smith (…) Alcuni economisti interpretano la loro attività  come essenzialmente tecnica e non sono impegnati nella società  in cui vivono. Io mi sono imbattuto fin dal tempo della tesi di laurea nel fondatore della scienza economica, Adam Smith [4], che tutti conoscono e pochi hanno veramente studiato. Smith prima di essere un economista, era un filosofo e il suo impegno civile è permeato da una morale laica che egli espresse nella sua monografia Teoria dei sentimenti morali , che consiglio a tutti di leggere.

La morale smithiana ruota intorno all’idea del bisogno di autostima che tutti hanno [5]. Smith rimase filosofo, anche quando decise di diventare economista. Come succedono le cose importanti della vita, divenne economista quasi per caso: gli affidarono un corso.  Ma la sua idea fissa è che debbano restare in piedi gli argini giuridici e morali, che in parte coincidono, e in parte – quelli morali – vanno anche oltre quelli stabiliti dalle leggi. Smith segna una svolta rispetto alla tradizione precedente, che era essenzialmente costituita da mercantilisti e da consiglieri del principe. La preoccupazione di questi consiglieri era la potenza dei regni, che poi certe volte veniva identificata con la disponibilità  di monete d’oro. La preoccupazione dominante riguardava il reddito complessivo e solo in maniera subordinata il benessere delle persone. Invece Smith prende il benessere delle persone come punto  di riferimento essenziale e oggetto principale di studio. Il benessere cresce solo quando cresce il reddito individuale. E il reddito individuale aumenta o quando aumenta la quota della popolazione lavorativa – ciò che può avvenire limitatamente, fino a un tetto –  o quando cresce la produttività.  Comprendere i motivi diretti o indiretti della crescita della produttività  è quindi lo scopo centrale della sua opera. Ma la crescita del reddito individuale è un obiettivo da guardare non come fine a se stesso, ma in quanto strumento per lo sviluppo civile. La crescita economica può essere perfino negativa, dal punto di vista dello sviluppo civile [6] .

E lo sviluppo civile si può ottenere se si seguono quelle regole morali e giuridiche che Smith aveva già  individuato nella “Teoria dei sentimenti morali”, e che poi ha riproposto in vari modi nell’opera propriamente economica. Quindi in Smith lo sviluppo economico è importante in quanto consente lo sviluppo civile. Così oggi si fa la critica al consumismo e si dice che il consumismo, oltre un certo punto, diventa un fatto negativo per lo sviluppo civile. Sono d’accordo. La ricerca del profitto è la forza principale nell’economia, ed è vero; bisogna ricordare però che il profitto si può perseguire anche col commercio di droghe o col traffico delle prostitute. La corruzione, gli abusi di potere, le prepotenze degli uomini d’affari e dei politici contro cui Smith si scaglia, non sono semplicemente un fatto morale, ma fanno parte della tesi secondo cui lo sviluppo economico è da promuovere in quanto condizione dello sviluppo civile.

La ricerca del profitto è un fatto positivo se non arreca danno e anzi è strumentale allo sviluppo civile.  Smith stesso dice, con una battuta profonda e bella : “Che altro deve desiderare un uomo che non ha debiti, che ha quello che basta per vivere decorosamente e che ha buona salute? Nient’altro. Qualunque volontà  di ottenere di più non è che il frutto di frivoli desideri“. Sembra quasi una contraddizione detta da Adam Smith, che passa  per il profeta del profitto, e invece non è così [7] : lui dà  grande importanza alla ricerca del profitto perché è convinto che la miseria degrada l’uomo, lo abbruttisce. Come uscirne? L’unica soluzione è far leva sulla ricerca del profitto, purché tale ricerca avvenga entro quegli argini giuridici e morali. Neanch’io, personalmente, ho mai avuto la

passione di fare soldi, nemmeno quando non ne avevo. Perché dedicarsi a fare soldi vuol dire impegnarsi a tempo pieno o qua si, e invece io ho sempre pensato che sia più interessante studiare, riflettere e produrre saggi. Perché, come diceva Keynes, l’economista deve gettare pamphlets al vento, sperando che vengano poi raccolti e incidano sulla realtà. Studiare i bilanci delle imprese e gli andamenti di borsa non mi ha mai appassionato. Ho piuttosto sempre cercato di combinare analisi teorica e impegno sociale. 

(…)

 Note

[4] Sylos Labini può essere considerato un economista “classico” (vedi Salvatore Biasco, Alessandro Roncaglia e Michele Salvati, Istituzioni e mercato nello sviluppo economico , Roma-Bari, Laterza, 1990, p. VII).  Egli persegue i suoi obiettivi senza troppo preoccuparsi di varcare i limiti dell’economia e questo può essere considerato un tratto tipicamente smithiano. Già  all’inizio del suo percorso di studioso, durante la preparazione della tesi e poi in America, si era delineata chiaramente questa sua peculiare collocazione nel panorama del pensiero economico contemporaneo. Parlando infatti delle sue esperienze nelle due Cambridge, afferma: “Uscii da tutte queste esperienze con la convinzione che lo sforzo da compiere fosse quello di tornare agli economisti classici con occhi moderni e con spirito critico” (vedi Paolo Sylos Labini, Le forze dello sviluppo e del declino, Roma-Bari, Laterza, 1984, p. VIII). 

 

[5] Per alcune riflessioni sullo specifico tema della morale smithiana vedi: Paolo Sylos Labini, Adamo Smith e l’etica, nel volume Economia della corruzione a cura di Luciano Barca e Sandro Trento, Roma-Bari , Laterza, 1994, pp. 159-167. 

 

[6] Il rapporto tra sviluppo economico e civile è uno dei temi ricorrenti del pensiero di Sylos che si ricollega a Smith: “Fra sviluppo economico e sviluppo civile i nessi ci son o, dunque, ma non sono né rigidi né stretti. In ultima analisi, lo sviluppo economico presuppone un certo sviluppo civile, che esprime la maturazione culturale degli individui o almeno di un certo numero di individui, una maturazione condizionata dall’evoluzione storica della società  cu i essi appartengono. A sua volta lo sviluppo economico può tradursi in un più ampio e vigoroso sviluppo civile soltanto in condizioni di libertà “ (vedi Paolo Sylos Labini, Sviluppo economico e sviluppo civile, discorso tenuto il 16 giugno 1989 all’Adunata generale dell’Accademia dei Lincei, “Atti dell’Accademia”, 1989, p. 688). 

[7] Secondo Sylos non esiste contraddizione tra la Teoria dei sentimenti morali e la Ricchezza delle nazioni poiché nel primo caso si parla di una coazione interiore, che è appunto la morale, nel secondo caso la coazione è esteriore, è cioè il diritto. Negli ultimi anni della sua vita Smith curò la riedizione della Teoria dei Sentimenti Morali e quindi vedeva le sue opere in continuità. (vedi Bruna Ingrao e Fabio Ranchetti, Il mercato nel pensiero economico , Milano, Hoeply, 1996, pp. 71-72).

****************

Fonte originale:

Paolo Sylos Labini
nomail@nomail.nomail

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.