gaza

di Avi Shlaim
Storico israeliano, Professore Emerito di Relazioni Internazionali, Università  di Oxford. Traduzione integrale di Joseph Halevi del testo in inglese apparso sul sito di Al Jazeera.

Il ciclo di violenza che ha avvolto la Striscia di Gaza fin dal distacco unilaterale da parte di Israele nel 2005 è ripetitivo, prevedibile e profondamente deprimente. Negli ultimi sei anni Israele ha lanciato tre offensive militari di vaste proporzioni su questa enclave Palestinese, piccola, isolata, disperatamente povera e densamente popolata.
Ogni volta Israele si presenta come la vittima, sostenendo di esercitare il diritto alla propria difesa mentre nega lo stesso diritto ai Palestinesi. Tuttavia tutte queste guerre sono state istigate da Israele, tutte erano dirette contro i civili e tutte hanno comportato dei crimini di guerra. Sono (queste guerre) il prodotto diretto del colonialismo israeliano, della più lunga e brutale occupazione militare dei nostri tempi.
La brutalità  israeliana contro i civili ha scalato nuove vette nell’attuale guerra che Israele ha denominato in maniera fraudolenta « Operazione Bordo di Protezione » (Operation Protetctive Edge, può anche significare vantaggio/margine di protezione). In questa guerra l’esercito israeliano – che i propagandisti israeliani, nel loro orwelliano linguaggio, definiscono « l’esercito più morale del mondo » – ha fatto piovere morte e distruzione sulla popolazione intrappolata nella Striscia di Gaza facendo poca distinzione tra obiettivi civili e militari.
Nel perseguire la sua lotta contro Hamas l’esercito israeliano ha bombardato abitazioni, moschee, ospedali, cliniche mediche, ambulanze, l’Università  Islamica di Gaza, nonché scuole e rifugi delle Nazioni Unite. Ha anche puntato sull’unico impianto idrico distruggendolo assieme alle condotte d’acqua ed al sistema fognario spingendo Gaza sul baratro di una catastrofe umanitaria.
Si stima che i danni ammontino a 5 miliardi di dollari. Sono state sfollate oltre 475 mila persone. Le perdite israeliane consistono in 67 persone di cui 64 soldati e 3 civili. L’esercito israeliano ha ucciso circa 1900 persone, la maggioranza delle quali civili di cui 450 sono bambini, ne ha ferite 9500.

AUTODIFESA CONTRO CHI?
Come sempre Israele vuol far credere che lo scontro sia con Hamas non con la popolazione di Gaza. La ragione apparente della guerra è la protezione dei civili israeliani dagli attacchi di razzi e mortai da parte dei militanti di Hamas. In effetti Israele sostiene che questa è una guerra al terrorismo. In verità  si stratta di un atto di terrorismo di stato. Il terrorismo è l’uso della forza contro i civili a fini politici. In questo caso il fine politico è il mantenimento dell’illegale occupazione israeliana dei territori palestinesi, impedire l’unità  tra Gaza e il West Bank (Cisgiordania), nonché negare al popolo palestinese il suo naturale diritto all’indipendenza e ad avere un suo Stato sulla sua terra, sul 22% di ciò che è rimasto della Palestina storica.
In poche parole la narrazione israeliana della guerra si basa sulla considerazione che Hamas è un’organizzazione terrorista. Negoziare con i terroristi è un errore e l’unico modo per affrontarli è attraverso la forza militare. La realtà  è più complessa.
In primo luogo la narrazione ufficiale omette il dato cruciale in base al quale per la legge internazionale Israele, sebbene si sia ritirato da Gaza unilateralmente nel 2005, rimane una potenza occupante in quanto controlla gli accessi a Gaza via terra, ne controlla lo spazio aereo e le acque territoriali. Inoltre dopo essersi ritirato da Gaza, Israele ha continuato ad espandere le sue colonie illegali in Cisgiordania (West Bank) e queste colonie costituiscono l’ostacolo principale alla pace.
In secondo luogo, Hamas non è un’organizzazione terroristica sebbene faccia uso di attacchi terroristici nei confronti di civili israeliani in quella che altrimenti sarebbe una resistenza legittima all’occupazione israeliana. Hamas non è nemmeno un movimento jihadista contrariamente a quanto affermano i suoi critici. Lontana da essere un movimento messianico, Hamas è un’ organizzazione locale con una fisionomia locale con obiettivi locali piuttosto che globali.
Agli occhi degli Arabi e dei Musulmani nel mando intero Hamas è un gruppo patriottico che combatte con commendevole coraggio contro forze schiaccianti. Senza dubbio Hamas sposa una violenta ideologia anti-israeliana e possiede un braccio militare. Tuttavia è anche un partito politico con un seguito popolare massiccio e questo la rende un legittimo attore politico.
Nel 2006 Hamas vinse le elezioni svoltesi in modo equo e libero e formò un governo che propose di negoziare con Israele un cessate il fuoco di lunga durata. Israele rifiutò di riconoscere la validità  del governo palestinese democraticamente eletto e respinse l’offerta di intraprendere dei negoziati. L’anno dopo Hamas e Fatah formarono un governo di unità  nazionale e rinnovarono l’offerta di negoziare.
The Palestine Papers (Le Carte Palestinesi). Il ritrovamento di circa 1600 documenti diplomatici consegnati di nascosto ad Al Jazeera rivela che Israele cospirò con Fatah, con l’Egitto e con gli USA per abbattere il governo di unità  nazionale, forzando Hamas ad abbandonare la Cisgiordania (West Bank) e a prendere il potere a Gaza. Il passo successivo di Israele fu di imporre un blocco a Gaza in violazione di molte delle disposizioni umanitarie della Quarta Convenzione di Ginevra. Questo selvaggio assedio a 1,8 milioni di abitanti, in gran parte rifugiati delle precedenti guerre arabo-israeliane, continua ad essere imposto da Israele con l’aiuto del regime militare che recentemente ha soppresso la democrazia in Egitto.
Infine c’è la questione del rifiuto israeliano di parlare con Hamas considerata come un’ organizzazione terroristica. La documentazione storica mostra che, malgrado il suo terribile Statuto, Hamas è diretta da leader politici pragmatici che si sono adeguati alla soluzione fondata su due stati sulle frontiere del 1967 e che hanno fatto ogni sforzo per porre fine al conflitto con mezzi diplomatici.
Una mossa di grande importanza in tal senso è stato l’accordo di riconciliazione tra Hamas e Fatah e la formazione il 2 giugno scorso di un governo di unità  nazionale (palestinese). Questo governo, basato a Ramallah, è composto dai leader del Fatah, da figure politiche indipendenti, da tecnocrati ; non include un solo ministro che sia affiliato a Hamas. Inoltre questo governo soddisfa pienamente i tre principali criteri stabiliti dal Quartetto (ONU, USA, UE, Russia) per qualificarsi come partner negoziale : riconoscimento di Israele, rispetto degli accordi passati e rinuncia alla violenza. Tuttavia il Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu ha denunciato questo governo, quintessenza della moderazione, come un voto per il terrorismo non per la pace.

UNA NARRAZIONE FITTIZIA
I termini con i quali Netanyahu e i suoi colleghi di destra compongono il quadro del conflitto con Hamas sono una miscela di mezze verità, di plateali menzogne, di intenzionale inganno e di doppi standard da capogiro. La loro narrazione non offre alcuna decente via d’uscita. La loro narrazione è il problema, non la soluzione. La loro narrazione rende impossibile affrontare le radici reali del conflitto israelo-palestinese. Questo è un conflitto politico per il quale, come dimostrato in maniera definitiva dalla documentazione storica, non esiste una soluzione militare.
Ne consegue che se Israele continua a seguire la sua attuale linea politica Il risultato sarà  il medesimo di quello odierno ma in forma aggravata : più violenza, maggiore spargimento di sangue, più terrorismo, maggiore distruzione indiscriminata, maggiore sofferenza umana, più guerre e più crimini di guerra. In breve la narrazione israeliana si svolge intorno alla demonizzazione di Hamas e demonizzare porta direttamente all’impasse diplomatica.
La comunità  internazionale ha sia un obbligo morale che legale a proteggere i civili palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana e ha anche l’obbligo di rendere Israele responsabile per le sue persistenti violazioni delle leggi di guerra e della legge umanitaria internazionale.
La politica occidentale del rifiuto di trattare con Hamas, la politica di appoggiare la perversa interpretazione di Israele del diritto di autodifesa e di rifornirlo con armi che vengono ripetutamente impiegate per bombardare un popolo indifeso, è moralmente indifendibile e quindi, in ultima analisi, insostenibile.
Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki moon ha definito l’attacco israeliano a Rafah ove è stato ucciso un grande numero di civili che si erano rifugiati in una scuola dell’ONU, « un atto che provoca indignazione morale e un atto criminale ». Tale definizione riassume correttamente l’intera politica di Israele nel conflitto con Gaza.
Con le sue azioni Israele ha minato qualsiasi pretesa potesse avere nel definire i termini con i quali il mondo dovrebbe guardare al suo scontro con Hamas. Una nuova narrazione è urgentemente necessaria, una basata sui fatti reali di questo tragico conflitto, sul diritto internazionale, sulla decenza umana.

(9 agosto 2014)

Redazione
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