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L’Unione Europea, secondo alcune notizie di provenienza Eurostat, starebbe cambiando la collocazione delle voci di bilancio. Ad esempio se attualmente le spese in ricerca e sviluppo sono considerate come “spese”, dopo queste riforme dovrebbero essere indicate nella colonna degli “investimenti”. Gli effetti formali si ritrovano nel calcolo del Pil nel senso che, finalmente, questo “investimento” andrà  ad accrescere il Pil. L’obiezione sulla natura del tutto formale di questo cambiamento è evidente e corretta.

Ci sono, comunque, due conseguenze meno formali. La prima sta nel fatto che nel collocare la spesa in ricerca tra gli “investimenti” significa che a livello europeo – ma analoga trasformazione è in atto negli Stati Uniti – si riconosce finalmente e formalmente ad essa questa caratteristica economica. La conseguente crescita del Pil nei vari paesi corrisponde a questo spostamento delle cifre. Così dai primi conti l’aumento del Pil negli Stati Uniti dovrebbe essere per il periodo dal 2010 al 2012 intorno al 3,5 %, in Germania e in Francia intorno al 2-3%, in Svezia e Finlandia intorno al 4-5% e da noi in Italia tra l’1 e il 2 %. Con una minore crescita anche il nostro declino sarà  dunque “formalmente” maggiore.

La seconda conseguenza, del tutto non formale ma piuttosto preoccupante, sta nel fatto che quei vincoli di bilancio “inventati” dall’Unione restano, come qualcuno li ha chiamati, sempre un po’ “stupidi” ma almeno meno pressanti. Quel famoso 3 % potrebbe diventare il 4 %, il 5% “¦il 7%… a seconda degli esiti di quella revisione contabile.

A questo punto una specie di giustizia divina dovrebbe abbattersi sopra tutti quei governanti che tutto hanno fatto per ridurre la spesa in ricerca nel nostro paese inventandosi prima le riforme per razionalizzare il sistema – dove la razionalizzazione era dimostrata dalla riduzione, appunto, della spesa – poi il blocco del turnover del personale, insieme alle varie spending review orizzontali e verticali, ai tagli di spesa effettuati sulla spesa corrente in quanto tale”¦

Il tiro al piccione operato con questa riforma contabile dovrebbe – si spera – perder di fascino ma i danni restano: i margini di intervento della spesa pubblica saranno nel nostro paese inferiori di alcuni punti percentuali a quelli dei nostri partner europei che più hanno investito in ricerca; stante le condizioni del nostro Paese avremmo avuto la necessità  di una maggiore possibilità  di spesa pubblica e invece portiamo a casa questo bel risultato.

Si potrebbe obiettare, per scagionare questi governanti, che una revisione contabile del genere non era prevista da nessuno e quindi non ci sono colpe.

Verissimo, resta solo quella di aver scoperto dall’Eurostat che le spese in ricerca sono “investimenti”. Essere contabili non è una colpa ma essere contabili e pretendere di guidare un paese, forse qualche problema prima o poi lo porta, e quando anche l’arte di essere contabile a sua volta non raggiunge un livello minimo allora i guai sono assicurati.

Redazione
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