Il libro di Roberto Petrini, Controstoria della moneta, Imprimatur editore, fa luce sullo scontro atavico tra creditori che prestano la moneta e debitori che la devono restituire, tra i ricchi che vogliono diventare ancora più ricchi lucrando sui prestiti e i poveri che lottano per non soccombere. Il rapporto tra creditori e debitori dunque si fonda sulla moneta, strumento di potere e bene comune, mezzo di scambio e riserva di valore.

La recensione di Paolo Peluffo ci ricorda gli eventi decisivi che hanno scandito la storia della moneta, mentre l’articolo di Vincenzo Visco pone l’accento sui rapporti tra debitori e creditori sottolineando che la responsabilità  va attribuita in modo equivalente su entrambi i contendenti: è falso che i debitori siano dei viziosi e i creditori sarebbero virtuosi. Per tale motivo la questione della Grecia andrebbe trattata in ben altro modo da questa Europa che sta rinnegando le proprie radici storiche e culturali.

Il libro di Roberto Petrini è tra i tre finalisti per la saggistica del premio nazionale di cultura “Benedetto Croce” 2015, la cui manifestazione e’ programmata per venerdi’ 31 luglio e sabato 1 agosto. Gli altri due libri in lizza sono quelli di Marina Caffiero con “Storia degli Ebrei nell’Italia moderna – Dal Rinascimento alla Restaurazione” e Vincenzo Trione con “Effetto Citta’. Arte, cinema modernita’”.

Luce sul corso della moneta

di Paolo Peluffo, Il Sole24Ore, 15 marzo 2015

Per oltre duemila anni, la lotta di classe è stata quella dei ricchi contro i poveri, dei creditori contro i debitori, ed è ruotata attorno al misterioso fenomeno della moneta, un fenomeno mutante, indecifrabile, centrale nel pensiero di filosofi che spesso si rivelano manipolatori dell’opinione pubblica alla quale offrono a buon mercato il mito della moneta buona, della moneta forte, con il suo portato di deflazione. Petrini, per un istante, ci fa sognare un mondo alternativo quando descrive le monumentali pietre forate dell’isola di Yap, moneta che non si muove, e fa muovere il commercio. In pochissime occasioni, la situazione si è rovesciata e la rivolta dei poveri – con la secessione romana della Montagna Sacra, la rivolta dei Ciompi, la Rivoluzione francese – ha assunto di volta in volta le forme dell’abbattimento delle steli di pietra che segnavano le ipoteche dei campi greci ai tempi di Solone, della cartamoneta rivoluzionaria degli assegnati francesi nel 1789, della richiesta della moneta di argento da parte dei reduci disoccupati della Guerra di secessione americana.

Questa straordinaria carrellata di Roberto Petrini, giornalista di lungo corso ma antico allievo di Giorgio Fuà, dovrebbe essere una lettura inevitabile per gli studenti di economia, perché restituisce loro, liberandoli dalle astruserie dell’economia matematica, un senso, una direzione per la storia, ricca certo di controsensi, di moti retrogradi, ma nella quale si intravede un filo rosso che ci porta dritto al cuore dell’epoca di oggi, al Grande Inverno della moneta unica.

Se Nicolas Oresme di Lisieux nel 1360 dichiarava che “la moneta appartiene alla comunità  e non è una proprietà  privata del sovrano “, gli oligarchi di Lucca e di Genova usavano una moneta per i ricchi, una diversa per le classi artigiane e una vile per i poveri. E se i banchieri italiani inventano la lettera di credito per i mercanti viaggiatori tra le fiere dello Champagne, Fiandre e Italia del Nord, uno dei momenti cruciali della storia del mondo giunge nel 1694, ovvero dalla fondazione della Bank of England, banca privata tenuta a battesimo dal Re. I ricchi chiedono di rivalutare la moneta, i mercati vogliono che essa sia stabile e così assistiamo ai grandi filosofi inglesi che si battono per la moneta agganciata al valore del metallo che deflazioni l’economia, Locke,Hume, lo stesso Newton come direttore della Zecca reale battersi per una sterlina d’oro. E già  Elisabetta I, la grande regina che rese l’Inghilterra una potenza mondiale, aveva fondato la Borsa di Londra e rivalutato il “pound” provocando deflazione e difendendo i creditori, puntando ad attirare capitali, dominare mari e commerci, come la Germania di oggi.

Dietro la vergine regina la mente di Sir Thomas Gresham, passato alla storia per l’apologo della moneta cattiva che scaccia quella buona, da Anversa spinse alla vittoria della moneta dei ricchi, mentre la Spagna di Filippo II sprofondava nei debiti e da un’inflazione nata incredibilmente dalle migliaia di tonnellate d’argento delle sue colonie. E se alla fine del Seicento le piccole zecche italiane ebbero una primavera di San Martino con Luigi XIV coniando a rotta di collo i richiestissimi luigini di 2 grammi e mezzo di argento (Loano dei principi Doria ne coniò 800 mila pezzi, ma anche Fosdinovo dei Malaspina e Monaco dei Grimaldi fecero praticamente i falsari di Stato), dal caos monetario uscì vincente la moneta forte. E non fu forse rivoluzionario il tentativo del Reggente, Filippo d’Orléans, dopo la morte del Re Sole, quando aprì le porte al visionario tentativo di John Law di reflazionare l’economia riducendo la moneta metallica a un ruolo secondario, a risolvere in un colposolo il problema del debito pubblico accollandolo a una banca privata che emetteva banconote? Il tentativo era geniale.

Ma le banconote nacquero come titoli fruttiferi garantiti dai rendimenti di attività  produttive nella colonia del Mississippi. Questo provocò speculazioni colossali e il fallimento dell’operazione. In Inghilterra il corso forzoso delle banconote fu una misura di guerra contro Napoleone. Ma una volta vinto a Waterloo, i mercanti e i capitalisti britannici vollero in un colpo il ritorno alla convertibilità  in moneta metallica e, guarda caso, la riduzione delle sovvenzioni per i poveri. Il sistema bimetallico inventato dopo tanti tentativi sfortunati in Francia venne spazzato via dal sistema basato sull’oro e sulla sterlina verso la fine dell’Ottocento. Fu solo la Prima Guerra mondiale a portare una immensa iniezione di liquidità  nel sistema economico di tutta Europa. Per questo il grande crimine non fu solo la guerra, ma il tentativo dopo la guerra di tornare al sistema aureo imponendo a tutti, Stati vincitori e vinti, debitori di tutte le categorie, un peso impossibile da sostenere: la deflazione. E dalle porte scorrevoli della storia uscirono il fascismo, il nazismo e quello che ne seguì. Per due secoli, l'”Economist” sostenne con coerenza e inesorabile abilità  le tesi del libero mercato, del non intervento pubblico nell’economia e della moneta forte. Con la dinastia rivoluzionaria degli Orléans, l’eroe di questa linea minoritaria nella storia dei Solone, dei Gracchi, è ancora, indubbiamente, John Maynard Keynes.

Le colpe della Germania

di Vincenzo Visco, Il Sole24Ore, 17 febbraio 2015

Il conflitto tra debitori e creditori segna l’intera storia della umanità  fin dai tempi più antichi. Esso tende a coincidere o a sovrapporsi a quello tra poveri e ricchi, tra sfruttati e sfruttatori, tra vinti e vincitori.

La condizione di debitore insolvente poteva comportare oltre alla confisca dei beni, la vendita di moglie e figli, e la messa in schiavitù. Per oltre 500 anni i debitori nel Regno Unito potevano essere condannati alla prigione. E’ evidente quindi che gli interessi dei creditori sono stati storicamente ben rappresentati.

I debitori dal canto loro hanno sempre aspirato alla cancellazione o all’alleggerimento dei loro debiti sostenuti spesso (fin dai tempi di Roma o di Atene) da politici “democratici” o populisti in cerca di consenso. Da sempre le principali religioni sono schierate a favore dei debitori e contro l'”usura”, cioè il prestito con interesse: «rimetti a noi i nostri debiti». I testi religiosi (Bibbia) prevedevano la ricorrenza di giubilei per il debito che dovevano verificarsi ogni 7 anni. La condizione di debitore ha comportato lotte, rivolte, e anche provocato guerre. Le esose condizioni imposte a Versailles alla Germania furono tra le cause che determinarono l’ascesa al potere di Hitler e la II guerra mondiale. Al contrario la cancellazione del 50% dei debiti di guerra tedeschi nel 1953 da parte di ben 21 paesi (di cui 14 europei) consentì il successivo formidabile sviluppo economico della Germania. L’accordo prevedeva anche la rinegoziazione del patto in caso di riunificazione delle due Germanie, ma Kohl riuscì ad ottenere un altro condono. La più recente campagna a favore della cancellazione dei debiti fu quella lanciata in occasione del Giubileo del 2000 a favore dei Paesi in via di sviluppo.

In sostanza la gestione di situazioni di alto debito appare particolarmente difficile anche perché non è agevole separare e ponderare le ragioni dei creditori e dei debitori; essa comunque richiederebbe rispetto, equilibrio e lungimiranza che non sembra vengano esercitati nel dibattito in corso sui debiti europei. Infatti il problema non riguarda solo la Grecia ma l’intera zona euro, Germania inclusa.

Il rapporto tra creditori e debitori è asimmetrico a favore dei primi, anche se in apparenza la responsabilità  di un contratto di credito dovrebbe coinvolgere in modo paritario ambedue le parti. Ma di solito è il debitore che viene considerato, e si sente, colpevole e anche indifeso.

In verità  qui si confrontano due diversi principi etici: il primo è quello in base al quale «i debiti vanno pagati e i crediti ottenuti rimborsati»; l’altro riguarda il rifiuto di vessare economicamente, perseguitare, umiliare chi si trova in condizione di bisogno o di disperazione, indipendentemente dalle sue responsabilità. Quale dei due imperativi etici debbono oggi prevalere in Europa è compito della politica dirimere.

La contrapposizione manichea tra paesi virtuosi e lassisti è tuttavia priva di senso. Oggi in Europa nessuno è innocente. Non lo è la Grecia, ma non lo è nemmeno la Germania. Tutti hanno violato la lettera e soprattutto lo spirito del trattato di Maastricht delle sue condizioni e della sua ispirazione, e la vigilanza della Commissione è stata carente, male indirizzata e poco consapevole.

Se poi si guarda a come sono stati gestiti i cosiddetti “aiuti” alla Grecia c’è di che vergognarsi: dei 230-240 miliardi investiti dall’Unione solo il 25% circa è andato a beneficio diretto o indiretto del popolo greco. Il resto è servito ad evitare che le banche tedesche e francesi che avevano generosamente finanziato la Grecia subissero delle perdite, ed assicurare che Fmi, Bce e banche centrali di Francia e Germania ottenessero il rimborso pieno dei prestiti ottenuti. In questa operazione si è perfino ottenuto che Paesi come l’Italia e la Spagna che all’inizio della crisi greca avevano una esposizione molto modesta nei confronti del debito pubblico del Paese pari rispettivamente a 1,7 e a 2miliardi, oggi si trovino esposti nei confronti della Grecia di 36 e 26 miliardi! I soldi dei contribuenti di Spagna e Italia sono stati di fatto utilizzati a favore di chi improvvidamente aveva finanziato lo sviluppo drogato dell’economia greca.

Di questa situazione bisogna assumere consapevolezza piena. Nessuno è innocente, lo ripeto, tutti sono colpevoli, creditori e debitori. E’ quindi necessaria una iniziativa politica di alto livello in grado di fare il punto sulla situazione attuale, verificare gli errori compiuti, porvi rimedio e rilanciare lo sviluppo, superare e seppellire i rancori che intossicano i rapporti tra i popoli europei. Perché ciò possa avvenire occorre superare l’ottuso nazionalismo che oggi caratterizza gran parte dei governi europei, e che rifletta pregiudizi vecchi e nuovi.

Sarebbe altresì un errore cercare solo una soluzione valida per la Grecia, perché, essa sì, potrebbe metter in moto un effetto domino, mentre è necessario ridisegnare la prospettiva e le strategie europee. E da questo punto la questione del debito pubblico europeo diventa centrale.

Occorre innanzitutto riconoscere che gli alti debiti attuali sono l’effetto della crisi (recessione, fallimento delle banche) e non la sua causa e che essi vanno ridotti mediante un intervento congiunto dei Paesi. Le proposte in proposito esistono. Vi è quella che chi scrive avanzò oltre 4 anni fa e che ha il pregio di essere molto simile a quella prospettata pressoché contestualmente, anche dai “saggi” che fungono da consulenti al governo tedesco. Ve ne sono altre. Quello che non si può fare è continuare ad aspettare. Si approfitti della crisi greca non per fare concessioni ai greci, ma per rilanciare il progetto europeo. Sono necessarie iniziativa politica e autonomia di giudizio e di proposta. E va superato l’attuale perbenismo europeista che paralizza l’autonoma iniziativa degli Stati appiattendo i governi sugli interessi tedeschi che non sono oggi quelli dell’intera Europa.

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Sui rapporti tra creditori e debitori, si veda anche Draghi, Hamilton e i creditori contro la democrazia, un articolo di  Lorenzo Del Savio e Matteo Mameli su Micromega

Redazione
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