(Istoria 03di Carlo Clericetti)

L’articolo in cui, con Paolo Pini, facevamo alcune considerazioni partendo dalle previsioni sulla World cup fatte da Goldman Sachs e in un articolo sulla voce.info, ha suscitato alcune reazioni e non voglio sottrarmi a una risposta.

Innanzitutto una precisazione. La doppia firma di un economista e un giornalista ha fatto supporre a qualcuno una sorta di divisione del lavoro (il primo pensa e il secondo scrive). Non è andata così. Con Paolo Pini stavamo discutendo sulla vicenda e abbiamo condiviso le considerazioni di cui poi sono stato l’estensore materiale. La doppia firma quindi indica un ragionamento fatto insieme.

Chiarito questo, veniamo alle contestazioni fatte su Twitter da Andrea Presbitero, dell’Università  delle Marche, e Luciano Canova, uno degli autori dell’articolo sulla voce.info, che oggi scrive in proposito su pagina99.it. Presbitero afferma che “si discredita il metodo quantitativo” e cita la frase “Dobbiamo prendere le formule e i modelli e buttarli nella discarica? Certamente no”, per affermare che è una “frase a effetto messa lì apposta, il tono del pezzo è opposto”. Su questo mi sento di rassicurarlo: non è una cosa messa lì tanto per dire, è proprio quello che penso. Il problema non è il metodo quantitativo, ma il valore che gli si dà  e l’uso che se ne fa.

Chiarirò meglio rispondendo all’articolo di Canova. “Un bravo economista, onesto intellettualmente, sa perfettamente quello che dice il signor Clericetti: e cioè che la complessità  del reale non può essere catturata da qualsivoglia formula. Sapendolo, tuttavia, lavora con zelo per cercare, nel suo piccolo, di rappresentare in modo credibile la realtà. Lo fa partendo da assunzioni, a volte, specificandole per consentire ad altri di seguire il suo sentiero e testarne la sicurezza. Lo fa descrivendo i dati che utilizza e la metodologia scelta per l’analisi. Lo fa presentando i risultati e sottoponendoli, attraverso il meccanismo della peer review, agli altri membri della comunità  scientifica, perché questi risultati, una volta dimostrata la loro validità, possano essere messi a disposizione e della comunità  accademica e di quella politica, se servono a disegnare un intervento pubblico.

Faccio un esempio per articolare il mio ragionamento. Lo scorso anno due economisti, Reinhardt e Rogoff, sono diventati famosi (non solo tra gli addetti ai lavori, dove già  lo erano) per uno scandalo legato a un errore nelle stime da loro fatte e concernenti la relazione che intecorre tra il livello del debito pubblico in un paese e il tasso di crescita dell’economia: la loro conclusione era che, superata la soglia del 90%, lo stock di debito di un paese agisse negativamente sulle sue prospettive di crescita. Uno studente di dottorato ha mostrato alcuni errori nelle stime dei due studiosi che si traducono in una modifica del valore dei risultati (ma non della loro sostanza, e questo non è stato mai troppo sottolineato dalla stampa). I lavori scientifici di Reinhardt e Rogoff sono un punto di riferimento e uno dei fondamenti teorici degli interventi del Fondo Monetario Internazionale”.

Canova saprà  certamente che nel lavoro di R&R non è stato trovato solo un errore materiale, ma anche l’omissione di alcuni dati che mettono appunto in dubbio la sostanza dei risultati. Inoltre David Rosnick del Cepr di Londra, utilizzando gli stessi dati messi a disposizione dai due, è arrivato a una conclusione parecchio diversa, e cioè che c’è sì una relazione tra debito pubblico e crescita, ma nel senso che è il rallentamento della crescita che fa salire il debito pubblico: praticamente l’opposto. Paul Krugman, poi, ha scritto decine di articoli per contestare R&R: fin dal 2010, per esempio in questo articolo (o in quest’altro più recente), arriva a conclusioni simili a quelle che Rosnick ha tratto dai dati di R&R quando li hanno resi pubblici.

Fin qui saremmo nell’ambito di una normale dialettica tra studiosi, sicuramente utile per l’accrescimento della conoscenza. Ma, come ricorda Canova, nel frattempo il lavoro di R&R era diventato “un punto di riferimento e uno dei fondamenti teorici degli interventi del Fmi”. Che quindi condizionava i suoi aiuti (anche) all’obiettivo di riduzione del debito, senza tener conto se quella relazione fosse certa né se quello fosse il momento adatto per imporre una cosa del genere. Proprio come fa l’Unione europea, attaccata ai suoi stupidi parametri. Olli Rehn ha continuato a motivare questa linea ripetendo le conclusioni di R&R, anche dopo che si erano rivelate infondate o quantomeno pesantemente dubbie.

Ma veniamo a un altro esempio a cui avevo accennato nell’articolo. La Commissione Ue continua a chiederci ulteriori correzioni del bilancio contestandoci uno scostamento dello 0,7% rispetto agli obiettivi. Ora, a parte l’entità  risibile dello scostamento, che rientra nell’errore statistico, arriva a quel numero in base al calcolo del Pil potenziale, per il quale è determinante il livello della disoccupazione strutturale. Quest’ultima è fissata al 10,8% nel 2014 (e l’anno prossimo, dato il metodo di calcolo, salirà  ancora). La disoccupazione strutturale sarebbe quella al di sotto della quale si generano tensioni inflazionistiche: vogliamo convenire che quel dato è assurdo e paradossale? O la difesa del metodo quantitativo implica che si debba accettare qualsiasi formula se appare formalmente corretta? Il Cer (Fantacone, Garalova e Milani) ha calcolato che con una disoccupazione al 6,5%, quella che avevamo prima della crisi senza tensioni inflazionistiche, il nostro bilancio sarebbe già  in avanzo dal 2013.

Le politiche che derivano dall’accettare quei principi e quelle formule non sono senza conseguenze. Nell’Ue ci sono 19 milioni di disoccupati, l’Italia si appresta a chiudere il terzo anno consecutivo senza crescita, una cosa mai accaduta prima. Che il problema sia una crisi di domanda lo ammette ormai persino chi fino a ieri è stato un sostenitore dell'”austerità  espansiva”. E noi, sulla base di formule farlocche e di stime da anni incapaci di prevedere alcunché, dovremmo ancora attuare una politica restrittiva?

Il problema, allora, non è il metodo quantitativo in sé, ma quali metodi quantitativi si usano, sulla base di quali teorie, con quale attenzione per le ricadute sulla vita delle persone e con quanta disponibilità  ad ammettere eventuali errori. Il Fondo Monetario qualche autocritica l’ha fatta, in Europa invece non ci si chiede nemmeno come mai tutte le previsioni degli ultimi anni siano state così clamorosamente sballate e ci si guarda bene dal mettere in discussione, per esempio, il metodo di calcolo del Pil potenziale. La risposta è che quelle previsioni vengono elaborate sulla base di teorie e modelli che si sono rivelati completamente sbagliati (come rilevano, tra gli altri, Mario Pianta e Alessandro Bramucci su opendemocracy.net). Sbagliati dal punto di vista dell’economia, ma non dell’uso politico che se ne vuol fare. Il che porta a chiudere gli occhi di fronte alle conseguenze, come se fossero ininfluenti nel mettere in questione le posizioni teoriche che li guidano. In un metodo che si pretende scientifico, i risultati devono essere presi in considerazione. Solo che nelle previsioni sui mondiali di calcio l’errore è indiscutibile, mentre nella realtà  si riesce sempre a dare la colpa a qualche altra cosa  (“è perché non avete fatto abbastanza riforme strutturali”!). Se questo è il metodo, allora davvero sarebbe meglio affidarsi al polpo Paul, come suggerisce ironicamente Canova.

Redazione
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