knowledgedi Roberto Romano

Nella società  e nell’economia della cono­scenza c’è qual­cosa di nuovo e ine­dito: quello di inte­grare gli stru­menti con­ven­zio­nali della poli­tica eco­no­mica con la cono­scenza scien­ti­fica. Non per­ché in pre­ce­denza que­sta non fosse uti­liz­zata, ma per­ché il patri­mo­nio accu­mu­lato delle cono­scenze scien­ti­fi­che e tec­no­lo­gi­che sta cam­biando la stru­men­ta­zione – a nostra dispo­si­zione – per fare poli­tica eco­no­mica. La novità  sug­ge­rita da Ser­gio Fer­rari, già  vice diret­tore dell’Enea, in Società  ed eco­no­mia della cono­scenza, edito da Mna­mon (euro 6), è legata alla capa­cità  di pro­gram­mare le inno­va­zioni da parte del sistema pri­vato e pub­blico. Un cam­bio di para­digma che non inte­ressa solo i mec­ca­ni­smi dello svi­luppo, ma più in gene­rale le scelte, i valori che la società  nel suo insieme intende per­se­guire. Il raf­for­za­mento del rap­porto tra cono­scenza scien­ti­fica e svi­luppo eco­no­mico, pur con tutte le sue con­trad­di­zioni, declina una idea posi­tiva e otti­mi­stica della società. La «cono­scenza» ha in sé un valore posi­tivo. Si parte dai limiti dello svi­luppo, per arri­vare allo svi­luppo soste­ni­bile e dun­que all’economia e società  della conoscenza.

RIFORME ANA­CRO­NI­STI­CHE

Que­sti pas­saggi danno conto di quanto e come sia pos­si­bile offrire uno sbocco alla crisi eco­no­mica, ma alla con­di­zione di non fare della società  della cono­scenza un luogo roman­tico e privo di con­trad­di­zioni. L’investimento pub­blico deve riap­pro­priarsi del suo ruolo sto­rico. Fer­rari ricorda il con­flitto capitale-stato: «men­tre i pro­fitti e i dati di bilan­cio delle aziende sono “curati” dalle imprese, l’occupazione, la bilan­cia com­mer­ciale, il Pil, i ser­vizi pub­blici, la salute e la sicu­rezza, sono a carico delle isti­tu­zioni pub­bli­che. Non si tratta di una attri­bu­zione for­male, piut­to­sto del fatto che nes­sun impren­di­tore (per quanto illu­mi­nato) potrebbe gestire una impresa otti­miz­zando l’occupazione nazio­nale, la bilan­cia com­mer­ciale, la spesa sani­ta­ria». Una sfida che diventa ancor più com­plessa se con­si­de­riamo che il lavoro doman­dato e offerto dif­fi­cil­mente assi­cu­rerà  la piena occu­pa­zione, soprat­tutto nelle eco­no­mie avan­zate. In que­sti paesi si mani­fe­sta un eccesso di capa­cità  pro­dut­tiva che inter­roga i rap­porti sociali. La ridu­zione degli orari di lavoro del 20% inter­ve­nuta nell’ultimo secolo, per l’Italia come per altri Paesi, ancor­ché in Ita­lia si lavora 200 ore in più della Ger­ma­nia, dà  conto delle ana­cro­ni­sti­che riforme del mer­cato del lavoro e delle pen­sioni del governo Monti, cioè un aumento delle ore lavo­rate totali pro capite sull’intero arco della vita. Ana­lisi sba­gliate sug­ge­ri­scono delle rispo­ste peg­giori del male che si vuole curare.
La società  della cono­scenza ha delle enormi impli­ca­zioni eco­no­mi­che e sociali. Le cono­scenze scien­ti­fi­che e tec­no­lo­gi­che con­di­zio­nano lo svi­luppo di un Paese. Fer­rari assume come rile­vanti le cono­scenze scien­ti­fi­che e tec­no­lo­gi­che, non per eli­mi­nare il patri­mo­nio delle cono­scenze di diversa ori­gine, ma per sot­to­li­neare il modo in cui esse tra­sfor­mano il lavoro, la vita dei cit­ta­dini, l’accumulazione della ric­chezza e i rap­porti tra accu­mu­la­zione della ric­chezza e la tra­sfor­ma­zione dei valori sociali e cul­tu­rali. Financo la pos­si­bi­lità  di uscire da una crisi che per l’Italia si mani­fe­sta come una crisi nella crisi, che ha radici lon­tane e non attri­bui­bili alla crisi inter­na­zio­nale. Fer­rari ricorda un grande intel­let­tuale come Augu­sto Gra­ziani, recen­te­mente scom­parso, il quale affer­mava che «inse­rire sta­bil­mente in un con­te­sto di paesi avan­zati un Paese a strut­tura indu­striale tec­no­lo­gi­ca­mente debole, che si regge nel mer­cato sol­tanto per la com­pres­sione del costo del lavoro, potrebbe rile­varsi un obiet­tivo assai più arduo da con­se­guire» (I conti senza l’oste, Bol­lati Borin­ghieri).
In qual­che modo lo svi­luppo eco­no­mico, sociale e dei red­diti è legato alla capa­cità  di aggan­ciare i grandi cam­bia­menti di strut­tura, che sono per lo più cam­bia­menti legati alla capa­cità  di «gene­rare» cono­scenza. Se il ral­len­ta­mento dello svi­luppo dei paesi avan­zati coin­cide con l’uscita dal sot­to­svi­luppo di intere popo­la­zioni, in altre parole il capi­ta­li­smo che tro­vava delle dif­fi­coltà  nel con­ser­vare, nelle sedi sto­ri­che, deter­mi­nati mar­gini di pro­fitto, aveva tutto l’interesse a creare nuovi mer­cati e nuove riserve di lavoro a basso costo, si osserva come in tutti i paesi, anche in quelli emer­genti, si tenda a con­so­li­dare la spesa in ricerca e svi­luppo. Rima­nendo al solo caso cinese, la spesa in ricerca e svi­luppo cre­sce del 10% annuo, supe­rando di molto l’Italia nel rap­porto spesa in ricerca e sviluppo-Pil. Non solo l’economia inter­na­zio­nale si inte­grava, ma gli scambi com­mer­ciali cre­sce­vano molto più velo­ce­mente dell’integrazione eco­no­mica, con un aspetto ine­dito: i pro­dotti ad alta tec­no­lo­gia del com­mer­cio inter­na­zio­nale sal­gono al 30% del totale, con dei tassi di cre­scita di 12 punti più alti dei beni e ser­vizi non ad alta tecnologia.

UN PAESE AI MAR­GINI

La sin­tesi di Fer­rari è la seguente: 1) il cam­bia­mento non è solo quan­ti­ta­tivo, ma rea­lizza una nuova rela­zione tra cono­scenza scien­ti­fica e appli­ca­zioni tec­no­lo­gi­che; 2) l’accumulo di cono­scenza scien­ti­fica e del poten­ziale tec­no­lo­gico ha gene­rato un nuovo stru­mento per lo svi­luppo, più in par­ti­co­lare la pos­si­bi­lità  di pro­gram­mare l’innovazione tec­no­lo­gica; 3) la pro­gram­ma­zione dell’innovazione tec­no­lo­gica apre una serie di que­stioni di natura etica, poli­tica, sociale ed eco­no­mica.
In que­sto con­te­sto l’Italia, che aveva rea­liz­zato un vero e pro­prio mira­colo eco­no­mico dopo la fine della seconda guerra mon­diale, non gioca un ruolo. L’Europa è mar­gi­nale e meri­te­rebbe ben altre isti­tu­zioni, ma la crisi dell’Italia non coin­cide con l’avvio dell’euro. La cri­tica alle poli­ti­che euro­pee è cor­retta, ma que­sta cri­tica rimuove il fatto che già  prima del 1992 l’Italia riu­sciva a restare sul mer­cato inter­na­zio­nale solo attra­verso sva­lu­ta­zioni mone­ta­rie. Il declino dell’Italia era pre­ce­dente agli anni novanta. E’ stu­pe­fa­cente, ma in molti erano con­sa­pe­voli del pro­blema. Fer­rari riprende uno stu­dio del 1985 di Momigliano e Siniscalco (Fabrizio Onida, Inno­va­zione, com­pe­ti­ti­vità  e vin­colo ener­ge­tico, Il Mulino): «anche se l’interpretazione è stata pura­mente descrit­tiva,”¦ i risul­tati otte­nuti, insieme ad altre inda­gini più det­ta­gliate sol­tanto per pro­dotti (che hanno posto in luce una per­si­stente e cre­scente infe­rio­rità  dell’Italia nell’export dei pro­dotti ad ele­vato con­te­nuto tec­no­lo­gico), hanno tut­ta­via indotto una nota e dif­fusa pre­oc­cu­pa­zione: quella di un Paese spe­cia­liz­zato in pro­dotti maturi, a basso con­te­nuto tec­no­lo­gico e domanda scar­sa­mente dina­mica, sot­to­po­sti, per la legge di limi­ta­bi­lità  delle tec­no­lo­gie, alla cre­scente com­pe­ti­zione dei paesi di nuova indu­stria­liz­za­zione e in via di svi­luppo». 
Era il 1985. Pen­sate a quanto è grave la situa­zione attuale del Paese.

(Il Manifesto, 26 giugno 2014)

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