolo Sylos Labini, appassionato di jazz,
spesso si usciva dal seminato delle questioni economiche del momento: la disoccupazione, la
tassazione delle rendite finanziarie, le opere pubbliche, le innovazioni, il Mezzogiorno,
l’inflazione, le imposte indirette, i distretti industriali. Non era mai a digiuno dei temi
d’attualità  per la politica economica. Su ognuno offriva una visione originale, controcorrente e
valeva sempre la pena ascoltarla.
Ma i suoi interessi erano molto più ampi e le sue competenze sconfinavano nella sociologia e nel
diritto (era laureato in giurisprudenza). Perché per lui l’economia era uno dei lati da cui
osservare la società  e senza gli altri non solo si perdeva un pezzo della realtà  ma rimaneva
incompleta anche l’analisi economica. Che rischiava così di essere fallace. Perciò amava
esclamare provocatoriamente: «E’ importante studiare l’economia per difendersi dagli
economisti». Soprattutto, infatti, contava per lui la rilevanza dei problemi esaminati. «Meglio
avere all’incirca ragione che esattamente torto», scherzava a proposito del formalismo
imperante negli studi economici. Rilevanza rispetto al fine ultimo di agire per far progredire la
società. Nel benessere economico e nella civiltà.
Sulla questione civile ha investito anche le sue energie più preziose, quelle degli ultimi anni di
vita. Con libri (Un paese a civiltà  limitata. Intervista su etica, politica ed economia e Berlusconi e
gli anticorpi. Diario di un cittadino indignato, entrambi editi da Laterza), partecipando a dibattiti,
aderendo ad associazioni. Molti la chiamano «questione morale» e Sylos si definiva un moralista,
perché ripeteva che l’etica è fondamentale nel plasmare le istituzioni di un Paese civile; e
faceva l’esempio del bagaglio etico-culturale che i pellegrini puritani portarono con sé negli
Stati Uniti.
Sylos era nato nel 1920 a Roma, da padre pugliese e madre napoletana. Origini che ricordava ogni
volta che condannava senza mezzi termini (con il suo lessico vivace che non conosceva
diplomazia) il sottosviluppo meridionale, in particolare quello civile. Si era laureato nel 1942 e poi
aveva studiato ad Harvard (Usa) e Cambridge (Gb). Le sue pubblicazioni sono numerose e un
elenco completo si trova sul sito a lui dedicato (www.syloslabini.info). In questa pagina, a un
mese dalla morte (avvenuta lo scorso 7 dicembre) «Il Sole-24 Ore» ha chiesto ad alcuni suoi amici
e allievi di ricordarlo.
La sua ricetta per far uscire l’Italia dalla lenta crescita, illustrata in un colloquio di oltre cinque
anni fa, non ha perso smalto e punta sulla rimozione di quattro fattori frenanti: l’alto debito
pubblico (senza usare trucchi contabili), i bassi investimenti in ricerca, la rigidità  del mercato del
lavoro (evitando di generare la miseria della precarietà, penalizzante anche per la produttività ) e
la scarsa concorrenza nei servizi, banche incluse. A Sylos piaceva molto una canzone di Duke
Ellington, Mood indigo, umore indaco, misto di blu e violetto. Per lui era l’emblema della
passione, che metteva in tutte le attività, e della tristezza, che lo coglieva di fronte alle
dimostrazioni di arretratezza civile del Paese. Ma non perdeva mai la speranza né la voglia di
lottare.

Redazione
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