ia-deflation-cycledi Paul Krugman

Gli «econonerd» attendono sempre con trepidazione la nuova edizione del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale. Non tanto per le previsioni, quanto per i capitoli di analisi economica, sempre interessanti e stimolanti. Anche l’ultima edizione del rapporto non fa eccezione. In particolare, il terzo capitolo – pur se è presentato come un’analisi dei trend dei tassi di interesse reali (aggiustati per l’inflazione) – espone di fatto argomenti convincenti a favore dell’aumento degli obiettivi di inflazione al di sopra del 2%, il valore di riferimento attuale nei Paesi industrializzati.

E’ una conclusione coerente con le altre ricerche del Fondo. Il mese scorso, il blog dell’Fmi – ebbene sì, il Fmi ha un blog – ha discusso dei problemi creati dalla bassa inflazione, che è devastante quasi quanto una manifesta deflazione. Una delle precedenti edizioni del World Economic Outlook ha analizzato l’esperienza storica del debito elevato, rilevando che i Paesi disposti a lasciare che l’inflazione erodesse il loro debito (tra cui gli Stati Uniti) se la sono passata molto meglio di quelli che (ad esempio la Gran Bretagna dopo la prima guerra mondiale) si sono arroccati all’ortodossia monetaria e fiscale.

Tuttavia, risulta evidente che il Fondo non sente di poter affermare apertamente ciò che le sue analisi suggeriscono con chiarezza. Al contrario, il rapporto ricorre a eufemismi che preservano la possibilità  di negare l’evidenza: l’analisi «potrebbe avere implicazioni per un appropriato quadro di politica monetaria».

Ma che cosa rende impronunciabile l’ovvio? Innanzitutto la potenza dell’opinione dominante. Ma poiché quest’ultima non viene dal nulla, sono sempre più convinto che la nostra incapacità  di affrontare l’elevata disoccupazione abbia molto a che fare con gli interessi di classe.

Vediamo in primo luogo gli argomenti a favore di una maggiore inflazione.

Per molti non è difficile comprendere che un livello dei prezzi decrescente è una cosa negativa (nessuno vuole diventare come il Giappone, che ha combattuto con la deflazione sin dagli anni Novanta). Ciò che si fa più fatica a capire è che non esiste una linea rossa in corrispondenza dello zero: un’economia con un tasso di inflazione allo 0,5% avrà  molti degli stessi problemi di un’economia con una deflazione dello 0,5%. E’ questo il senso dell’avvertimento del Fondo monetario internazionale: a causa della bassa inflazione l’Europa corre il rischio di una stagnazione sul modello di quella giapponese, anche se, letteralmente, non c’è (ancora) deflazione.

Un’inflazione moderata è utile a molti scopi. E’ positiva per i debitori – e quindi per l’economia nel suo complesso, quando lo stock esistente di debito frena la crescita e la creazione di posti di lavoro. Incoraggia le persone a spendere piuttosto che a tenere fermo il denaro – un’altra buona cosa in un’economia depressa. E può servire come una sorta di lubrificante economico, facilitando l’aggiustamento di prezzi e salari a fronte di una domanda variabile.

Ma qual è il tasso di inflazione adeguato? In Europa l’inflazione è inferiore all’1% – una percentuale chiaramente troppo bassa – e anche negli Stati Uniti non è molto più elevata. Ma sarebbe sufficiente tornare al 2%, l’obiettivo di inflazione ufficiale sia in Europa sia negli Stati Uniti? Quasi certamente no.

Gli esperti monetari conoscono da molto tempo gli argomenti a favore di un’inflazione moderata; tuttavia, negli anni Novanta, quando l’obiettivo del 2% si stava cristallizzando nell’ortodossia monetaria, pensavano che questa fosse una percentuale sufficiente a svolgere il compito. In particolare, la consideravano sufficiente a rendere assai rare le trappole della liquidità  – periodi in cui un tasso di interesse pari a zero non è abbastanza basso per ripristinare il pieno impiego. L’America però si trova in una trappola della liquidità  da più di cinque anni. E’ quindi chiaro che gli esperti avevano torto.

Inoltre, come mostra l’ultimo rapporto dell’Fmi, vi sono forti evidenze che dimostrano come le trasformazioni nell’economia mondiale abbiano rafforzato la tendenza degli investitori ad ammassare denaro piuttosto che a metterlo in circolazione, aumentando in questo modo il rischio di trappole della liquidità, a meno che non venga innalzato l’obiettivo di inflazione. E tuttavia, il rapporto non osa mai dirlo apertamente.

Ma allora perché non si può affermare l’ovvio? Una risposta possibile è che le persone serie amano dimostrare la loro serietà  appellandosi a scelte difficili e sacrifici (da parte di altri, naturalmente). Non sopportano che vengano date loro risposte che non prevedano maggiori sofferenze.

Si può sospettare che dietro a questo comportamento vi sia un pregiudizio di classe. Quanto fatto in America dopo la seconda guerra mondiale – usare i bassi tassi di interesse e l’inflazione per erodere l’onere del debito – viene spesso raccolto sotto l’etichetta di «repressione finanziaria». Non è una gran bella espressione, ma chi piuttosto che la disoccupazione di massa non preferirebbe un’inflazione modesta e un minimo di erosione degli attivi finanziari? Ecco chi: lo 0,1%, che riceve «solo» il 4% delle retribuzioni ma detiene più del 20% della ricchezza totale. Un’inflazione moderatamente più elevata, poniamo il 4%, sarebbe positiva per una vasta maggioranza della popolazione, ma sarebbe negativa per le super élite. E indovinate chi è che alla fine definisce l’opinione dominante.

Ora, non penso che l’interesse di classe sia onnipotente. I buoni argomenti e le buone politiche a volte prevalgono, anche se vanno a discapito dello 0,1% – altrimenti non sarebbe mai stata varata la riforma della sanità. Ma dobbiamo avere chiaro ciò che sta succedendo: così facendo, infatti, potremo accorgerci che nelle politiche monetarie, così come in molti altri ambiti, il bene delle oligarchie non coincide con il bene dell’America.

(Rivista Il Mulino, 14 aprile 2014)

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