Le “Lezioni Federico Caffè” arrivano quest’anno alla venticinquesima edizione; insieme ai colleghi Giuseppe Ciccarone, Giovanni Di Bartolomeo, Maurizio Franzini, Luciano Marcello Milone  e Felice Roberto Pizzuti, componenti attualmente, insieme a me (ndr: Mario Tiberi), della  Commissione del Dipartimento di Economia e Diritto, che ha il compito di scegliere l’economista da invitare, abbiamo ritenuto di affidare a Nicola Acocella, uno  dei primi allievi di Caffè, l’incarico di tenere le  “Lezioni Federico  Caffè 2016”.

Si è pensato di avere, in questo modo, l’occasione di fare il punto sulla evoluzione della disciplina “Politica economica”, che ha contraddistinto l’attività scientifica e accademica di Federico Caffè, tenendo conto delle trasformazioni avvenute nella ricerca economica a circa trenta anni dalla  sua scomparsa; avendo come riferimento,  illuminante e convincente,  l’affermazione di Del Vecchio, cara a Caffè, secondo la quale “la scienza progredisce per vie sempre nuove ed è illusorio credere che si possa riaprire una vecchia strada, o che su di essa si possa fare molto cammino”, ed, in particolare l’indagine economica è contraddistinta da “stadi successivi nel passaggio da una maggiore a una minore astrazione di un inscindibile sistema teorico[1].

Allo stesso tempo si è ritenuto utile l’esame retrospettivo dell’iniziativa dedicata a Caffè, affidando il compito a me, che ho ricoperto con continuità il ruolo di organizzatore delle  “Lezioni”; viene presentato, quindi, il punto di vista di un cronista particolare, di fatto un narratore[2],che ha contribuito alla scelta degli ospiti, ma anche a curare i necessari contatti con loro, da  lontano e  da vicino[3].


[1] Queste affermazioni si trovano in Caffè F: Lezioni di politica economica, quinta ediziona aggiornata da N. Acocella, Boringhieri, Torino, 1990, p.11.

[2] E’ questo il ruolo che mi sono attribuito in un lavoro analogo a questo; cfr. Tiberi M., Gli insegnamenti economici, in Cagiano de Azevedo R. (a cura di), La Facoltà di Economia. Cento anni di storia, 1906-2006 , Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006.

[3] Le ”Lezioni Federico Caffè”  sono state sempre svolte presso la sede della Facoltà di Economia della Sapienza, in Via del Castro Laurenziano 9. L’osservatore puntiglioso dell’elenco allegato delle “Lezioni” e del numero degli anni trascorsi potrà notare una discordanza, perché, per ragioni organizzative, siamo stati costretti, in due circostanze, a  disattendere la scadenza annuale.    

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Dopo avere ospitato tre economisti stranieri ritenemmo che fosse opportuno invitare un economista italiano; del resto la presenza di studiosi italiani era esplicitamente prevista nel nostro progetto iniziale purché il profilo culturale si collocasse, in linea col pensiero di Caffè, all’interno di una visione dubbiosa sulle capacità del mercato di  realizzare valide situazioni di efficienza ed equità. Non fu affatto difficile raggiungere l’accordo sul nome di Paolo Sylos Labini; innanzi tutto per il prestigio di cui godeva nel mondo accademico italiano ed anche per la notorietà internazionale, acquisita grazie ad alcuni dei suoi importanti contributi, tradotti in varie lingue, e a numerosi soggiorni in Università straniere.

Il primo lavoro fondamentale di Sylos Labini, che lo portò all’attenzione di molti economisti di tutto il mondo fu  Oligopolio e progresso tecnico[1], nel quale egli si addentrava nello studio delle forme di mercato diverse  dalla concorrenza perfetta, caposaldo della teoria microeconomica neoclassica costruita da Marshall, messa in crisi molti anni prima da Piero Sraffa[2]; la forma di mercato che Sylos Labini poneva al centro della sua analisi era l’oligopolio concentrato, definito dalla presenza di una grande impresa dominante costellata da altre imprese di minori dimensioni. La pubblicazione di tale lavoro avvenne quasi contemporaneamente  all’uscita di un volume dell’economista americano Joe S. Bain, che affrontava la tematica analoga di mercati in cui la contendibilità da parte di nuovi entranti è limitata per la presenza di ostacoli di varia natura che avvantaggiano le imprese esistenti[3].

La qualità conoscitiva dei contributi di Bain e Sylos Labini fu messa in evidenza da un’impegnativa recensione di Modigliani, già allora riconosciuto come un economista di grande spessore, che certamente agevolò la diffusione all’estero del saggio del nostro economista[4].

Inoltre potevamo riconoscere in Sylos Labini la condivisione con Caffè di una posizione critica rispetto al funzionamento delle economie di mercato, presupposto analitico fondamentale per proporre  appropriati provvedimenti dei poteri pubblici. Al riguardo è però interessante annotare come la convergenza verso un approccio interventista potesse scaturire da formazioni accademiche piuttosto diverse, come è il caso di Caffè e Sylos Labini. Il primo ha spesso fatto richiamo all’insegnamento di Guglielmo Masci, col quale si era laureato, e di Gustavo Del Vecchio: due studiosi scientificamente piuttosto diversi; allo stesso tempo, ha chiaramente messo in risalto l’influenza che ha esercitato sul suo approccio interventista l’insegnamento di Keynes, inteso non “soltanto come un apparato di analisi” ma come “una visione del mondo che affida alla responsabilità dell’uomo le possibilità del miglioramento sociale”[5].

Il secondo, invece, nella Facoltà di Giurisprudenza di Roma, aveva  avuto come relatore Giuseppe Ugo Papi, col quale non si era trovato  molto a suo agio; cercò, allora, di iniziare il percorso accademico con Alberto Breglia, ordinario di Economia politica nell’allora Facoltà di Economia e Commercio di Roma. Questi era uno studioso originale, particolarmente attento alla visione dinamica dei problemi economici, caratteristica del pensiero degli economisti classici; infatti, proprio Sylos Labini richiamava spesso, a proposito di Breglia, la concezione del processo economico “a circolo” o “a spirale” rispetto alla visione “ad arco”, attribuita agli economisti marginalisti[6].        

Proprio nella Facoltà di Economia Sylos Labini e Caffè avevano condiviso i primi anni della loro vicenda accademica ricoprendo, negli anni ’40, alcune  tipologie di quello che siamo abituati a chiamare oggi “precariato universitario” all’interno dell’Istituto di Scienze economiche, di cui era Direttore Oddone Fantini; entrambi, negli anni ‘50, si accreditarono, in seguito, come liberi docenti presso la Facoltà di Economia e Commercio: Caffè in Politica economica e finanziaria, Sylos Labini in Economia politica[7].

Un ulteriore elemento che ha accomunato i due economisti è stato il loro impegno professionale nelle istituzioni; quello già ricordato, di lunga durata, di Caffè in Banca d’Italia e, di breve durata, con Meuccio Ruini nei primi anni di legislatura post-fascista; quello di Sylos Labini, negli anni  in cui, soprattutto negli anni ’60, si ebbero, in Italia, i primi tentativi di attuare una politica di programmazione economica, che si avvalsero, tra gli altri, del suo contributo di esperto.

Nell’insieme un sodalizio di vari decenni, segnati da stima reciproca, che emerse, ad avviso del narratore, soprattutto in due episodi cruciali: il primo si ebbe, nella primavera del 1979 quando la Procura romana procedette all’incriminazione di Paolo Baffi, allora Governatore della Banca d’Italia e di Mario Sarcinelli, Vice-Direttore dell’Istituto. Allora fu Caffè a promuovere un documento di solidarietà nei loro confronti; iniziativa non priva di rischi per i firmatari, tuttavia convinti dall’autorevolezza di chi lo aveva promosso, e Sylos Labini dette la sua adesione. Il secondo, invece, risale alla fine del 1984, periodo nel quale il nostro Paese visse una fase di acuta conflittualità sociale, il cui episodio culminante fu il referendum sulla scala mobile del giugno 1985. Caffè condivideva con molti la preoccupazione rispetto alle conseguenze di una frattura sociale che aveva diviso anche le principali organizzazioni sindacali del Paese e dette, quindi, la disponibilità a presiedere un Convegno, con la partecipazione di dirigenti della Cgil, Cisl e Uil, oltre che di esperti prescelti da tali organizzazioni, al termine del quale egli propose di affidare ad una commissione di tre studiosi, di riconosciuto prestigio e rispettosi della funzione dei sindacati, di predisporre una posizione di compromesso per ricostituire l’unità sindacale. Ebbene i nomi da lui proposti erano Paolo Baffi, Ermanno Gorrieri e , per l’appunto, Paolo Sylos Labini[8].

Un punto di contatto esiste anche per quanto riguarda l’argomento scelto da Sylos Labini per le sue “Lezioni” [9]. In effetti Sylos Labini aveva scritto molti anni prima un libro dedicato all’argomento[10] , recensito da Caffè[11], come ricorda lo stesso Sylos Labini nel suo Underdevelopment  (ivi, p. 3).

Come Sylos Labini scriveva nelle sue prime righe di quella monografia “studiare il sottosviluppo può essere una maniera di studiare la tragedia dell’uomo”[12]; sin da allora, come annota Caffè, “(egli) riflette una linea di pensiero cui è del tutto estranea una concezione meramente economicista dello sviluppo”[13].     

La predilezione per i problemi della dinamica economica emerge, in effetti,  con nettezza dalla ricognizione bibliografica delle opere di Sylos Labini, così come il conseguente riferimento alla visione dei processi economici degli economisti classici, ritenuta più feconda sia per comprendere meglio tali processi sia per fornire indicazioni normative[14]. E tra quegli economisti è Adamo Smith ad assumere il ruolo principale con i suoi scritti: la Ricchezza delle Nazioni, ma anche la Teoria dei sentimenti morali e Lezioni di giurisprudenza[15].

Sylos Labini si è ispirato a questo straordinario trittico, nel condurre le “Lezioni Federico Caffè” e il libro che ne è scaturita. Egli considera, appunto, molto complesso il cammino dei paesi in via di sviluppo, certamente non riducibile soltanto alla considerazione delle variabili economiche, perché lo sviluppo stesso deve essere identificato attraverso il ricorso a caratteristiche, che talvolta non sono quantificabili, ma sulla cui importanza, ai fini della valutazione del livello di vita di una popolazione, si può convenire: grado di istruzione; durata media della vita; delinquenza minorile, e così via.

Operando una sintesi efficace si possono affiancare i concetti di sviluppo economico e sviluppo civile, identificando: il primo attraverso le consuete categorie di reddito, reddito pro-capite, investimenti, crescita demografica, progresso tecnico e quant’altro possa servire agli economisti per analizzare la dinamica di un sistema economico; il secondo, invece, con quell’insieme di istituzioni, norme giuridiche e di comportamento, indici di qualità della vita come la definizione dei diritti di proprietà, l’assetto normativo dell’agricoltura, l’organizzazione della pubblica amministrazione, la cura della formazione a tutti i livelli, la funzionalità della giustizia, e così via.

Sviluppo economico e sviluppo civile interagiscono in modo circolare e ciò rende evidentemente arduo per gli studiosi analizzare i nessi logici che possono legare tra loro le numerose variabili che concorrono al processo di sviluppo, pure procedendo naturalmente alle necessarie semplificazioni[16]. Questa difficoltà si riflette, ovviamente, quando gli economisti siano poi chiamati a suggerire misure adeguate ad avviare i paesi in via di sviluppo verso un percorso virtuoso, non solo quantitativo ma anche qualitativo: il mercato, con i suoi meccanismi, deve avere, secondo Sylos Labini, un ruolo centrale ma senza immaginarlo come l’istituzione idealizzata dai teorici del libero scambio. Utili misure quale la sostituzione delle importazioni, il rafforzamento del saggio di accumulazione, l’accorta destinazione di capitali esteri, pubblici o privati, e così via, sono importanti ma non risolutive. E come potrebbe essere altrimenti per un economista come lui, che, pur ribadendo la validità dell’insegnamento di Adamo Smith, ci ha aiutato a comprendere l’operato dei mercati contemporanei, nei quali la presenza di gruppi oligopolistici possono determinare conseguenze insoddisfacenti, intanto in termini della stessa efficienza, ma soprattutto in termini di equità sociale.  

Dunque c’è posto per gli economisti, certamente, ma anche per altre competenze: storiche, statistiche, giuridiche, sociologiche per definire una “strategia di riforma” che sappia misurarsi con le specificità dei vari Paesi; come ammonisce Sylos Labini: “…i politici farebbero bene a non credere semplicemente alla loro intuizione, ma dovrebbero ascoltare gli scienziati sociali per affrontare e ridurre il rischio di errori seri”[17].    


[1] Cfr. Sylos Labini P., Oligopolio e progresso tecnico, Giuffrè, Milano, 1956; ristampa nel 1957 e nuove edizioni con Einaudi, Torino, a partire dal 1961. Il libro è stato tradotto in sette lingue, a cominciare da quella in lingua inglese del 1962.

[2] Cfr. Sraffa P., The laws of returns under competitive conditions,  “Economic Journal”, December 1926. Secondo Sraffa il limite all’espansione di un’impresa non era dato dalla crescita dei suoi costi ma dalla sua domanda.

[3] Cfr. Bain J. S., Barriers to new competition, Harvard University Press, Cambridge (Mass.). 1956.

[4] Cfr. Modigliani F., New developments on the oligopoly front, “ Journal of Political Economy”, June 1958.

Al narratore sia consentito ricordare nostalgicamente che la sua tesi di laurea   Oligopolio e azione pubblica

attinse molto ai lavori appena citati; con Caffè relatore ad avermeli segnalati.

[5] Cfr. Caffè F., In difesa del “welfare state”, Saggi di politica economica, Rosenberg & Sellier, Torino, Torino, 1986, p. 10. Il diverso punto di vista di Sylos Labini, più attento ad alcuni aspetti analitici della teoria keynesiana, è chiarito nel suo lavoro: La Teoria generale: riflessioni critiche suggerite da alcuni grandi problemi del nostro tempo, in Vicarelli F. (a cura di), Attualità di Keynes, Laterza, Bari, 1983.

[6] Ciò è sufficiente a spiegare anche l’attenzione prestata da Sylos Labini allo Sraffa di Produzione di merci a mezzo di merci. che riprendeva con grande originalità il punto di vista degli economisti classici. Ricordo che l’esigenza di ritrovare linfa vitale nella storia del pensiero economico ha sempre contraddistinto l’insegnamento di Sylos Labini, intorno al quale sono cresciuti numerosi economisti italiani. Anche questa sensibilità alla storia del pensiero economico ha accomunato le personalità di Caffè e Sylos Labini, seppure con il condizionamento determinato dalla diversa collocazione accademica: professore di Politica economica, il primo; di Economia politica, il secondo. 

[7] Ulteriori informazioni su quel periodo si trovano in Tiberi M. (con la collaborazione di Frinolli A.), Gli insegnamenti economici,   in Cagiano de Azevedo R. (a cura di), La Facoltà di Economia, Cento anni di storia (1906-2006), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006.

[8] La proposta non ebbe successo perché la divisione tra Cgil, Cisl e Uil era troppo profonda; rimane, per quanto ci riguarda, il segno della stima che Caffè aveva per Sylos Labini. La vicinanza di Sylos Labini col mondo del lavoro aveva, del resto, radici lontane, perché nel primo dopoguerra, quando la Cgil lanciò il suo Piano del lavoro, Breglia era stato uno degli economisti coinvolti e si era avvalso della collaborazione di Sylos Labini; un impegno  che, molto verosimilmente, comportò qualche intralcio nella carriera accademica di Sylos Labini.

[9] Cfr. Sylos Labini P., Underdevelopment, A strategy for reform, Cambridge University Press, Cambridge, 2001.

[10] Cfr. Sylos Labini, Il sottosviluppo e l’economia contemporanea, Laterza, Bari, 1983

[11] Cfr. Caffè F., Un libro di Sylos Labini: c’è speranza per il Terzo mondo, “Rivista milanese di economia”, 1983, n. 6.

[12] Cfr. Sylos Labini P. , Il sottosviluppo e …, cit., p. 3.

[13] Cfr. Caffè F., Un libro di Sylos Labini…, cit., p. 128.

[14] Cfr. Corsi M., Una bibliografia degli scritti di Paolo Sylos Labini, in Sylos Labini F. ( a cura di), Paolo Sylos Labini, Sapienza Università Editrice, Roma, 2015.In questa scheda l’attenzione è rivolta agli scritti sul sottosviluppo, ma Sylos Labini ha dedicato, in effetti, alcuni lavori ai problemi dello sviluppo dei Paesi avanzati, Italia compresa.

[15] Cfr. Corsi M., Guarini G., Sviluppo economico e sviluppo civile, in Sylos Labini F., Paolo Sylos Labini, cit.

[16] Cfr., al riguardo,.lo scritto citato alla nota precedente.

[17] Cfr. Sylos Labini P., Underdevelopment, cit., p.3.

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