Pangloss

Cari liberisti,

dobbiamo riconoscere che la società  in cui viviamo, e quella che si prospetta a breve – nella migliore delle ipotesi di una uscita dalla crisi – rappresenta un risultato della vostra preminenza pluridecennale sul piano delle politiche economiche, culturali e sociali: avete ampliato l’appartenenza al ceto proletario – nel senso di quelli che vivono per la sussistenza – inglobando quelli che una volta erano un ceto cosiddetto medio, nel senso che viveva secondo modelli imitativi del ceto abbiente. Oggi quei modelli sono inimitabili.

Mentre nei decenni precedenti una cultura progressista variamente organizzata era riuscita a portare la classe operaia a raggiungere livelli di vita confrontabili con quelli della classe media, ora, grazie a voi, abbiamo conseguito un risultato opposto. Non solo sul piano economico ma anche in materia di dignità  e di diritti.

Non vorremmo proseguire lungo questo cammino, non per un amore smodato della ricchezza ma per evitare che quel vuoto di prospettive che coglie le nuove generazioni diventi una condizione normale del nostro modo di vivere.

Non abbiamo la pretesa di avere in tasca la verità  e sappiamo che anche sul fronte cosiddetto progressista sono stati compiuti errori molto gravi. Molti di noi stanno tentando di riflettere non solo per evitare di ripeterli ma soprattutto per elaborare dei percorsi coerenti con i valori della giustizia, della libertà  e dell’eguaglianza che ci uniscono.

A questo punto, assicurandovi la massima comprensione e il pieno rispetto umano, sentiamo tuttavia l’obbligo di chiedere una vostra disponibilità  a ritirarvi in riflessione e di lasciare, almeno per ora, il campo delle responsabilità  politiche. Se in questa nuova funzione ritenete di avere bisogno di supporti, di scambi e di confronti, siamo ovviamente pienamente disponibili.

Redazione
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