Un articolo di Enrico Grazzini su MicroMega

Occorre una rottura, un bagno di realismo e uno scatto di coraggio di fronte a questa crisi e a questa Unione Europea che opprime e disunisce i popoli europei. La sinistra italiana ed europea guidata da Alexis Tsipras dovrebbe prendere atto della cruda realtà  politica di questa UE appena rieletta e modificare la sua politica pro UE e pro euro nutrita di buone e nobili illusioni. L’ideologia dell’europeismo a tutti i costi rischia infatti di diventare inconcludente, inefficace e impopolare verso la politica economica imposta dalla UE, che è senza dubbio la principale causa della crisi senza fine che affligge drammaticamente l’Europa e l’Italia. Anche considerando che, dopo le elezioni europee, l’opinione pubblica, delusa dalla mancanza di tangibili cambiamenti positivi, diventerà  prevedibilmente sempre più anti-Unione Europea.

Matteo Renzi chiede di realizzare gli Stati Uniti d’Europa e reclama la fine dell’austerità  senza crescita. Renzi in questo senso è molto più coraggioso e innovatore di Enrico Letta e di Pier Luigi Bersani, il quale, quando ancora sperava di diventare premier italiano, nelle sue interviste al Wall Street Journal rassicurava sul rispetto integrale di tutte le politiche d’austerità. Renzi invece, a differenza di Letta e di Bersani, non intende sdraiarsi sul tappeto di fronte alla Merkel e vorrebbe guidare il (debole e diviso) fronte europeo anti-austerità  in nome della “flessibilità “. Ma è molto difficile, per non dire impossibile, che riesca a ottenere qualche risultato sostanziale: infatti alla base della politica europea e tedesca dell’austerità  senza fine, della deflazione e della disoccupazione di massa ci sono i trattati di Maastricht, e poi del Fiscal Compact, del Two Pack e Six Pack, già  sottoscritti dai suoi predecessori di centrosinistra e di centrodestra al governo. Senza modificare o ripudiare questi trattati capestro è praticamente impossibile rilanciare la spesa pubblica e invertire l’attuale rotta europea puntata sulla deflazione, magari anche sulla recessione e il sempre possibile disastro finanziario.

I trattati sono alla base delle istituzioni e delle politiche deflattive che affliggono da anni l’Europa e costituiscono i bastioni della politica suicida e insostenibile che la Merkel impone all’Europa. Sono questi trattati a dettare regole rigidissima e pignole sui limiti ai deficit pubblici nel breve, medio e lungo termine; ma, in una situazione in cui gli investimenti privati e i consumi sono in caduta libera, senza rilanciare gli investimenti pubblici è impossibile uscire dalla crisi. Grazie alla UE l’Europa è diventata da anni il malato grave dell’economia mondiale. E non riesce a vedere la fine del tunnel.

L’Unione Europea uscita da Maastricht non è nulla di più di questi accordi intergovernativi che potrebbero condurla al dissesto economico e al disastro politico. Non è la patria degli europei ma è una istituzione essenzialmente intergovernativa. Dal loro punto di vista i tedeschi hanno ragione a chiedere il pieno rispetto dei trattati sottoscritti dai governi europei sotto il ricatto della speculazione internazionale. Purtroppo però modificare i trattati è quasi impossibile perché la loro revisione richiederebbe l’unanimità  degli stati. Se la revisione dei trattati diventa impossibile, l’unica possibilità  è allora di ripudiarli, di uscire da queste regole rovinose. Disconoscere i trattati significa percorrere una strada difficile e dolorosa, piena di rischi, ma probabilmente non esistono alternative realisticamente praticabili.

Renzi non è l’unico che rischia di sbattere il muso contro il muro dell’ortodossia monetaria liberista e degli interessi egemonici della Germania. Purtroppo anche la sinistra italiana ed europea – quella che ha proposto Alexis Tsipras come leader del Parlamento Europeo – sembra illudersi che la UE possa cambiare all’interno di questo quadro istituzionale, politico e monetario. La sinistra è culturalmente succube di un europeismo federalista che oggi ormai è completamente fuori dalla realtà.

I fatti recenti parlano chiaro: il Parlamento europeo, nominato solo dal 40% circa della popolazione del continente, è dominato da una coalizione pro-austerità  ancora più larga di quella prevista prima delle elezioni, perché comprende non solo i democristiani e socialisti ma anche i liberali europei; la Commissione Europea verrà  prevedibilmente guidata dal lussemburghese Juncker che, come ha sottolineato Vladimiro Giacché su questo sito, rappresenta da sempre gli interessi della grande finanza europea. Ma anche la Commissione conterà  poco. I governi – e quello tedesco su tutti – decideranno le questioni economiche e politiche di sostanza.

Tsipras sperava che i socialisti europei cambiassero la loro politica pro Merkel indirizzandosi invece a favore della crescita e dell’occupazione, e per questo motivo era disposto ad eleggere Martin Schulz come presidente del Parlamento Europeo. Ma il compagno Schulz è stato invece nominato da democristiani e liberali e non cambierà  politica, se non forse nei dettagli.

Il Parlamento europeo, nominato solo da una minoranza di elettori e con poteri quasi nulli, è utile unicamente a fornire un velo di legittimità  democratica all’Unione intergovernativa. E’ chiamato a ratificare le decisioni dei governi e della Commissione Europea. Non ha poteri propositivi e può poco o nulla in materia economica, monetaria e fiscale, cioè nelle materie che contano. I trattati come quello del Fiscal Compact sono al di fuori della sfera dell’Unione Europea e riguardano solo i governi.

I governi, e in particolare quello tedesco, determinano le politiche economiche dell’Unione e dell’eurozona. La Germania non mollerà  sugli eurobond e non prende neppure in considerazione la possibilità  di una maggiore solidarietà  europea. E ovviamente Germania, Francia e naturalmente la Gran Bretagna, nonostante i bei discorsi di Renzi, si oppongono a ogni lontanissima ipotesi di federazione europea.

Anche Syriza di Tsipras probabilmente dovrà  riflettere sulla sua linea politica. Il partito della sinistra unita greca è riuscito a consolidare i suoi consensi elettorali ma non ha conquistato i voti necessari per arrivare al governo e cambiare politica economica, come invece sperava. La situazione della Grecia resta disperata dal momento che il debito continua a crescere oltre il 170 per cento. La Grecia è un paese virtualmente fallito a causa del debito estero e dell’ingordigia delle banche tedesche e francesi che in tempi di vacche grasse hanno prestato enormi somme a governi corrotti. E’ un paese strozzato dai debiti.

Tuttavia per prima volta quest’anno la Grecia ha raggiunto una bilancia commerciale in attivo e un avanzo di bilancio pubblico: quindi non ha più bisogno di capitale estero. A questo punto, secondo alcuni analisti, alla Grecia potrebbe convenire dichiarare default, ritornare alla moneta nazionale e svalutare per recuperare competitività  verso l’estero. Una strada difficile e pericolosa ma probabilmente senza alternative per non morire più o meno lentamente per soffocamento da debito. Infatti, anche se vendesse il Partenone, il suo debito pubblico continuerebbe ad aumentare a causa del pagamento degli interessi sul debito estero.

L’Unione Europea è antieuropea

Al posto di nutrirsi, come il giovane Renzi, di nobili e vacue illusioni federaliste sugli Stati Uniti d’Europa, la sinistra europea dovrebbe riconoscere una realtà  sempre più evidente: l’Unione Europea nata a Mastricht non è e non sarà  mai l’Unione dei popoli europei. Rappresenta invece manifestamente una istituzione intergovernativa e sovranazionale oppressiva e antidemocratica che intende garantire la sottomissione degli Stati europei agli imperativi della grande finanza tedesca e internazionale. La UE è prona ai diktat dei mercati finanziari e non ascolta il grido di dolore dei cittadini. Se mai c’è una istituzione che, come anticipava Marx, rappresenta il “comitato d’affari” del grande capitale, questa è proprio la UE. Per interpretare la politica dell’Unione occorre leggere Machiavelli piuttosto che Giuseppe Mazzini o Altiero Spinelli.

L’Unione Europea è nata da governi che avevano differenti e divergenti interessi strategici. I tre democristiani, padri fondatori (di lingua tedesca) della Comunità  Europea, l’italiano De Gasperi, il francese Schumann e il tedesco Adenauer, erano sinceramente a favore dell’Europa unita per la pace. Ma la politica federalista di Spinelli era già  fallita a causa del nazionalismo francese. E il quadro europeo è poi cambiato completamente con la caduta del muro di Berlino, la nascita della nuova potenza tedesca e la creazione dell’euro.

Due socialisti hanno cambiato (in peggio) la storia d’Europa: il francese Mitterand e il tedesco Schroeder. Il primo ha imposto la moneta unica alla Germania, accettando però che l’euro fosse fin dalla nascita un marco mascherato; il secondo ha creato, con la deregolamentazione del mercato del lavoro in Germania, con l’introduzione dei mini-jobs e la sua politica pro-business e pro petrolio russo, le condizioni della supremazia tedesca.

Da allora la storia europea è dominata dall’economia e dagli interessi tedeschi. L’euro di Maastricht ha reso impossibili le svalutazioni e le rivalutazioni. L’euro è però rimasto una moneta debole e incompleta. Con la crisi globale iniziata nel 2008 stava per saltare: la Merkel lo ha salvato concedendo che la BCE di Mario Draghi intervenisse in sua difesa “con tutti i mezzi possibili” solo perché conveniva alla Germania che l’euro non finisse nel caos.

La moneta unica però non elimina solo la sovranità  nazionale: divide strutturalmente le economie e impedisce uno sviluppo sostenibile. E’ una gabbia rigida e stupida, e mortale per le nazioni meno competitive. Infatti l’impossibilità  di svalutare all’esterno i prezzi dei prodotti nazionali – come invece fanno senza vergogna e con successo gli USA, la Cina e il Giappone – comporta automaticamente la necessità  di svalutare internamente il lavoro e il proprio patrimonio pubblico e privato. E infine di offrirsi in vendita ai paesi creditori per ripagare i debiti.

La crisi globale del 2008 ha reso evidenti i limiti della gabbia monetaria disegnata a Maastricht. Dilaga la disoccupazione, la deindustrializzazione a favore del capitale estero, mentre continuano ad aumentare i debiti pubblici degli stati periferici, come l’Italia. La UE prevedibilmente non cambierà  politica, anzi diventerà  sempre più rigida nel chiedere il rispetto del Fiscal Compact. Nel nome dell’integrazione europea la UE vuole intervenire in maniera sempre più autoritaria e diretta nelle economie dei singoli paesi europei dettando le sue ricette anche a livello fiscale e di spesa pubblica.

La UE interferisce nelle economie nazionali imponendo la diminuzione della spesa pubblica, l’aumento della tassazione regressiva sui consumi, la privatizzazione del welfare e dei beni comuni, la deregolamentazione selvaggia del mercato del lavoro con i mini job alla tedesca, e la messa sul mercato delle industrie strategiche nazionali, del risparmio dei cittadini, delle banche.

Anche l’Unione bancaria è funzionale alla politica di centralizzazione dei capitali. E le controriforme di Renzi sono funzionali al disegno europeo e agli imperativi dei mercati finanziari. E’ però difficile che Renzi abbia successo: anche se riuscisse a completare i suoi “compiti a casa” – cioè ad ottenere un Senato debole e non eletto dai cittadini, una legge elettorale ultramaggioritaria, l’introduzione dei mini-job a 400 euro al mese – non avrà  nulla dalla UE. In cambio delle (contro)riforme italiane otterrà  dall’Europa ancora più austerità, o magari qualche briciola di investimento che però non modificherà  la drammatica situazione italiana.

Rivendicare la sovranità  nazionale è di sinistra 

Il processo verso gli Stati Uniti d’Europa implicherebbe la sottomissione dei paesi europei ad ulteriori regole sempre più centralizzate e oppressive per integrare l’Europa su base tedesca. Al posto di reclamare una impossibile (e comunque autoritaria) Federazione Europea, la sinistra farebbe invece bene a proporre una politica aggressiva di denuncia per destrutturare questa Unione, ridare voce all’opposizione di massa a questa UE della finanza e della tecnocrazia, e rilanciare l’economia a partire dal livello nazionale, cioè a partire dall’unico livello in cui è ancora possibile (anche se difficile) condizionare democraticamente i governi.

Occorre riproporre la questione della sovranità  nazionale perché solo a livello nazionale è possibile che i popoli riescano a incidere democraticamente sull’economia e sull’occupazione. A livello europeo e intergovernativo le forze progressiste e popolari del continente sono e resteranno prevedibilmente del tutto impotenti.

E’ una favola sciocca che il nazionalismo sia solo di destra: anche Garibaldi e i partigiani erano nazionalisti e patrioti. Anche Enrico Mattei era un patriota. Ovviamente il nazionalismo di sinistra è completamente opposto a quello di destra. E’ aperto a nuove forme di solidarietà  sindacali e politiche con i popoli europei, a nuove modalità  di cooperazione sociale, economica e istituzionale che però non limitino la democrazia. E propone innanzitutto uno sviluppo sostenibile orientato alla piena occupazione, alla garanzia di un salario minimo e di un reddito garantito per chi non ha trovato lavoro.

L’autodeterminazione dei popoli contro la globalizzazione selvaggia implica una dura lotta per ristabilire l’autonomia nazionale contro i poteri sovranazionali di stampo neo-coloniale. La butta novità  di questo decennio è che, anche grazie alla UE, il neocolonialismo monetario ed economico per la prima volta colpisce direttamente le più avanzate nazioni europee e non solo gli Stati del Terzo Mondo. Per questo motivo lasciare alle destre populiste la rivendicazione della sovranità  nazionale è folle e suicida. Non a caso la destra occupa lo spazio popolare che la sinistra ha colpevolmente abbandonato.

La sinistra europea dovrebbe allora abbandonare l’ideologia obsoleta del bel sogno europeista per tentare di realizzare innanzitutto nuove coraggiose politiche nazionali, popolari e solidali in tutta Europa contro questa UE. La sinistra non può lasciare le fasce più deboli della popolazione in mano alle destre populiste. La Lega in Italia è riuscita ad evitare la scomparsa e ad arrivare al 7% dei voti solo grazie alla denuncia dell’euro e della politica europea. Marine Le Pen in Francia è arrivata prima dicendo di difendere i salari operai dalla globalizzazione e dalla UE. Grillo, che ha ottenuto il 20% (e non il 4% della lista Tsipras) alle elezioni europee denunciando le politiche della UE, afferma di non essere né di destra né di sinistra ma poi, a sorpresa, senza discussione, si è unito ai filorazzisti, ultranazionalisti e nostalgici dell’impero dell’Ukip guidata dal britannico Nigel Farage. Schierandosi a fianco di una brutta destra Grillo ha tradito la maggioranza dei suoi elettori progressisti.

La strada per la sinistra europea è stretta e non facile, ma occorre proporre alternative audaci contro questa UE antieuropea che fomenta la crisi. La sinistra ha bisogno di coraggio, realismo e fantasia. L’iniziativa del referendum italiano contro il Fiscal Compact avviata da Riccardo Realfonzo è ottima e dovrebbe ampliarsi ed essere rafforzata. La sinistra dovrebbe proporre di cambiare o ripudiare i trattati europei, di ristrutturare i debiti pubblici, di avviare politiche espansive mirate a combattere la disoccupazione e a reprimere la speculazione; e dovrebbe ridiscutere radicalmente la moneta unica che conviene solo alla Germania. Potrebbe proporre di concordare il ritorno alle monete nazionali con cambi fissi aggiustabili, e di creare una moneta comune (ma non unica) europea verso il dollaro, lo yuan e lo yen. L’Europa potrebbe rinascere con una diversa politica monetaria ed economica, ma occorre una forte discontinuità.

Purtroppo però in generale sembra che nella sinistra europea, e più ancora in quella italiana, non sia ancora emersa la piena consapevolezza della gravità  della crisi e la necessità  di una svolta e di una rottura. E’ sempre più forte la necessità  di una leadership coraggiosa in grado di formulare politiche popolari a cui sarebbero potenzialmente interessati milioni di lavoratori e di cittadini di ogni nazione europea. Altrimenti si rischia di continuare a subire questa crisi suicida a vantaggio delle destre più estreme. L’Europa soffre e si divide, e la democrazia traballa.

Redazione
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