di Mariana Mazzucato, Financial Times (trad. a cura di Orizzonte48)

Mariana Mazzucato è professoressa di “Politiche della Ricerca Scientifica e Tecnologica” presso l’Università  del Sussex, ed autrice del libro “The Entrepreneurial State”.

Il dibattito intorno all’austerità  – ed al rapporto tra deficit pubblici, debiti nazionali e crescita – ha perso un punto cruciale. A meno che i paesi siano sull’orlo di un attacco sul mercato obbligazionario, l’importo del debito o la dimensione del deficit interessano meno del capire quali siano le attività  che venogno finanziate (effettivamente) dai contribuenti. Se la spesa supporta aree che aumentano i tassi di crescita attraverso l’aumento della produttività  e l’innovazione – come l’istruzione, le competenze, la ricerca e le nuove tecnologie – allora il rapporto di lungo periodo tra debito e prodotto economico potrebbe essere inferiore (e lo Stato in forma migliore) rispetto ad una spesa meno produttiva.

Le nazioni che hanno ottenuto la crescita di una innovazione “guidata” dall’intervento pubblico non hanno solo creato le condizioni per l’innovazione – finanziamento di istruzione, formazione e infrastrutture – o rimediato ai fallimenti del mercato, finanziando la ricerca di base. Essi hanno anche attivamente fornito supporto diretto agli innovatori.

Questo è vero anche nell’America del “capitalismo sfrenato”.
La rivoluzione IT non si è veritificata con il governo federale ai margini di tale processo.
Gli USA hanno sostenuto il microchip, così come Internet e, più recentemente, le nanotecnologie e le biotecnologie. Ognuno di tali campi di ricerca è stato finanziato attraverso le agenzie pubbliche come il Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), il National Science Foundation and il National Institutes of Health.
Questa spesa (pubblica) ha funzionato perché era “mission oriented“: lo Stato ha raccolto l’idea e l’ha sostenuta, (tanto da) da mandare un uomo sulla luna per affrontare il cambiamento climatico. E quando il governo può intraprendere missioni con budget sufficientemente grande, è più facile assumere menti brillanti e pensare in grande – come ha fatto DARPA con Internet.
E ‘altrettanto piacevole lavorare presso Arpa-E, una agenzia di ricerca gestita dal Dipartimento dell’Energia (DoE) degli Stati Uniti, quanto in Google. Non è una sorpresa che il DoE sia stato recentemente gestito da un fisico premio Nobel.

Data l’incertezza insita nell’innovazione, attrarre competenze non significa ottenere sempre il successo. Per ogni successo, ci sono molti fallimenti; ma sono i successi che portano a tecnologie generali, di base, che possono guidare decenni di crescita, quelli che vale la pena aspettare.

Attrarre competenza e accettare il fallimento a breve termine sono sfide.
La Cina deve mirare a fare buon uso dei 1.700 miliardi di dollari che sta spendendo su cinque aree emergenti, dai nuovi motori, a IT e tecnologie ecocompatibili.
Nella considerazione di molti, vi sono molti dubbi sulla capacità  dei governi di “cogliere” la giusta direzione. Sarebbe, per costoro, più saggio lasciare tali decisioni al mercato, dicono, come se quest’ultimo, per suo stesso DNA possedesse l’orizzonte di lungo periodo, il capitale e l’esperienza richiesti.
“Burocrati inutili”, sentiamo dire, “basta mettersi in cammino”.
Questo scetticismo ha un fascino politico: i contribuenti sono costantemente alimentati con il messaggio di un goffo Leviatano.
E ciò rende più difficile per i governi trovare il coraggio di pensare in grande. Li incoraggia a nascondere quello che fanno, anche quando si sta seguendo una grande visione.

Immaginate come sarebbe diverso il dibattito sanitario degli Stati Uniti se i contribuenti sapessero che il governo regola non solo la sanità, ma anche i fondi della ricerca dietro nuovi farmaci più radicali: il NIH (agenzia pubblica statale) ha speso 32 miliardi di dollari nel solo 2011 sulle conoscenze di base biotech-farmaceutiche.

Quando il Fondo Monetario Internazionale fa le raccomandazioni sulla spesa pubblica, dovrebbe prendere in considerazione i modelli di crescita economica.
Dopo tutto, il problema, in molti paesi indebitati, non è che lo Stato ha speso troppo, ma che ha fatto una spesa troppo poco produttiva: l’Italia gestiva un deficit modesto prima della crisi, ma i suoi due decenni di crescita zero della produttività  (e prodotto interno lordo) hanno portato il suo rapporto debito-output a salire a livelli insostenibili.

Come faranno il 40 per cento tagli nel bilancio di ricerca della Spagna dal 2009 ad aiutare il paese a diventare una “nazione di innovazione”, in grado di competere con la Germania, dove la spesa per la ricerca (pubblica) è aumentata del 15 per cento?
Ci sono molti sprechi in questi paesi, ma se le “riforme strutturali” non sono accompagnate da aumenti degli investimenti produttivi in aree strategiche, non ne conseguirà  la crescita.

Su questi problemi non si può essere ingenui: non basta chiedere allo Stato di fare di più. In paesi come gli Stati Uniti, che hanno beneficiato di una di strategia industriale “attiva” (anche se “nascosta”), vi è una relazione disfunzionale tra il settore pubblico e privato, nella quale il rischio viene socializzato e le ricompense privatizzate.

Mentre la maggior parte delle tecnologie radicalmente innovative che rendono l’i-Phone così “smart” sono stati finanziate dal governo, Apple paga relativamente poco in tasse alle casse pubbliche . Dove sono oggi Xerox Parcs e Bell Labs, co-investitori accanto allo Stato nelle grandi opportunità  del futuro?

Un modello economico coerente di crescita deve distinguere tra rapporti simbiotici e rapporti parassitari tra Stato e settore privato. Questo prevede che lo stato risparmi il settore privato dal rischio, ma ciò significa rischiare e poi godere dei frutti insieme.

(22 agosto 2013)

Redazione
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