di Antonio Capitano, formiche.net

Nino Galloni, noto economista, interviene nella discussione sul riformismo incentrando la sua analisi sulle vicende connesse alla  quaestio progresso –  riforme o  tradizioni.

E’ chiaro, che tale disamina meriterebbe alcuni approfondimenti sui passaggi storici sui quali, lo stesso Galloni si è detto disponibile a tornare in una eventuale ripresa del tema. Tuttavia, con efficace sintesi egli afferma che ”  fino agli anni ’70, Riformista era definita la componente più moderata del movimento operaio (comprendente però vari ambiti agricoli, impiegatizi e della classe media) di ispirazione – prevalentemente ma non solo – cattolica e socialista (più propriamente marxista/marxiana): Paolo Leon ha già  detto cose chiarissime al proposito

Con gli anni ’70 – aggiunge l’economista –  invece, viene abbandonato il modello keynesiano e, con la fine di esso (accordo del G7 del 1979 che sconvolge gli equilibri preesistenti), cominciano gli effetti del riesumato liberismo-monetarismo con la conseguenza, tutt’ora vigente, che la patente di riformisti la rivendicano quelli che vogliono smantellare lo Stato sociale, i diritti dei lavoratori, le garanzie e tutto ciò venga considerato di freno ad una competitività  capitalistica – alla fine della giostra – cioè oggi, insostenibile e insensata. A differenza di quanto si era detto e fatto, in qualche modo, dopo gli accordi di Bretton Woods del 1944 e, appunto, fino al 1979, ogni Paese sarà  responsabile della propria bilancia dei pagamenti: quindi un Paese debole (che non riesce ad esportare) sarà  costretto ad elevare i suoi tassi di interesse (così ulteriormente indebolendosi) se è inutile che svaluti (anche il forte lo fa) o non succede che il “forte” rivaluti per aiutarlo. Ma se i forti non aiutano i deboli, non c’è equilibrio a lungo termine: viceversa, quando i forti aiutano i deboli ci sono possibilità  di equilibrio a prescindere dalla bontà  politica di tali equilibri!

Inoltre c’è un altro problema: di riforme si parla a partire dalla crisi dell’ancién régime e, quindi, dal secolo dei lumi”¦cioè del progresso. Progresso e riforme sono andati a braccetto per due secoli, ma progresso non voleva dire automaticamente interesse popolare; il progresso nega la tradizione (non sempre dalla parte dei popoli), sconvolge la vita della gente”¦non è facile definire cosa sia veramente il bene comune (della stragrande parte della popolazione). Marx solleva il tema in modo ambiguo: ora è quasi un illuminista (vedi materialismo ed empiriocriticismo di Lenin) e riconosce del capitalismo la forza dirompentemente rivoluzionaria (o riformista!); ora sembra sostenere il contrario, vale a dire l’evidenza della distruzione di una vita tranquilla e agreste per rovinarsi nell’urbanizzazione e nella schiavitù salariata. Entrambe le letture sono sostenibili: di qui la difficoltà  a rispondere definitivamente alla quaestio progresso-riforme o tradizioni.

Questa puntuale esposizione di Nino Galloni,  aggiunge una nuova importante tessera al mosaico che intende ricompattare, quei frammenti sparsi,  affinché la questione del riformismo sia ricondotta all’autenticità. Questa è almeno la speranza di coloro che non condividono che la patente di riformisti sia rilasciata a quelli che vogliono smantellare lo Stato sociale, i diritti dei lavoratori, le garanzie ecc. in antitesi con il vero significato di questo termine oggi, più che mai, tormentato e instabile.

 

(6 giugno 2013)

Redazione
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