Roma, 22 Settembre 2005

Caro Mr. Vidal,

Ieri non ho potuto partecipare alla presentazione del suo libro( “L’invenzione dell’America”, Fazi Editore, ndr) a causa della pioggia. Non ho potuto trovare un taxi! Se fossi riuscito a venire le avrei fatto questa domanda, che ora le mando per lettera.

Sono stato molte volte in America: una volta, per un anno (1948-49), come studente ricercatore ad Harvard, con Shumpeter; un’altra volta (settembre-dicembre 1974) come visiting professor , ancora ad Harvard e al Massachusetts Institute of Technology. Molte altre volte ho tenuto lezioni in varie università. Penso dunque di non avere una conoscenza troppo superficiale degli States.

Sono d’accordo con la tesi principale del suo libro, e cioè che questo, attuale, è uno dei peggiori periodi della storia degli Stati Uniti , nel quale sembrano confermarsi le pessimistiche predizioni di Benjamin Franklin.

Tuttavia, io penso che la speranza che lei lascia timidamente trapelare nell’intervista che ha rilasciato al giornalista dell’Unità  potrebbe avere un qualche sostegno, sempre che noi accettiamo il giudizio di Adamo Smith. Ed è su questo punto che desidero avere la sua opinione.

In un certo senso questo punto concide con la domanda che le pose John Fitzgerald Kennedy, e che lei riporta nel suo libro: “Come spiegare il fatto che un paese selvaggio come questo, con a malapena una popolazione di tre milioni di abitanti, sia stato capace di produrre tre grandi geni del XVIII secolo, cioè Franklin, Jefferson e Hamilton?”

Adamo Smith, che è il mio economista favorito, sottolinea che “I puritani inglesi, perseguitati in patria, fuggirono in cerca di libertà  in America (per la libertà, non per arricchirsi) e costruirono là  i quattro governi del New England (libro IV, Cap. VII, Pt. II). Egli rileva che i coloni portarono con sé le conoscenze agricole e di altre utili arti, ….. alcune nozioni di un regolare governo ,,,,,,,, del sistema delle leggi che lo sostengono, e di una regolare amministrazione della giustizia”. Oltre a ciò i coloni decisero di non trasferire il sistema feudale che si lasciavano alle spalle in Inghilterra (cosa che invece fecero spagnoli e portoghesi conquistadores , per la disgrazia delle loro colonie) e lasciarono libere le terre, in modo tale che ogni colono potesse fondare una fattoria ad un costo che si limitava a quello della ripulitura di una terra incolta e vergine o di un pezzo di foresta. Ciò aveva come conseguenza che ogni farmer , una volta insediatosi nel suo territorio, poteva portare con sé dei salariati, pagandoli in modo adeguato.

A dispetto di ciò i braccianti cercavano di divenire a loro volta indipendenti non appena si presentava loro l’occasione. Essi organizzavano nuove fattorie nelle nuove terre libere che si aprivano davanti ai loro occhi. Si creò in tal modo una spirale positiva, che a sua volta portò con sé un sistematico aumento della produttività, dovuto alla necessità  di pagare salari crescenti, per mantenere i lavoranti quanto più a lungo possibile nelle fattorie esistenti (libro IV, Cap.VII, Pt. II). Questa è l’origine dell’incremento di produttività  e del reddito totale che, nel lungo termine, divenne più rapido di quello della madrepatria e di altri paesi avanzati.

La lunga fase delle terre libere fu conclusa con l’Homestead Act , introdotto nel 1862 da Lincoln.

Tutto ciò avvenne nel Nord degli Stati Uniti. Nel Sud i coloni erano in prevalenza alcuni aristocratici ( Cavaliers o equivalenti) e avventurieri, che avevano abbandonato l’Inghilterra non alla ricerca della libertà, ma per diventare ricchi, scoprendo miniere, costruendo piantagioni, per le quali fecero ampio ricorso agli schiavi africani. Né gli aristocratici, né, tanto meno, gli avventurieri, erano interessati alla cultura. I pellegrini del Mayflower , invece, erano molto meno interessati al denaro e assai più alla cultura. Questo viene sottolineato da Smith, che parla di cultura tecnica, legale, istituzionale, non limitando la sua analisi alla cultura intellettuale e erudita, ma come capacità  di organizzare le attività  produttive e sociali.

Le osservazioni di Smith sono congrue con diverse importanti osservazioni che ho trovato nel sul libro. Mi riferisco, naturalmente, alla traduzione italiana, dove ho trovato riscontri nelle pagine 46 e 47 ( Roundheads e Cavaliers ), pagina 47 (Note di Adams) e pagine 52 e 147 (Harvard come una delle prime università, probabilmente la prima, fondata nel Nuovo Mondo).

Il fatto che Jefferson fosse particolarmente orgoglioso non solo di essere stato l’autore della Dichiarazione d’Indipendenza Americana, e dello Statuto della Virginia, ma anche di avere fondato l’Università  della Virginia, mostra che egli, sebbene fosse un gentleman del Sud (che fu tormentato per tutta la vita dalla contraddizione tra : tutti gli uomini nascono liberi ed eguali”, frase da lui vergata, con il fatto che egli era proprietario di schiavi), tuttavia era influenzato dalle idee dei Padri Pellegrini. E forse anche gli altri due “geni” erano influenzati da quelle idee.

Concordo con Smith, che “la scienza è un grande antidoto al veleno dell’entusiasmo (io leggo fanatismo) e alla superstizione.” (libro V, Cap.I, Pt.III). Riecheggia l’idea di Jefferson sull’ignoranza e la scimmiesca superstizione (pag 175). La scienza è la figlia della cultura e può essere all’origine delle innovazioni civili, quando lavora bene, ma anche può dare luogo alle armi di distruzione di massa.

Tuttavia senza cultura noi non abbiamo speranza.

Questa è la ragione perché sia in America, che in Italia (e lei sa molto bene che oggi noi viviamo in un periodo orribile), le limitate speranze su cui possiamo contare risiedono proprio nella cultura. Questa volta in una cultura critica che sappia guardare alla nostra vita politica e sociale life.

E’ stato per me un grande piacere averla conosciuta. Suo

Paolo Sylos Labini

(http://www.megachip.info)

Paolo Sylos Labini
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