In ordine da sinistra: Paolo Berlinguer, Andrea Saba, Enrico Berlinguer, Giovanni Berlinguer e (probabilmente) Sergio Siglienti.

E’ mancato nella sua Sassari  Andrea Saba. Già professore di Economia Indistriale, laureato a Cambridge, è stato prima un allievo e poi un amico di Paolo Sylos Labini. E’ stato anche un punto di riferimento, un centro di gravità, per tutti noi, che ricordiamo con grandissimo affetto la sua irresistibile irruenza nelle fantastiche estati stintinesi. L’associazione si stringe a Nicla, Raffaella e Vittorio, alla sorella Marina e ai nipoti Elisabetta e Francesco. Riproponiamo qui di seguito il suo bellissimo contributo al volume “Paolo Sylos Labini, economista e cittadino”. 

 

Sylos Labini maestro e amico

“Non è possibile” bisbigliava Federico Caffè trattenendo a stento le risa “Soltanto Sylos è capace di umanizzare anche un indice statistico. Se c’è una cosa al mondo che è proprio del tutto disumana è un indice. No, riesce a rendere gli indici come personaggi di una commedia !”. Stavo seduto vicino al famoso economista misteriosamente scomparso ormai da molti decenni, ascoltavamo, al Consiglio Nazionale delle Ricerche, la relazione di Sylos sul nuovo modello econometrico. Parlava di un’equazione e della correlazione fra aumento dei salari e quello dei prezzi che veniva misurato da un indice chiamato Chi-quadro. “Ecco, mi sarei aspettato un indice Chi-quadro simpatico, prosperoso, pieno di fascino, qualcosa come un 0,87 o 0,88, cioè molto vicino al massimo, invece mi è vento fuori un Chi-quadro tutto stortignaccolo, con la bocca bavosa e la faccia butterata: 0,54 !” A questo punto Federico Caffè sbottò in una risata singhiozzante.

 

Ecco, questa breve scena concentra il modo di essere di Sylos: da un lato un discorso rigorosamente scientifico accompagnato però da una verve, da una serie di coloriture assolutamente spassose, che però erano in qualche modo funzionali verso quegli accademici noiosi e saccenti (i trombetti. Li chiamava Leonardo da Vinci) che riducono la ricerca scientifica a materia squallida e noiosa. E, spesso priva di valore scientifico.

 

Sylos in quell’anno, con la collaborazione di Enrico Zaghini ed Elio Ugonotto, aveva elaborato per primo in Italia un modello econometrico dell’economia italiana. Si trattava di un esperimento di altissimo livello e alla presentazione intervennero tutti i maggiori economisti, colleghi universitari e dirigenti della Banca d’Italia e noi, i suoi allievi. Il modello era costituito da una serie di equazioni e da valutazioni statistiche e da correlazioni fra le diverse grandezze. Il caso che aveva fatto disperare Sylos era il rapporto fra incremento dei salari e quello dei prezzi che non emergeva nella realizzazione del modello. Allora si era deciso a introdurre nello schema una “dummy variable” che però, letteralmente significa “variabile fantoccio” e quindi temeva che la presenza di questa variabile avrebbe reso poco serio il modello. Ma il modello era serissimo e interessante ed è stato il riferimento per innumerevoli esempi che si sono verificati in seguito (fin troppo). L’econometrica finisce per escludere variabili di tipo qualitativo, non misurabili, che spesso hanno un peso determinante, come la politica, la situazione storica ecc., che invece sono sempre presenti nelle analisi di Sylos, e nelle mie, dato che escludere variabili qualitative dalla produzione industriale italiana significa falsificare una straordinaria realtà produttiva.

 

“Ricco di elementi diversi così fusi tra loro che può natura ergersi e dire al mondo questi fu un uomo” (W. Shakespeare Julius Caesar) ho scritto su un ricordo di Sylos a Sassari. E’ stato il mio insostituibile e grandissimo maestro, il carissimo amico, compagno di gite e veleggiate e di riunioni conviviali che la sua inimitabile verve rendeva travolgenti.

 

Ho voluto citare Shakespeare per due ragioni: avevamo entrambe una grande passione per questo meraviglioso poeta e la citazione delle sue opere; e perché “gli elementi del carattere di Sylos erano realmente “così misti in lui” che non si può parlarne scindendo il grande scienziato dal personaggio che divertiva tutti i ragazzini della spiaggia con la sua famosa, terrificante, risata subacquea, o il durissimo polemista dallo studioso dell’evoluzione sociale.

 

Ma la passione shakespiriana ha un’origine legata a una storia che è poi divenuta quasi proverbiale nel nostro gruppo di amici. Devo riferirla perché mi sono riproposto di parlare di Sylos come veramente era. Parlava con una profusione di straordinarie allegorie, complicate e fantastiche. Ma poi se ne dimenticava totalmente. Avevamo inventato un gioco: io mi ricordavo perfettamente le allegorie e le immagini retoriche più strambe e, quando ci si trovava in compagnia, raccontavo le più spassose. E Sylos era il primo a riderne clamorosamente.

 

Ero molto emozionato quando nel giugno del 1959 mi chiese di fargli da assistente agli esami di economia. Era la mia prima volta. Gli studenti aspettavano fuori della porta, come si usava allora. Faceva il caldo dell’estate catanese. Sylos era di umore bizzoso e ne aveva già bocciato una decina (era micidiale, a volte troppo). Entrò un povero studentello con l’aria sparuta di chi viene dalla provincia etnea.

 

“Questi sono due assi cartesiani. Mi parli dell’equilibrio dell’impresa in concorrenza, nel breve periodo. Coraggio!” “C’è la cuvva di costi magginali; la cuvva dei prezzi e la cuvva di domanda” balbettò l’infelice studente. “No, la curva di domanda non c’è. Per ragioni che sono implicite. Ha capito? Ripeta”. “Cuvva costi magginali, prezzi e domanda…” “No, non mi ci faccia entrare la domanda … insomma: sulla scena ci sono solo Amleto e la madre. Ha capito? Ofelia, Polonio, Laerte non ci sono; e nemmeno Rosenkranz e Guildstern. Continui!”. Lo studente si riprese il libretto con la punta delle dita, si alzò e uscì, curvo, guardandosi intorno come chi cerca di scampare a un tremendo pericolo. Allora uscii anch’io, curioso di sapere che cosa avrebbe riferito agli altri. “Minchia, mi chiese di Amleto, della madhri….”. Si fece il vuoto. “Non c’è più nessuno,” annunciai io rientrando in aula. “Bene, bene”- disse Sylos, “andiamocene a pranzo”.

 

Ho raccontato questa storia molte volte. Ma la prima volta a cena, dopo molti anni, con Giorgio Ruffolo e Luigi Spaventa. Sylos rideva così clamorosamente che stava per rovesciare le bottiglie sulla tavola.

 

L’economia non è mai stata una pura tecnica, ma una scienza che non si può separare dalla passione civile, dall’evoluzione politica, dallo sviluppo della società, soprattutto, quando era evidente che il progresso scientifico dell’economia aveva evidenziato alcune soluzioni o diversi metodi d’indagine sulla realtà economica e l’elaborazione della politica non ne tenevano per niente conto. E’ un discorso complesso che Sylos aveva iniziato con Giorgio Fuà nell’ambito della politica di programmazione economica tentata da Antonio Giolitti e al quale noi allievi, ormai cresciuti, abbiamo tutti partecipato con entusiasmo, anche se i risultati, purtroppo per l’Italia, sono stati scarsi: i governi, che cambiamo con la rapidità del vento di marzo, prediligono solo le politiche che possono dare risultati di brevissimo termine. Sylos, nei suoi scritti sulla programmazione, ha preceduto Douglas North nell’indagine sui rapporti fra dinamica del sistema economico e il processo di adeguamento delle istituzioni alle necessità nuove poste dall’evoluzione economica e tecnologica. Il risultato è che viviamo in un paese in cui, accanto ad una struttura produttiva efficiente, siamo sommersi dai “costi transazionali” – come li definisce North- della inefficienza della giustizia, della pubblica amministrazione, della università e della ricerca e di tutto ciò che Sylos indicava nel quadro della Programmazione economica.

 

Ho iniziato con lui una tesi di laurea sulle miniere sarde. Credo sia stata la prima delle tesi di Sylos Labini. Sylos – così l’ho sempre chiamato da quando ho cessato di chiamarlo professore – era stato paracadutato a Sassari quasi per caso, ma a conclusione di una vicenda di straordinario interesse perché coinvolgeva non solo problemi accademici, ma fatti politici ed economici di rilievo e che hanno segnato, anche per i personaggi che ne sono stati protagonisti, il mezzo secolo della storia economica e politica italiana.

 

Sylos, era, agli inizi della sua carriera universitaria, allievo di un bravo e intelligente economista, Alberto Breglia, di cui poi curerà la raccolta di lezioni. Ma la morte di Breglia lo lasciò nel gruppo degli assistenti di Giuseppe Ugo Papi, futuro rettore della Sapienza, docente tipicamente tronfio di vuoto accademismo e di idee para-fasciste. Nulla di peggio per il povero Sylos. Al primo concorso a cattedra venne bocciato per una feroce guerra mossagli da un noto barone di Economia. “Crede di essere un professore; ma è un verme strisciante!!” Oltre le complicate allegorie, le maledizioni e gli insulti pittoreschi erano una delle altre specialità.

 

Ma prima di questa battuta d’arresto accademica, era stato protagonista, con Giuseppe Guarino- oggi uno dei più insigni giuristi italiani, ex ministro dell’Industria – di una vicenda che ha segnato profondamente la storia italiana e che mantiene ancora una sconcertante attualità.

 

Alla fine degli anni quaranta Sylos vince una borsa di studio per gli USA e, ad Harvard inizia ad approfondire quello che sarà uno dei temi principali del sui pensiero scientifico: i rapporti fra struttura, produttività, innovazione tecnologica e forme di mercato. Ha come guida scientifica uno degli economisti più prestigiosi del mondo Joseph Schumpeter. A Harvard conosce Gaetano Salvemini con cui stabilirà un rapporto umano e culturale di grande interesse. Del resto, Sylos era nipote di Giustino Fortunato, l’altro grande pensatore meridionale che con Salvemini e Gramsci avevano posto le basi della “questione meridionale” prima del ventennio fascista. Conosce e lavora insieme con Franco Modigliani ed ad altri famosi economisti a cui sarà per sempre legato da un rapporto di amicizia e di stima. Ma in quegli anni in Italia diviene acuta la questione petrolifera.

 

L’Italia è un paese privo di fonti energetiche. Lo sviluppo industriale, concentrato nel triangolo Milano-Torino-Genova ha fatto leva su uno sfruttamento intelligente delle forze idriche che scendono dalle Alpi. Ma nessuno sviluppo pare possibile e la ricostruzione ristagna quando si scopre il petrolio nella Val Padana, a Cortemaggiore. Si crede che i giacimenti siano molto più ricchi di quanto, in effetti, non siano. Il liquidatore dell’AGIP, Enrico Mattei propone governo la possibilità di creare un ente per la ricerca e lo sfruttamento del petrolio italiano.

 

Tuttavia il mercato petrolifero è sotto il dominio assoluto di un gruppo d’imprese, prevalentemente americane, “Le Sette Sorelle” che non hanno la minima intenzione ci consentire che un nuovo soggetto possa entrare nel mercato col rischio di alterare le ferree regole di un gioco che consente profitti giganteschi e un potere politico enorme. Mattei è però un ex capo partigiano ed è un grande imprenditore di quelli veramente dotati di quel “animal spirit” che – come dice Jean Robinson— contrassegnano gli imprenditori di razza. Il governo americano, sotto la pressione della lobby petrolifera (nulla di nuovo sotto il sole) spedisce l’ambasciatrice americana a Roma, Clara Both-Luce per indurre il governo italiano a cedere tutte le concessioni dello sfruttamento del petrolio alle Sette Sorelle.

 

Presidente del Consiglio è Antonio Segni, gentiluomo sardo, giurista e finissimo politico. Segni vorrebbe sapere di più sulla reale situazione del mercato petrolifero mondiale per poter decidere fra la posizione filo nazionale di Mattei e di Fanfani e le pretese del potente alleato americano da cui dipendiamo in tutto. Su consiglio del figlio maggiore Celestino, ottimo studioso di economia, si decide di affidare a due studiosi di grande valore, un giurista ed un economista una ricognizione esauriente del mercato petrolifero mondiale e delle regole del cartello delle grandi imprese e dei rapporti fra imprese e stati produttori. Per decidere è necessario avere idee chiare: è in ballo il destino economico – e non solo – dell’Italia.

 

Segni sceglie un giovane giurista napoletano, Giuseppe Guarino, titolare della cattedra di Diritto Amministrativo presso l’Università di Sassari. Bisogna trovare anche un economista e deve essere di sinistra in modo da garantire, come Guarino, un’indipendenza anche ideologica dal capitalismo americano. Scelta difficile ma saggia, da parte di Segni, notoriamente uomo di destra e assai vicino al governo americano.

 

Devo dire che, a distanza di mezzo secolo, aver individuato due giovani come Paolo Sylos Labini e Giuseppe Guarino ha del miracoloso. Si tratta di due fra le persone più dotate che l’Italia abbia prodotto nel secolo ventesimo. Evidentemente, come i veri politici, Antonino Segni, non solo fisicamente, aveva un naso molto acuto. Oltre che un coraggio politico fuori del comune. Abbiamo recentemente – giugno del 2007 – ricordato questo episodio nella sede della Fondazione Antonio Segni a Sassari con una conferenza tenuta da Giuseppe Guarino e da me e, moderata da Manlio Brigaglia e organizzata da Mario Segni.

 

Guarino e Sylos si scatenano. Sono entrambe meridionali, napoletano il primo, di aristocratica famiglia pugliese, marchese di Bitonto il secondo; dotati di una vitalità e di una intelligenza non comune. Il campo di indagine è enorme; il controllo delle fonti è nelle mani del cartello petrolifero. Sylos acquisterà una tale competenza e avrà delle intuizioni così profonde che, da questa esperienza, scriverà quello che è il suo capolavoro scientifico “Oligopolio e Progresso Tecnico”; testo tradotto in molte lingue, anche in giapponese, che lo collocherà fra i maggiori economisti del mondo.

 

Sylos e Guarino tornano a Roma dopo circa un anno di studi. Le pressioni dell’ambasciata americana sul Presidente del Consiglio si sono fatte sempre più pesanti e indiscrete, al limite dell’indecenza: il governo italiano deve decidere che lo sfruttamento del petrolio italiano debba essere affidato alla Standard Oil ESSO.

 

Mattei ha tuttavia intuito che, insieme al petrolio – poco — c’è molto metano. Come ha ricordato di recente Paolo Scaroni Amministratore Delegato dell’ENI, in occasione dell’anniversario della morte tragica, fu Enrico Mattei primo al mondo a capire la straordinaria importanza economica del metano che, quando era trovato nello scavo dei pozzi petroliferi, era considerato una disdetta e veniva disperso o bruciato. Mattei capisce che la presenza di petrolio e di metano sono la salvezza del paese, della sua possibilità di sviluppo economico e la sua indipendenza politica anche in un clima reso difficilissimo dalla guerra fredda.

 

La relazione conclusiva di Guarino e Sylos impressiona positivamente Segni. Il Presidente del Consiglio convoca una riunione nel suo ufficio al Viminale (allora non era ancora disponibile palazzo Chigi). Con Segni sono presenti Mattei, Guarino e Sylos. Si attende l’arrivo del vice presidente della Standard Oil, la più potente delle “Sette Sorelle”. Nell’ottimo film “Il caso Mattei” Francesco Rosi – regista celebre per la sua passione ed il suo impegno civile ed il rigore nella ricostruzione storica dei fatti— gira una sequenza drammatica, che, in grande misura, corrisponde col racconto di Sylos.

 

La porta dell’Ufficio del Presidente si spalanca. Entra un omaccione alto e grosso, con le mani in tasca e il sigaro acceso in bocca. Io ho conosciuto bene Segni. Per noi della “banda Stintino” è sempre stato zio Antonino – ed anche per Sylos da quando è entrato a fare parte, per quaranta anni, della banda. Zio Antonino non tollerava forme di maleducazione e di arroganza. Figuriamoci se, come Presidente del Consiglio, avrebbe mai tollerato una così grave caduta di stile di questo pachidermico boss del petrolio; se lo sarebbe mangiato vivo per molto meno. Non credo che ci sia stato nemmeno in tempo di discutere nel merito il tema della concessione del petrolio italiano alla compagnia americana. “Zio Antonino sembrava un falchetto – racconta Sylos – si avventava e beccava da tutte le parti. Il povero americano gigante non aveva scampo. Il mondo alla rovescia. Dovemmo intervenire Guarino ed io, supposti sinistrorsi, a salvare il poveruomo, simbolo del capitalismo, dalle grinfie di zio Antonino”. Il petrolio rimase italiano e Mattei fonderà l’ENI: pagherà con la vita.

 

Nel 1956 Sylos vince il concorso alla Cattedra di Economia ed è chiamato all’Università di Catania. Io devo interrompere la tesi sulle miniere sarde. Ma per quanto riguarda i rapporti col mio maestro, i fatti più importanti, quelli che trasformano un professore in un maestro, sono già accaduti. Avevo iniziato la ricerca del materiale sulle miniere dalle pubblicazioni esistenti, ma volevo rendermi conto di persona – vizio che mi è rimasto per tutta la vita –di come fosse realmente una miniera, e perciò ero partito in Lambretta verso l’Argentiera dove era ancora operativa una vecchia miniera di piombo argentifero. Un girone dell’inferno! I minatori lavoravano immersi fino alla cintola nell’acqua fredda, in condizioni spaventose. Vivevano in un agglomerato di case piccolissime con mogli e figli laceri; quando un operaio raggiungeva il 29 % di silicosi veniva licenziato in modo da evitare il pagamento della pensione di invalidità che si otteneva col 30 %.

 

Riferii a Sylos di quanto fosse spaventosa la condizione sociale dei minatori. Lui mi parlò allora dei braccianti pugliesi e di come vivessero in una condizione di schiavitù sfruttati dai “caporali” e dagli agrari. Rivelava, in questi discorsi, una sensibilità sociale e una volontà di operare, nella sua vita, per migliorare le condizioni degli emarginati italiani che coincidevano con la mia stessa sensibilità, e che è alla base di quell’impegno civile e di quell’intransigenza morale salveminiana che hanno fatto di Sylos un esempio in cui al rigore scientifico si deve accompagnare l’impegno sociale e dirittura morale.

 

Questa impostazione è chiara nell’esperienza siciliana. Un professore che ottiene la prima cattedra, in genere, si dedica subito a crearsi un ambiente favorevole alla sua carriera accademica. Oppure si mette a cercare consulenze ben remunerate. Sylos non ci pensa lontanamente, ma il preside della facoltà, Antonio Pettino gli propone di partecipare come docente a un corso di qualificazione post laurea finanziato dalla Regione. Sylos accetta, ma dopo qualche tempo si rende conto che si tratta di una truffa: il corso è finto, non ci sono studenti, ma i docenti si dividono i contributi regionali. S’imbestialisce. Dall’aula del consiglio di facoltà sentiamo delle urla altissime e corriamo a spiare. “Alzati” urla Sylos “Alzati e girati Antonio Pettino, e fammi vedere i bottoni d’oro che hai sul culo, perché tu certamente indossi la livrea dei servi!”.

 

Noi fuggiamo a nasconderci, ma è la prima volta che sento una metafora così complicata per insultare un cialtrone. Noi eravamo approdati in Sicilia perché Sylos era riuscito ad ottenere dalla Fondazione Feltrinelli un piccolo finanziamento per organizzare un gruppo di studio sui problemi dell’economia siciliana.

Dalla Sardegna ci mettiamo in viaggio con Nando Buffoni, di Bitti, che aveva anche lui una tesi con Sylos, altri ragazzi vengono da Roma ed a Catania incontriamo i nuovi laureandi siciliani. Lo stipendio è ridottissimo, viviamo in camerette semi fatiscenti nel centro di Catania, nell’ex quartiere abbandonato delle fabbriche di zolfo. L’industria siciliana dello zolfo è morta da un pezzo, da quando i francesi, per rispondere ai dazi messi dall’Italia per proteggere l’acciaio piemontese e ligure, hanno chiuso le importazioni siciliane gettando questa parte dell’economia siciliana nella più spaventosa miseria. Tuttavia nella retorica del risorgimento non si parla mai del danno economico che l’unità di Italia ha portato ad alcune aree del Sud. Anche l’industria delle concerie era fiorente a Sassari. C’è ancora un quartiere che si chiama “le Concie”: ma le imprese sono fallite all’inizio del secolo scorso quando la Francia chiuse le importazioni – come lo zolfo siciliano.

 

Sylos dà a ciascuno di noi un tema e noi dobbiamo svolgerlo studiando tutti gli aspetti, anche i più patologici di una realtà quasi sconosciuta. Un conto è parlare di “questione meridionale” o leggere “L’indagine parlamentare”, altro è cacciarsi nei mercati generali di Palermo per vedere come funziona la mafia dei giardini e i danni che produce sul terreno sociale ed economico.

 

Il mio primo incarico è demografico. Io non ho la più vaga idea di demografia. Salvemini aveva sempre sostenuto che deve esserci un rapporto fra le condizioni di sottosviluppo delle plebi meridionali e il tasso di natalità: Sylos mi convince che si tratta di un problema importante. Prendo in esame venti anni di censimenti di settanta comuni siciliani e, con grande sorpresa, scopro che il tasso di natalità in alcuni di essi è altissimo, intorno al 30 per mille, ma in altri, pure vicini, con una uguale situazione economica, almeno in apparenza, il tasso è molto più basso e tende a decrescere verso il 15 per mille. Come mai? Non ne parlo con Sylos, voglio arrivare a formulare una qualche ipotesi sensata.

 

Tornando a Sassari ne parlo con mio padre che è un noto oculista: “Vedi – mi dice – è come per il tracoma. Il tracoma dilaga dove c’è sporcizia e le famiglie sporche fanno anche molti figli, almeno è quello che ho notato io in Sardegna. Le famiglie povere ma pulite, per quanto è possibile, non hanno tracoma, ma hanno anche pochi figli”. Ritorno in Sicilia e, con la nuova 500 Fiat, inizio un giro verso tutti i comuni del mio campione di studio. E’ vero! I paesi poveri non sono tutti uguali. Alcuni sono puliti ed hanno i gerani ai balconi, altri sono poveri e sporchi e puzzano.

 

Partiamo con Sylos da Catania verso Partinico per passare qualche tempo con Danilo Dolci. Traversando in 500 decappottabile i villaggi io annuso l’aria ed annuncio il tasso di natalità. “Qui siamo intorno al 28 per mille, qui invece siamo sotto il 20, qui – Palma di Montechiaro – siamo sopra il 30”.

 

“Guardi Saba che sto prendendo nota, se per caso lei è in grado di individuare il tasso di natalità a naso allora sono trasecolato, ma io credo che lei mi stia prendendo per i fondelli!” Tornati all’Università controlliamo sulle statistiche e ci ho azzeccato quasi per tutti comuni. Sylos è entusiasta e definisce la scoperta la “Child producing misery”. Non è il solo livello di reddito che produce alta natalità, ma è una miseria degradata e senza speranza; se il reddito, o solo l’occupazione, inizia a crescere, le famiglie iniziano a sperare in un qualche futuro migliore (non era facile nella Sicilia del 1959) e riducono le dimensioni della famiglia per avere qualche possibilità in più, specie per i figli. Sylos deve partire per Ginevra e tenere una conferenza al Bureau International du Travaille. Cita, in nota, la teoria demografica formulata dal Dr. Saba. Ho raccontato questa curiosa vicenda solo per il significato dalla conclusione: in un paese di baroni universitari per lo più spocchiosi e pedanti, Sylos cita un povero assistente volontario sconosciuto in un consesso di alto livello internazionale. Per onestà intellettuale. E’ una dote così rara in Italia che questo comportamento deve essere ricordato.

 

Ma fa parte della citazione shakespiriana che ho riportato all’inizio: gli elementi diversi che compongono il personaggio sono straordinariamente “fusi fra loro” e dunque l’onestà intellettuale non è che una faccia della convinzione etica e dell’impegno sociale e del rigore scientifico, ma anche dell’allegria e della simpatia umana.

 

Vengono a trovarci a Catania molti personaggi che diverranno celebri, invitati da Sylos. Antonio Giolitti, Franco Momigliano, Valentino Parlato, Enzo Scotti. Per noi è un’esperienza importante poter presentare i risultati delle nostre ricerche a persone qualificate e attente. Anche questo è un aspetto di Sylos come maestro.

 

A un certo punto si annuncia l’arrivo, niente di meno che, di Kenneth Galbraith da Harvard. Sylos lo ha invitato sebbene non sia degli economisti che ha conosciuto negli USA. Al telefono gli chiede come potrà riconoscerlo all’aeroporto di Catania. “Non c’è nessun problema – dice Galbraith – sarò certamente il più alto dei passeggeri”. Il problema però c’è perché l’unica macchina disponibile è la mia 500 Fiat che, fortunatamente, ha un tettuccio che si può arrotolare del tutto. In effetti, dalla scaletta dell’aereo compaiono due gambe lunghissime e infine una testa con un lungo ciuffo. Galbraith quando vede la 500 Fiat si sbellica dalle risate, ma vuole salire a bordo con qualche contorsione. Credo che sia stata una strana esperienza per lui, che si divertiva come un bambino, con la testa fuori dal tetto, con i catanesi che salutano e applaudono! Per noi è un avvenimento memorabile.

 

Cito questi avvenimenti perché ci si possa riflettere. Quando mai l’università attuale, così burocratizzata e noiosa, offre a dei giovani studiosi agli inizi, e quindi del tutto inesperti, l’opportunità di illustrare le loro ricerche a personaggi di fama e autorità internazionale? Ci si rende conto di quale valore formativo hanno queste esperienze per stimolare l’interesse e l’amore per la ricerca? Per questo persone come Sylos non solo non devono essere dimenticate, ma devono essere imitate quanto più è possibile.

 

“Non è una novità che il comunismo abbia fatto degenerare il linguaggio e con esso il pensiero” Scrive Doris Lessing. “Le pedanterie e la verbosità del comunismo affondavano le loro radici nell’ambiente universitario tedesco”. Per questo ho insistito sul linguaggio assolutamente non accademico di Sylos e non solo per cercare di rendere la sua vitalità. Era un segno di libertà. Se la Lessing lamenta che il linguaggio “E’ divenuto una sorta di muffa che infesta il mondo intero” parlando delle università europee, figuriamoci in Italia dove il controllo della cultura era uno dei capisaldi del pensiero politico di Togliatti, attuato con implacabile metodo nelle università italiane.

 

Il rapporto di Sylos con il Partito Comunista era bivalente. Aveva amici molto cari, come Enrico Berlinguer, Giorgio Napoletano, Luciano Barca con cui s’incontrava spesso, ma, specie dopo Budapest, aveva sempre criticato il rapporto di dipendenza dell’Unione Sovietica. Era stato uno dei pochi intellettuali italiani a proporre al PCI di fare la sua Bad Godesberg, cioè rompere il rapporto con l’URSS e creare un grande ed unico partito socialista italiano come avevano fatto i comunisti tedeschi. Sarebbe stata una cosa straordinaria per la politica italiana.

 

Negli anni ’80, verso la perestroika, aveva iniziato a studiare la situazione economica dell’URSS. Come sempre, partendo da dati demografici, aveva notato che le previsioni della lunghezza di vita si andavano riducendo. Un dato molto interessante, poiché in tutto il mondo, anche nei paesi più poveri, dopo la scoperta e la diffusione degli antibiotici, le previsioni di vita si allungano. Evidentemente la situazione sovietica doveva essere disastrosa. In quelli stesso periodo fu invitato a tornare in Russia Wassily Leontief, Nobel per l’Economia, di nascita russa, invitato in patria dopo mezzo secolo di esilio.

 

Di ritorno da Mosca Leontief, invitato da Riccardo Lombardi, tenne una conferenza all’ICPEC, istituto di politica internazionale che Lombardi presiedeva. Sylos era il “discussant”. Leontief fu avvincente. Ci dimostrò che l’URSS era un totale fallimento e che, avendo messo in atto un sistema assurdo – basato tra l’altro su una elaborazione della matrice di Leontief— che non poteva assorbire innovazioni tecnologiche nei processi di produzione, anche quando innovazioni importanti venivano scoperte dal complesso militar-industriale. Leontief prevedeva il crollo dell’URSS certamente entro il secolo. Sylos aggiunse alle informazioni portate da Leontief una sua interpretazione basata inizialmente sui dati demografici e poi su una serie d’indicatori socio-economici che era riuscito a procurarsi grazie ai suoi amici economisti russi. La conclusione era ancora più tragica e pessimistica. I fatti, il crollo incredibile del comunismo nel 1989, hanno dato ragione a entrambi.

 

Nelle lunghe e meravigliose stagioni che abbiamo passato a Stintino Sylos era certamente un protagonista. Temutissimo. Certe estati – arrivava a luglio e rimaneva per due mesi – era afflitto da fortissime monomanie come la sua battaglia contro il leader socialista Giacomo Mancini con cui aveva avuto duri scontri quando, con Nino Andreatta, avevano messo in piedi la prima università calabrese. Anche questa impresa, come la ricerca organizzata a Catania, rientrava nel desiderio di muovere la cultura meridionale come unica seria garanzia per uno sviluppo sociale ed economico. Tuttavia nella creazione dell’università di Cosenza-Arcavaccata era inevitabilmente entrato in conflitto con i politici locali, tra cui primeggiava Giacomo Mancini, allora segretario del Partito Socialista. Lo scontro finì in tribunale e Sylos ne soffrì molto: era andato in Calabria per compiere una alto dovere civile e si trovava, con Andreatta, trattato da mascalzone! Si sfogava parlando della vicenda in continuazione e inveendo contro Mancini e i calabresi. Quest’ossessione diventava opprimente quando venivi bloccato sulla spiaggia.

 

Specialmente Enrico Berlinguer, che, poveretto, veniva nella sua Stintino per riposarsi, tentava in ogni modo di sottrarsi alla spaventosa aggressione verbale di Sylos, che non aveva limiti. Organizzavamo allora piani di fuga. Mentre le signore distraevano Sylos, Enrico, mia moglie Nicla ed io fuggivamo a vele spiegate sul mio velocissimo catamarano – Hobbie Cat 16 – vanamente inseguiti dalle varie guardie del corpo che sorvegliavano il segretario del PCI. Rimanevano immobili sulla spiaggia, mentre noi, felici come ragazzini per lo scampato pericolo, volavamo verso l’Asinara solcando il mare più bello del mondo sottovento all’Isola Piana.

 

Una sera ho invitato a cena Marinella e Sylos, Lalla e Tullio Kesic e Eleonora Rossi Drago. Famosa e bella attrice degli anni 50, e moglie dell’Ing. Mimì La Cavera. Eleonora era molto cambiata, più alta di come la si vedesse al cinema e ingrassata e quindi Sylos non la riconobbe, ma quando entrò Tullio, critico cinematografico celebre, del Corriere della Sera, abbracciò Eleonora ed allora anche Sylos riconobbe l’attrice dei suoi sogni ed iniziò con lei una conversazione impetuosa e travolgente. Marinella sembrava un poco impermalita e allora io dissi a Tullio di andare a conversare con lei, ma Tullio invece, con la scusa di parlare di problemi cinematografici, catturò Eleonora e la sottrasse a Sylos che per mezz’ora tentò di recuperarla, ma poi fu prelevato da altre signore e deragliato verso altri argomenti, ma ogni tanto durante la cena cercava di ricatturare l’attrice gridando titoli di film e ricordando scene famose, ma Don Mimì, da buon siculo, s’intrometteva e quindi Sylos finì per desistere, ma con dispiacere.

 

La pesca subacquea era una sua passione. Era stato mio allievo a Catania. Non scendeva molto in fondo e quindi la sua preda preferita erano i cefali di cui sapeva anche le abitudini amorose e sentimentali (così ci faceva credere). Altri parleranno delle sue opere. Io preferisco ricordarlo così, mentre usciva dal mare verde sotto Capo Falcone urlando e saltando felice e agitando sulla punta dell’arpione uno splendido cefalo lucente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Sylos Labini
francesco.syloslabini@roma1.infn.it

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