jobactdi Roberto Romano

Non ho la più pal­lida idea di cosa si celi die­tro il Job Act di Renzi, ma com­bi­nare poli­tica indu­striale, wel­fare state e fun­zio­na­mento della mac­china pub­blica, è una inno­va­zione impor­tante. Il piano del lavoro e il libro bianco della Cgil sono più orga­nici e com­pleti, per il numero delle per­sone coin­volte e il tempo tra­scorso per svi­lup­parlo, ma la novità  del Job Act è evi­dente. Nel bene e nel male si con­fi­gura la neces­sità  di una poli­tica economica.

Poi la poli­tica eco­no­mica può assu­mere diverse decli­na­zioni, ma almeno è ricom­parsa tra le ombre della poli­tica ita”‹liana”‹.Ci sono anche delle stu­pi­dità, mi per­do­ne­ranno gli esten­sori del Job Act, come quella di ridurre l’Irap del 10% via aumento della tas­sa­zione delle ren­dite finan­zia­rie; le entrate non coprono la ridu­zione dell’Irap, ma il pro­blema fiscale è rimesso al cen­tro della discussione.

Si rico­no­sce che l’articolo 53 della Costi­tu­zione ita­liana («Tutti sono tenuti a con­cor­rere alle spese pub­bli­che in ragione della loro capa­cità  con­tri­bu­tiva. Il sistema tri­bu­ta­rio è infor­mato a cri­teri di pro­gres­si­vità »), e lo “svuo­ta­mento” dell’Irpef sono un pro­blema serio. La stessa revi­sione della spesa pub­blica, se diventa “governo della spesa pub­blica”, potrebbe diven­tare un orien­ta­mento che aiuta a ri-allocare le scarse risorse. Un nodo impor­tante se con­si­de­riamo che la spesa pub­blica ita­liana è la più bassa tra i paesi euro­pei in rap­porto al Pil, al netto del ser­vi­zio del debito.

Sul piano del lavoro e dei diritti è neces­sa­rio un «rifor­mi­smo rivo­lu­zio­na­rio» (Ric­cardo Lom­bardi). Se facessi die­tro­lo­gia intra­vedo la pro­po­sta di Boeri, ma il tema della demo­cra­tiz­za­zione del lavoro è indi­scu­ti­bile, e deve cam­mi­nare assieme alla poli­tica industriale.

Ma il tema sol­le­ci­tato da Renzi è come si crea lavoro. Gli oggetti della poli­tica indu­striale – cul­tura, turi­smo, agri­col­tura, cibo, made in Italy, ict, green eco­nomy, nuovo wel­fare, edi­li­zia e mani­fat­tura – dicono tutto e niente, ma almeno si afferma che la mani­fat­tura può essere un oggetto su cui rifon­dare la cre­scita ita­liana. Di que­sti tempi mi sem­bra una novità. Avete pre­sente le stu­pi­dità  sul lavoro nei ser­vizi senza industria?

Se il Job Act è aperto, provo a con­fi­gu­rare alcuni indi­rizzi di poli­tica eco­no­mica che avevo discusso a un con­ve­gno a Desio con Yoram Gut­geld nel 2013. Parto da una sol­le­ci­ta­zione di Sylos Labini: se l’innovazione è all’origine del ciclo eco­no­mico e dello svi­luppo (Schum­pe­ter), è cor­retto sot­to­li­neare che «”¦le inno­va­zioni non influen­zano in modo uni­forme il sistema eco­no­mico”¦»; per que­sto «”¦occorre con­cen­trare l’attenzione sui cam­bia­menti strut­tu­rali del sistema». In altre parole, è la «varia­zione nell’organizzazione di una entità  pro­dut­tiva (com­presa l’economia nel suo com­plesso), e la varia­zione delle spe­ci­fi­ca­zioni dei fat­tori pro­dut­tivi esi­stenti», a con­di­zio­nare il tasso di pro­fitto. Quindi la poli­tica eco­no­mica serve per affron­tare l’instabilità  endo­gena del sistema eco­no­mico e indu­striale. Una que­stione che è stata esa­spe­rata dalla moneta unica euro­pea. Per que­sta ragione il solo aumento della domanda, in gene­rale, è la nega­zione stessa della poli­tica eco­no­mica. Senza poli­tica eco­no­mica sarebbe impos­si­bile por­tare avanti con «suc­cesso una redi­stri­bu­zione set­to­riale dell’occupazione da set­tori in declino verso set­tori in espan­sione» (Pasinetti-Leon).

L’Europa è spesso asso­ciata alle poli­ti­che di auste­rità. Veris­simo! Ma tra le pie­ghe dell’Europa tro­viamo delle linee di poli­tica indu­striale ed eco­no­mica che sareb­bero di grande uti­lità  per l’Italia. Le poli­ti­che indu­striali euro­pee ruo­tano attorno a due obiet­tivi distinti, ma pro­fon­da­mente inte­grati: la neces­sità  di con­so­li­dare i set­tori maturi per strut­tu­rare le bar­riere all’entrata al fine di com­pen­sare le per­dite dovute alla domanda di sosti­tu­zione, garan­tendo dei saggi di cre­scita suf­fi­cienti; dall’altra si raf­for­zano i set­tori a mag­giore con­te­nuto tec­no­lo­gico, che nel corso degli ultimi anni regi­strano dei tassi di cre­scita impor­tanti, con un mer­cato poten­ziale tutto da occu­pare. Un’inversione di ten­denza impor­tante, ancora insuf­fi­ciente per rea­liz­zare gli obiet­tivi di Europa 2020 e la sot­tesa poli­tica industriale.

Renzi men­ziona la green eco­nomy come uno degli oggetti della poli­tica eco­no­mica. Un errore meto­do­lo­gico giu­sti­fi­cato dalla pub­bli­ci­stica ita­liana. In realtà, la green economy decli­nata dalla Com­mis­sione euro­pea è un oriz­zonte che domina e guida tutti i set­tori decli­nati da Renzi. Infatti, sono le green tech­no­lo­gies e la con­se­guente domanda d’investimenti delle imprese per rag­giun­gere gli obiet­tivi indi­cati dall’Ue, l’orizzonte delle policy indu­striali dell’Europa, par­zial­mente rico­no­sciute con il bilan­cio euro­peo 2014-20.

Pur­troppo le poli­ti­che indu­striali hanno un limite nella diversa spe­cia­liz­za­zione pro­dut­tiva dei sin­goli paesi che si ampli­fi­cano con la moneta unica: a parità  di con­di­zioni (finan­zia­rie e mone­ta­rie) sono pro­prio le poli­ti­che indu­striali pub­bli­che, la pre­senza di un tes­suto pro­dut­tivo pri­vato inno­va­tivo e non ostile, a gover­nare i cam­bia­menti tec­no­lo­gici, a con­di­zio­nare le tra­iet­to­rie dello svi­luppo e la dina­mica strut­tu­rale. In altri ter­mini, i paesi che hanno costruito e con­so­li­dato dei sistemi nazio­nali d’innovazione capaci di fare ricerca e svi­luppo, hanno anche saputo gover­nare l’evoluzione delle com­po­nenti della domanda, pro­du­cendo i beni neces­sari per le esi­genze di una strut­tura pro­dut­tiva e di con­sumo sem­pre più fon­data su beni e ser­vizi ad alto con­te­nuto tec­no­lo­gico, ridu­cendo gli inve­sti­menti sul Pil, ma raf­for­zando la strut­tura di ricerca e svi­luppo. I governi che hanno tenuto un atteg­gia­mento neu­trale, lasciando al mer­cato il governo di que­sti pro­cessi, non hanno solo rinun­ciato al ruolo sto­rico della pub­blica ammi­ni­stra­zione di agente eco­no­mico, non solo non hanno con­di­zio­nato la cre­scita e lo svi­luppo del pro­prio paese, ma hanno impe­dito il per­se­gui­mento di una dina­mica eco­no­mica strut­tu­rale coe­rente con gli obiet­tivi sot­tesi alla crea­zione della stessa moneta unica.

A que­sto punto abbiamo tutti gli stru­menti per inda­gare cor­ret­ta­mente la domanda di lavoro: lavoro buono e ad alto valore nei set­tori emer­genti; lavoro pro­dut­tivo e con certi diritti, legato alle eco­no­mie di scala per tutti i set­tori che bene­fi­ciano della tec­no­lo­gia dei set­tori emer­genti; lavoro pre­ca­rio e a basso sala­rio per tutti i set­tori che devono lasciare spa­zio alla pro­du­zione emer­gente di mag­giore valore aggiunto. Gover­nare il pas­sag­gio da una pro­du­zione a minore valore aggiunto verso una a mag­giore valore aggiunto, signi­fica adot­tare delle poli­ti­che che anti­ci­pano la domanda. In altri ter­mini fare eco­no­mia pubblica.

Non sono sicuro che il Job Act sia attento alle que­stioni sol­le­vate, ma se si esce dai luo­ghi comuni e si entra nel merito dei pro­blemi di strut­tura del paese, il lavoro può ri-assumere la cen­tra­lità  che l’art. 1 della Costi­tu­zione gli assegna.

(Il Manifesto, 11 gennaio 2014)

Redazione
redazione@nomail.nomail

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.