adam-smith-red di Claudio Gnesutta

Nel valu­tare sul Cor­riere della Sera la cri­tica del “Mani­fe­sto dei 15″³ (il numero dei fir­ma­tari dell’appello pub­bli­cato sul mani­fe­sto il 22 dicem­bre) alla poli­ti­che euro­pee di auste­rità, non si può dar torto a Michele Sal­vati quando osserva che il supe­ra­mento della crisi e il rilan­cio della cre­scita richiede di aver ben pre­senti le «con­di­zioni dell’offerta». Nel suo elenco: com­pe­ti­ti­vità  delle nostre imprese, l’inefficienza della pub­blica ammi­ni­stra­zione, il disor­dine poli­tico. E che quindi non si debba tra­scu­rare l’incidenza degli squi­li­bri interni accanto ai vin­coli inter­na­zio­nali (nel caso, quelli euro­pei) che ci condizionano.

Tut­ta­via par­lare di «mezza verità » “” cosa che per­mette al quo­ti­diano di affer­mare reda­zio­nal­mente che è «inu­tile pren­der­sela così con l’Europa» “” fini­sce con l’essere fuor­viante poi­ché, come Sal­vati stesso può con­ve­nire, è dif­fi­cile che vi sia una poli­tica della domanda disgiunta da una poli­tica dell’offerta. La poli­tica eco­no­mica è ine­vi­ta­bil­mente, sem­pre unica.

Par­lare di mezze verità  e spo­stare il discorso sulle con­di­zioni di offerta può favo­rire una con­trap­po­si­zione che rischia di oscu­rare la vera que­stione: quale poli­tica di domanda deve asso­ciarsi alla poli­tica di offerta. Non pren­der­sela con la poli­tica euro­pea di auste­rità, come invita il Cor­riere della Sera, signi­fica accet­tare una poli­tica dell’offerta, quella delle “riforme strut­tu­rali” dirette a for­zare la ristrut­tu­ra­zione delle rela­zioni di lavoro e del wel­fare, ponendo le rela­zioni sociali in subor­dine a quelle di mercato.

Non so se que­sta pro­spet­tiva di ridi­men­sio­na­mento dei diritti sociali è quella di Sal­vati, ma cer­ta­mente non sem­bra essere quella dei 15 dell’appello, la cui evi­dente pre­oc­cu­pa­zione è che la poli­tica (di domanda) reces­siva di Bru­xel­les non crei con­di­zioni eco­no­mi­che e sociali irri­me­dia­bili per pos­si­bili suc­ces­sive poli­ti­che (di offerta) che abbiano come obiet­tivo un raf­for­za­mento pro­dut­tivo com­pa­ti­bile con coe­sione sociale e pro­gresso civile. E’ la stretta sociale che la poli­tica di auste­rità  sta pro­vo­cando nella società  euro­pea per una sua pro­fonda tra­sfor­ma­zione che rende «urgente» e oppor­tuno «pren­der­sela con l’Europa».

D’altra parte, leg­gere il “Mani­fe­sto dei 15″³ nella maniera ridut­tiva di Sal­vati raf­forza quell’opera di oscu­ra­mento sulle rifles­sioni che offrono una visione alter­na­tiva non solo agli impe­ra­tivi di Bru­xel­les, ma anche alle varie non-politiche adot­tate dai nostri governi degli ultimi decenni. Pro­po­ste di poli­ti­che alter­na­tive ci sono “” da ultimo quella della “Con­tro­fi­nan­zia­ria di Sbi­lan­cia­moci!” “” e tali da intrec­ciare la visione di breve e quella di medio periodo, le con­di­zioni di domanda e quelle di offerta; pur­troppo esse ven­gono ampia­mente igno­rate dalla pub­bli­ci­stica quo­ti­diana e quindi siste­ma­ti­ca­mente tra­scu­rate nel dibat­tito economico-politico che conta nei media.

D’altra parte, se può essere scon­tato che non ci si debba dimen­ti­care del carat­tere interno delle nostre dif­fi­coltà, non va sot­to­va­lu­tato che le poli­ti­che di auste­rità  hanno l’effetto di strut­tu­rare, attra­verso le poli­ti­che interne, i diversi ter­ri­tori euro­pei per posi­zio­narli ella gerar­chia pro­dut­tiva dell’Unione. La strut­tura dei red­diti e delle con­di­zioni di wel­fare interna a cia­scuna area è sot­to­po­sta a una pres­sione che la ria­de­gui al grado di com­pe­ti­ti­vità  espressa dalle sue isti­tu­zioni; ma ciò pro­spet­tando un’Europa con­tras­se­gnata da pro­fonde e per­si­stenti dif­fe­renze tra ter­ri­tori e all’interno degli stessi. Una realtà  assog­get­tata a una assil­lante com­pe­ti­zione isti­tu­zio­nale tra le diverse aree “” a livello fiscale, dei diritti del lavoro, delle garan­zie sociali, comun­que tutte al ribasso “” che non può che evol­versi in un ridi­men­sio­na­mento per tutti di quell’Europa sociale pecu­liare del pen­siero europeista.

L’intervento di Sal­vati è quindi impor­tante per capire quale visione di società  euro­pea ha l’area intel­let­tuale che si rico­no­sce nel Corriere della Sera. E’ impor­tante per com­pren­dere che non con­di­vide i peri­coli che le attuali poli­ti­che euro­pee pos­sono avere nel lungo periodo su povertà, disu­gua­glianza e dif­fu­sione del non-lavoro; che il ridi­men­sio­na­mento radi­cale dello stato sociale e lo sman­tel­la­mento dei diritti del lavoro non è in con­trad­di­zione con il futuro delle pros­sime gene­ra­zioni; che tutto ciò non com­porti una regres­sione «intel­let­tuale e morale» e le essen­ziali con­di­zioni di demo­cra­zia; che, nono­stante il com­mento tran­chiant di Sal­vati sulla «Costi­tu­zione più bella del mondo», non si tra­duca in una sostan­ziale revi­sione dei valori costi­tu­zio­nali dei diritti sociali e per­so­nali a favore dei diritti (o meglio dei doveri) economici.

Su que­sti temi le poche bat­tute del Cor­riere della Sera non hanno alcuna uti­lità  se non avviano una più appro­fon­dita rifles­sione e un con­fronto più pun­tuale su base più estesa. Esi­genza par­ti­co­lar­mente sen­tita se si con­si­dera che la defi­ni­zione della com­bi­na­zione di poli­ti­che di domanda e poli­ti­che di offerta sol­le­vano la que­stione cru­ciale di quale Sog­getto poli­tico è inve­stito di que­sta scelta deci­siva: se esso deve essere una sem­plice esten­sione delle deci­sioni di Bru­xel­les (come sem­bra essere secondo il Cor­riere della Sera e i nostri ultimi pre­mier) o possa espri­mere una visione diversa di cosa fare in Ita­lia e di come stare in Europa (come mi sem­bra inten­dano gli esten­sori del “Mani­fe­sto dei 15″³).

E’ qui la dif­fe­renza sostan­ziale, se com­prendo bene. Il sog­getto por­ta­tore della poli­tica di Sal­vati non mi sem­bra essere quello auspi­cato dai 15; alla pro­spet­tiva di un Sog­getto coe­ren­te­mente liberal-conservatore che vuole ricon­durre la socia­lità  all’economico (l’economia sociale di mer­cato?) non può essere lo stesso di coloro che vedono la dimen­sione eco­no­mica come neces­sa­rio soste­gno alla dif­fu­sione del benes­sere e al pro­gresso della civiltà  euro­pea. Va, para­dos­sal­mente, rico­no­sciuto che il Sog­getto poli­tico effet­ti­va­mente emer­gente nell’attuale con­creta situa­zione non ha i con­no­tati né dell’uno né dell’altro, ma è pro­prio per que­sto che alla domanda reto­rica che pone Sal­vati (è utile, è edu­ca­tivo, un appello basato su una così evi­dente omis­sione, così lon­tano dai pro­blemi di riforma sui quali il governo e le forze poli­ti­che effet­ti­va­mente si bat­tono?) non ho dubbi a rispon­dere affermativamente.

Le riforme per le quali il governo e le forze poli­ti­che “” e l’informazione nel suo com­plesso e i suoi maitres à  pen­ser – si bat­tono non sono quelle di una civiltà  euro­pea che è stata e può essere un rife­ri­mento di qua­lità  per il resto del mondo; per que­sto ritengo che siano urgenti e neces­sari gli appelli per­ché si possa dif­fu­sa­mente e oppor­tu­na­mente discu­tere di quale futuro que­sta classe intel­let­tuale oggi ege­mo­nica nei media ci sta ope­ro­sa­mente e cie­ca­mente approntando.

(Il Manifesto, 4 gennaio 2014)

Commento sul sito www.sbilanciamoci.info

Stefano Sylos Labini, Venerdì, 03 Gennaio 2014, 21:24:55

Michele Salvati concentra la sua attenzione sulle condizioni dell’offerta, sostenendo che quello è un problema nostro, ma dimentica che uno degli attori fondamentali che può modificare la struttura dell’offerta è il sistema bancario il quale dovrebbe avere il compito di finanziare le imprese. Purtroppo la sciagurata politica monetaria e creditizia europea ha dato la massima importanza al rafforzamento patrimoniale delle banche che hanno ridotto drasticamente i prestiti alle imprese. Inoltre, politici e tecnici hanno sottovalutato il fatto che la liquidità  delle banche è strettamente collegata con la domanda, ossia con il ciclo economico, e la propensione a finanziare le imprese dipende dalle aspettative di crescita dell’economia e quindi dalla fiducia nella capacità  di onorare gli impegni di pagamento. Inoltre, l’Italia è stata penalizzata dagli alti tassi di interesse sui titoli pubblici che si sono trasferiti sui tassi sui prestiti alle imprese e alle famiglie. Se la Banca Centrale Europea fosse intervenuta per abbassare i tassi sui titoli dei paesi in difficoltà  e la politica creditizia fosse stata più espansiva, le imprese avrebbero potuto avere finanziamenti molto maggiori a tassi più bassi.
In sintesi, da quando è scoppiata la crisi il sistema bancario sta funzionando diversamente rispetto al periodo precedente. Tutto ciò rappresenta una gravissima responsabilità  dell’Europa, le cui politiche hanno pesantemente danneggiato il nostro sistema industriale e la competitività  delle nostre imprese.
Ma parliamoci chiaro: ragionare con Michele Salvati è una partita persa.
Redazione
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