ener di Sergio Ferrari

Le recenti vicende connesse alle dimissioni della ministra Guidi e dintorni sono un buon esempio di cosa vuol dire avere una politica economica condotta su principi liberisti in base ai quali, seguendo quelle che sono le richieste del libero mercato, si ottengono i risultasti ottimali per quanto riguarda l’uso delle risorse, lavoro compreso. A questi principi di fa spesso riferimento quando s’intende  dimostrare che il livello di corruzione del pubblico, che svende se stesso per motivi d’interesse privati, è tale da indurre, se mai ce ne fosse ancora bisogno, ad affidarsi al privato. Un argomento che ha un indubbia capacità  di convinzione a livello molto diffuso. Non è un caso se le ampie richieste liberiste in  tutti i settori dove si era ritenuta necessaria una presenza pubblica – dalla sanità  alla scuola, dai trasporti alla ricerca, dall’urbanistica alla cultura, dall’informazione all’energia,  ecc. – si accompagnano ad una evidenziazione di fenomeni perversi di corruzione che sembrano fatti apposta; anche perché vengono presentarti dimenticando che la corruzione prevede almeno due attori: il corrotto e il corruttore; se il corrotto è il pubblico il privato deve essere il corruttore “¦ se poi, come in questo caso, sembra che il privato abbia occupato entrambe le posizioni”¦ ..fate vobis”¦

Quello che s’intende sottolineare in questa circostanza non è, tuttavia, questa logica ma il fatto che questioni che attengono o dovrebbero riferirsi alla politica energetica, vengono giocate in una chiave microeconomica senza nessuna riferimento a scelte, valutazioni e analisi che hanno ben altre dimensioni sia temporali sia sociali. In estrema sintesi questo paese ha ideologicamente scartato l’esistenza della macroeconomia a favore della microeconomia,  in omaggio a interessi economici esistenti sia di natura multinazionale sia di un sistema imprenditoriale in crisi quale è quello in essere, e che deve per sopravvivere cercare di occupare il “non mercato” della dimensione sociale, coperta appunto – o che dovrebbe essere coperta – dal pubblico.

Questa osservazione vale non solo nei confronti degli attuali attori economici del sistema energetico ma anche, alle volte, anche nei confronti dei cosiddetti ambientalisti che si fermano anche loro nel breve orizzonte degli slogan. Il fatto è che questo paese non possiede luoghi deputati a colmare le conoscenze multidisciplinari necessarie per avventure che implicano la qualità  dello sviluppo nel medio, ma anche e, soprattutto, nel lungo periodo. Se il presidente del Consiglio rivendica a sé queste capacità  decisionali vuol dire che da parte sua queste capacità  esistono; ma essendo anche queste ignote e come tali private, sarebbe opportuno che venissero rese note. In un settore come quello energetico, che come è ben noto spazia dalle esigenze quotidiane di ogni cittadino, agli equilibri della bilancia dei pagamenti, alle relazioni con i paesi produttori, agli equilibri da raggiungere in Libia o in Tunisia, dai mutamenti climatici agli accordi internazionali in questo campo, ecc. ecc, è di tutta evidenza l’esistenza di scelte tra loro interconnesse e con rilevanze di medio e lungo periodo. Ed è difficile che esistano scelte, ancorché di breve periodo, che non abbiano un rilievo anche nel medio e nel lungo periodo, così come deve essere noto che certe scelte di lungo periodo possono essere tali solo se assunte con grande anticipo Forse sarebbe più corretto dire che questo Governo non è che non abbia dei luoghi pubblici deputati a questi compiti ma piuttosto che preferisce non averli volendo assumere come sui “informatori” e, quindi, come decisori gli operatori economici dello specifico sistema. Che queste logiche siano anche quelle dell’interesse pubblico è non solo da dimostrare ma, per i moti sopraccennati, molto difficile da sostenere. Al giorno d’oggi dove i cambiamenti di ordine economico e sociale – basti pensare alla globalizzazione di ieri o alle emigrazioni o ai cambiamenti climatici di oggi – o di ordine tecnologico – basti pensare alle biotecnologie. ai nuovi materiali, alla stessa programmazione dell’innovazione – quando non affrontati per tempo diventano delle vere o possibili minacce  ad alto valore negativo. Il fatto è che ottiche da microeconomie sono adottate da livelli decisionali aziendali non ai livelli nazionali di uno Stato.

La modestia della qualità  della vicenda “Guidi”, così come appare attualmente, al di là  delle eventuali vicende processuali, suona come la conferma di errori e limiti che vanno ben oltre al caso specifico e che sarebbero stati pagati anche senza questa vicenda.

Se e come questo Governo vorrà  riflettere e correggere certi errori, non sembra una strada che s’intende percorrere. Si tratterebbe di scelte di fondo che richiederebbero una autonomia che al momento non compare. In fondo la Guidi era stata inviata al Governo da Confindustria, con una “dotazione” di natura specifica e che era molto evidente. Rinnegare tutto questo è molto difficile per la stessa sopravivenza del Governo. L’impegno del Presidente del Consiglio che è arrivato a sostenere di essere stato il diretto autore di quel provvedimento, deve essere interpretato in questi termini.

Redazione
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