Paolo Sylos Labini e  Alessandro Roncaglia hanno pubblicato il libro “Per la ripresa del riformismo” con l’Unità. Il libro è gratuitamente accessibile su qusto sito (cliccare qui). Ne riproponiamo dei brani.

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+progresso21La nostra antologia guarda principalmente alla tradizione riformista del passato, non al dibattito riformista contemporaneo. Questo è un limite da tenere ben presente, anche se per alcuni aspetti almeno i temi in discussione hanno radici lontane e compaiono in diversi dei testi qui raccolti. Ad esempio, il tema della democrazia industriale, cioè della distribuzione del potere all’interno delle imprese, percorre senza soluzione di continuità  il dibattito riformista, dal cooperativismo dei ‘socialisti ricardiani’ e di John Stuart Mill nell’Ottocento fino a James Meade e oltre. Quello della democrazia industriale può essere visto come il tema centrale del riformismo socialista; a sua volta esso si suddivide in numerosi temi, che si ricollegano a diverse proposte, alcune radicali, altre moderate o molto moderate. Fra le più radicali vi è la cogestione, seguita subito dopo da formule che prevedono la partecipazione dei lavoratori al possesso delle azioni, agli utili e agli aumenti di produttività; all’azionariato operaio si dichiarò favorevole anche Sturzo. Per gradi e attraverso esperimenti è possibile passare a formule di cogestione che in via di principio consentono di ridurre drasticamente i gravi abusi di manager, di cui si sono avuti esempi impressionanti nell’economia americana nel nostro tempo e, in prospettiva, di creare le premesse per superare la questione dell’alienazione: di ciò si discuterà  nel capitolo 23.

Altri temi si sono affacciati alla ribalta negli anni più recenti, o il modo di affrontarli è cambiato. Così, nei paesi industrializzati e particolarmente in Italia il ruolo della spesa pubblica nell’economia è cresciuto in misura notevole, soprattutto per l’aumento della spese sociali, cui, dopo la crisi petrolifera del 1973-75, si è accompagnato un netto indebolimento del saggio di sviluppo. Tutto questo ha comportato dapprima un problema di disavanzo pubblico, poi di aumento della pressione fiscale. Oggi si pongono tre esigenze fondamentali: il modo di affrontarle può servire a distinguere le posizioni politiche dei diversi intellettuali e delle forze politiche. Le tre esigenze riguardano, in primo luogo, la questione della pressione fiscale; in secondo luogo, la riforma delle istituzioni che costituiscono il mercato del lavoro; in terzo luogo, la scuola, la formazione e la ricerca scientifica. Alla prima esigenza abbiamo appena fatto cenno; alla seconda e alla terza in qualche modo fanno riferimento non pochi economisti della nostra antologia, in termini però diversi da quelli rilevanti per i dibattiti che si svolgono oggi.

La pressione fiscale è cresciuta in tutti i paesi industrializzati principalmente per l’aumento delle spese sociali, che sono alla base del welfare state e che riguardano in particolare la sanità  e le pensioni; in alcuni paesi hanno rilievo le spese per i così detti ammortizzatori sociali. Nell’antologia sono inclusi brani di alcuni fra gli economisti che hanno elaborato le analisi più importanti in questo campo: Keynes, Beveridge e Rossi. L’aumento delle spese sociali è stato reso possibile dall’aumento del Pil dei paesi industrializzati ed è stato spinto dal crescente peso politico dei lavoratori. Tuttavia, le spese sociali sono cresciute più rapidamente del Pil, con la conseguenza che la loro quota sul Pil è cresciuta. Le spese per le pensioni e per l’assistenza sanitaria sono aumentate anche per l’aumento dell’età  media della popolazione, che il processo di sviluppo ha portato con sé. Accanto alla riforma dello stato sociale – per rafforzarlo, non per immiserirlo – riveste grande importanza anche la lotta alle fasce di povertà, tuttora consistenti pure in molti paesi avanzati (non in tutti): tale lotta in parte si sovrappone, ma non coincide, con il rafforzamento dello stato sociale.

Per ridurre la pressione fiscale proveniente dalle spese sociali, la ricetta della destra – occorre precisare: della destra reazionaria – è semplice: tagliare e privatizzare al massimo i servizi oggi offerti dal welfare state. Per gl’intellettuali e le forze politiche di sinistra, invece, la riforma dello stato sociale è necessaria, anche allargando la sfera privata, alla condizione, però, di salvaguardare e di accrescere tutti quei servizi che rispondono non solo all’esigenza di solidarietà , ma anche ad esigenze di lungo periodo della società , come quella di agire sulle cause della microcriminalità  (alimentata dalla povertà  degli strati più deboli), di diffondere la prevenzione delle malattie e di far crescere formazione professionale, istruzione, cultura. L’accresciuta pressione fiscale nei paesi industrializzati e, in particolare, in quelli europei ha dato origine a gravi problemi di riequilibrio delle finanze pubbliche, che hanno ostacolato la creazione dell’unità  europea, prima sul piano monetario ed economico e poi sul piano politico, che è assai più importante. Il processo è in atto e, sebbene abbia fatto progressi rilevanti, è ancora lontano dalla conclusione. Si deve riconoscere che la spinta principale all’unificazione europea può essere attribuita principalmente a intellettuali e politici classificabili fra i riformisti liberali e i liberalsocialisti, come Einaudi, Robbins, Rossi e Spinelli.

Uno dei problemi sempre più rilevanti, che vanno affrontati sul piano europeo in maniera assai più sistematica e coordinata di quanto finora non sia avvenuto, è quello delle immigrazioni dai paesi del Terzo mondo. Contemporaneamente, è un importante compito dei paesi europei quello di predisporre un vigoroso e ambizioso programma contro la fame nei paesi africani, che sono i più vicini a noi; il programma deve fondarsi non su aiuti finanziari, fonti di sprechi e di corruzione, ma creando centri di coordinamento collegati con unità  locali operanti in Africa, specialmente in tre campi: istruzione, formazione di esperti, sanità.

Mercato del lavoro. L’esigenza di riforme proviene principalmente dal declino delle grandi imprese, che fino a qualche decennio fa “irreggimentavano” spontaneamente gli operai e rendevano in un certo senso semplice la strategia  sindacale – i contratti firmati dai sindacati con le grandi imprese servivano anche come modello per le altre. Oggi si è affermata l’esigenza di accrescere la flessibilità  del lavoro, non solo per i mutamenti nelle dimensioni e nell’organizzazione delle imprese, ma anche per i mutamenti delle tecnologie, a cominciare da quelle dell’informazione e delle comunicazioni. Occorre tuttavia distinguere tra diversi tipi di flessibilità , a seconda delle cause che ne propongono l’esigenza (cambiamenti tecnologici, congiuntura economica, situazioni di crisi aziendale) e degli oneri, non solo economici ma anche sociali, che comporta (inclusa la redistribuzione del potere contrattuale a sfavore dei lavoratori, e la maggiore incertezza di vita che ne può derivare). Le possibilità  dei lavoratori di cambiare mansioni all’interno di un’impresa o di cambiare tipo di lavoro passando da un’impresa ad un’altra possono essere rese più agevoli da adeguate strutture per la formazione professionale. Nell’immediato all’esigenza di una maggiore flessibilità  del lavoro si è fatto fronte anche con contratti di tipo nuovo, definiti atipici. Questi contratti, tuttavia, stanno creando problemi che rendono necessarie nuove garanzie. Il problema della flessibilità, insomma, non può essere affrontato in modo unilaterale e con slogan generici.

I mutamenti nel mercato del lavoro sono stati originati anche dalla concorrenza mossa dai paesi arretrati che cominciano ad avviare processi d’industrializzazione e che spesso hanno salari pari sì e no a un decimo di quelli dei paesi industrializzati, tanto che non di rado imprese o fabbriche di questi paesi trovano conveniente trasferirsi in quelli. La difesa non sta nella protezione doganale né in un’impossibile riduzione dei salari: sta invece nel compiere ogni sforzo per mantenersi sulla frontiera di nuove produzioni, ciò che richiede cospicui investimenti nella ricerca pura ed applicata. Anche tali mutamenti rendono necessarie riforme nel mercato del lavoro, fra cui emerge il problema del collegamento con la ricerca, la quale, promovendo produzioni di tipo nuovo, consente la creazione di mansioni di ordine più elevato e attività  lavorative sempre meno monotone e sempre più gratificanti.

Sotto tale importante aspetto, la ricerca interessa tutti i lavoratori, come apparve chiaro ai sindacalisti che firmarono il famoso protocollo col governo Ciampi, nel 1993. Le riforme del mercato del lavoro tuttavia sono ben difficilmente praticabili se, come accade oggi in Italia, al governo vi sono politici che usano tali riforme come espediente per colpire i sindacati: le vicende delle lotte riguardanti l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che ha visto contrari anche numerosi industriali, sono al riguardo significative. Nel campo delle riforme del mercato del lavoro rientrano le diverse forme di partecipazione dei lavoratori alle decisioni ed ai profitti delle imprese: sono questioni che rientrano nel grande tema della democrazia industriale e che possono gradualmente mutare le caratteristiche del capitalismo.

Scuola, formazione, ricerca scientifica. La ricetta della destra è semplice: privatizzare al massimo possibile; per la destra reazionaria in Italia ciò vuol dire anche calpestare un dettato costituzionale, secondo il quale la scuola privata è libera, ma senza oneri per lo stato. La scuola pubblica aperta a tutti e in cui possono essere insegnate le ideologie e le religioni più diverse è una conquista fondamentale delle democrazie moderne: sacrificare o restringere la scuola pubblica significa favorire la frammentazione educativa e culturale, le divisioni fra ricchi e poveri e fra i credenti delle varie fedi religiose. I partiti al governo tendono anche a ridurre progressivamente le spese pubbliche per la ricerca, mentre in altri paesi anche governi della destra non reazionaria finanziano la ricerca più dei privati, ciò che è del tutto normale per la ricerca pura, che non può dare frutti in un orizzonte temporale visibile.Questa tendenza è destinata ad avere esiti economicamente e culturalmente disastrosi, facendo regredire la ricerca pura e applicata nel nostro paese.

Forse l’economista che più di ogni altro ha elaborato studi e proposte in favore della ricerca è il nostro Carlo Cattaneo; è significativo il titolo di un suo importante saggio: Del pensiero come principio d’economia pubblica. In sostanza era questa anche la concezione di Adam Smith, secondo cui è la cultura che condiziona il processo di divisione del lavoro e che perciò è all’origine dello sviluppo economico, il quale a sua volta è da promuovere solo se favorisce lo sviluppo civile. Come ha scritto Norberto Bobbio ( L’età  dei diritti, Einaudi 1990, p. 65), “Il progresso umano non era per Kant necessario. Era soltanto possibile.” La stessa cosa, crediamo, vale per Adam Smith e per i riformisti in generale: la loro azione tende appunto a tradurre in realtà  effettiva le possibilità  di progresso umano: economico, sociale, culturale e civile.

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