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13556845-tremando-energia-elettrica-potente-aqua-blu-indaco-e-viola-sfondo-luciIn questo senso, tra gli sforzi fatti in tempi diversi, vorrei ricordare l’esperienza dell’Università  della Calabria che mi ha visto impegnato insieme a Nino Andreatta, con cui avevo rapporti di stima e di amicizia. Naturalmente ci siamo scontrati con “i malvagi”, perché ce ne sono dappertutto e in Italia ce n’è una notevole concentrazione. C’è voluto molto tempo e abbiamo subito notevoli pene, ma abbiamo vinto noi, e adesso c’è un’Università  in pieno sviluppo. Diciamolo pure, è stato merito nostro, quello di Andreatta credo anche maggiore del mio. Quale era l’alternativa? Che se l’avesse avuta vinta il “malvagio” in questione, che era un influente politico, quell’Università  non ci sarebbe stata o sarebbe sorta in un posto inadatto, con difficili possibilità  di crescita. Ad esso c’è un’università  che funziona e che è nata grazie all’impegno di questi “economisti da tavolino”, un po’ sottovalutati dal politico, che pensava fossimo più malleabili o comunque più facilmente eliminabili dalla scena.

E’ rimasto qualche cosa di importante che ha condizionato lo sviluppo economico e civile, che va di pari passo con l’Università  [8].  Non deve quindi esserci una spaccatura fra impegno teorico e impegno civile, anche se è chiaro che quando mi avvio a scrivere un lavoro di tipo teorico, rivolto ai miei colleghi, assumo uno spirito diverso rispetto a quando, per esempio, ho dovuto entrare in conflitto con il politico locale della Calabria. Ecco, in quelle condizioni bisognava per forza fare quello che abbiamo fatto, non farlo sarebbe stato da pavidi.  Qui lo sviluppo civile addirittura condizionava direttamente, per così dire, quello economico. Serviva anche a dimostrare che in questo Paese è sbagliato essere troppo scettici, perché certe volte lo scetticismo è un alibi per non fare nulla. E invece bisogna combattere lo scetticismo nell’ipotesi che sia possibile vincere, perché qualche volta ciò può anche succedere[9].

 

Sin dal principio io ho visto, come Smith e anche influenzato da lui, lo sviluppo economico come il problema di riferimento e quindi anche quello della crescita e  della produttività; produttività  che cresce per varie ragioni, ma essenzialmente per le innovazioni tecnologiche e organizzative. Infatti la mia tesi di laurea, del 1942, riguardava “gli effetti economici delle invenzioni sull’organizzazione industriale“ [10].  Adesso rivedrei questo titolo per mettere in evidenza che c’è un rapporto bidirezionale tra invenzioni ed economia: se da un lato le grandi innovazioni, determinate da invenzioni di scienziati geniali, possono essere viste come fattori  autonomi, dall’altro è innegabile che le piccole in novazioni ricevono la spinta e sono condizionate dall’economia. In altri termini le grandi innovazioni possono essere viste come la conseguenza di un’evoluzione culturale legata solo molto indirettamente all’economia. Le piccole innovazioni invece di solito sono tante, spesso anonime, ma comunque essenziali per lo sviluppo economico.

Spesso consistono in adattamenti e perfezionamenti, fortemente condizionati dall’evoluzione economica. Schumpeter, di cui sono stato allievo in America [11], parlava di innovazioni che fanno un’epoca, come l’elettricità, prima le ferrovie, prima ancora la macchina a vapore per gli usi fissi; adesso viviamo nell’epoca dell’elettronica. Alla radice ci sono alcune grandi invenzioni, poi una serie di piccoli adattamenti. Allora quel titolo della mia tesi era parziale, e avrebbe dovuto essere piuttosto: “Gli effetti economici delle grandi invenzioni sull’organizzazione industriale e gli effetti dell’evoluzione economica e industriale sugli adattamenti innovativi“. E questo è stato il leitmotiv di tutto quello che ho scritto dalla tesi di laurea in poi: Progresso tecnico e sviluppo ciclico; Le forze dello sviluppo e del declino, e tanti altri libri [12]. Il mio impegno teorico ha riguardato sempre sviluppo e produttività, perché sono i temi che condizionano tutta l’opera di Adam Smith e tutto quello che ho scritto [13].

Per molti anni il problema della produttività  mi ha un po’ assillato, perché, dopo aver riconosciuto che le grandi innovazioni possono essere viste come largamente indipendenti dall’andamento dell’economia, non riuscivo a vedere la produttività  come una variabile dipendente. Alla fine, circa trent’anni fa, ho elaborato un’equazione in cui c’è una variabile che riprendo da Adam Smith, e cioè la dimensione del mercato: se questa aumenta, cresce la possibilità  di divisione del lavoro e crescono i miglioramenti tecnici grandi e piccoli. Smith vede le grandi invenzioni come prodotto dell’azione degli inventori, che lui chiama philosophers, cioè i grandi pensatori, ma riconosce anche il ruolo dei modesti operai, di coloro cioè che hanno la consuetudine al lavoro e che proprio per questo, attraverso il learning by doing, trovano i modi per rendere più efficiente il loro lavoro.

Smith in questo modo sta all’origine di tanti sviluppi successivi, anche di quelli che io considero non propriamente accettabili. Alludo soprattutto ad Alfred Marshall e alle sue economie interne ed esterne, che esplicitamente si ricollega no alla impostazione di Smith, ma pongono poi l’analisi sul piano statico.  Da questo punto di partenza segue poi l’analisi del l’occupazione e della disoccupazione. L’aumento dell’occupazione non è, e non può essere nel tempo, proporzionale all’aumento del reddito, proprio perché c’è l’aumento di produttività. E questo aumento di produttività , quando è rilevante, può addirittura portare al tempo stesso a un aumento del reddito e a un aumento della disoccupazione [14].  Tutto questo riguarda i Paesi che si sono sviluppati, tra cui c’è anche l’Italia, e un quarto dell’umanità: la quota è in crescita perché alcuni Paesi, che prima erano arretrati, cominciano a entrare nel club dei Paesi ricchi. Ma altri Paesi arretrati rimangono tali, e qualcuno, incredibile a dirsi, peggiora; come fa a peggiorare un Paese che ha un reddito bassissimo, dove la gente è già  al limite dell’inedia?  [15]

 

Peggiora per esempio la Sierra Leone, che è un incubo, un inferno dei vivi. Là  l’età  media è poco più di 40 anni, AIDS e diverse gravi malattie tropicali sono diffuse, l’analfabetismo femminile è oltre il 90%, l’analfabetismo maschile è del 60%. In effetti, quanto all’istruzione, nei Paesi gravemente arretrati c’è un divario quasi sempre a danno delle donne. Il problema è di capire perché in questi paesi il processo di sviluppo economico non abbia avuto luogo e per capirlo bisogna lottare contro i diaframmi creati dalla teoria economica contemporanea che, rispetto allo sviluppo, ha un grado di miopia così elevato che sconfina nella cecità.  Nella teoria economica moderna c’è una spaccatura netta tra economia e demografia [16]. Per Smith invece la demografia era importante perché, avendo impostato il problema nei termini che ho detto, cioè studio della crescita del reddito individuale vista come rapporto tra reddito totale e popolazione, bisognava studiare l’uno e l’altra, e Smith lo ha fatto, seppure dedicando più impegno allo studio del reddito e minore attenzione alla demografia. Ma Smith ha avuto il merito di mettere in evidenza che non c’è una “legge” della popolazione, ma che ce ne sono diverse, secondo i Paesi e secondo i tempi. Inoltre egli sottolinea come la miseria non scoraggi la natalità, ma anzi la favorisca, con la conseguenza che ha luogo quella che io chiamo the child producing misery, la miseria che produce bambini [17].

Mentre quindi per Smith tra economia e demografia non c’erano spaccature, adesso, invece, ci sono. Questo è profondamente sbagliato, soprattutto riguardo ai Paesi della miseria e della fame, Paesi in cui la disponibilità  di alimenti per individuo è addirittura in declino. Uno dei fattori che favorisce questo fenomeno terribile è la desertificazione.  Le tecniche sono primitive e non cambiano, perché la gente analfabeta è schiava della routine , non sa immaginare e non è nemmeno in grado di apprendere le nuove tecniche. Visto che la popolazione cresce, è necessario produrre di più, cercando di guadagnare più aree coltivabili; così nelle foreste si tagliano gli arbusti prima, poi gli alberelli e poi gli alberi, sconvolgendo in questo modo il regime delle acque e    aprendo la porta, appunto, alla desertificazione [18]. E quindi nel lungo periodo si arriva a una diminuzione invece che a un aumento della produzione, così che i tentativi degli abitanti non solo sono frustrati, ma danno luogo a un effetto opposto. Questi problemi, che riguardano una fetta dell’umanità  niente affatto trascurabile, soprattutto nell’Africa sub-sahariana, ma anche in alcuni Paesi asiatici, sono studiati poco e frammentariamente, soprattutto da organizzazioni internazionali.

Si deve tener presente che la miseria delle altre parti del mondo indirettamente ci riguarda; non per ragioni umanitarie, ma per tante ragioni, come l’immigrazione, il terrorismo, che viene fuori anche da situazioni di disperazione, o ancora i focolai di guerre e gli stessi problemi ambientali, che dipendono non solo dai Paesi sviluppati, ma anche da certi Paesi arretrati per effetto di certi processi, come appunto la deforestazione.  Allora, senza fare appello a sentimenti umanitari o alla solidarietà, ma volendo piuttosto riflettere sulle nostre prospettive e sul le prospettive dei nostri figli e nipoti, come diceva Keynes, dobbiamo preoccuparci di portar e a livello internazionale la ragione per cui Smith è diventato economista, che non era quella di studiare come si fanno i soldi, ma piuttosto come promuovere lo sviluppo economico in funzione dello sviluppo civile, mettendo in evidenza l’importanza della cultura in generale e di quella tecnica in particolare.

Dobbiamo cioè riproporre il problema che si poneva Smith con riferimento ai Paesi europei, come Inghilterra, ma anche Olanda, Francia e Italia. Il problema di Smith è un problema oramai n on più dell’uno o dell’altro paese, ma internazionale. E’ un terreno in cui l’impegno teorico e l’impegno sociale si legano strettamente.  Si deve riprendere la filosofia che era di Smith e che poi è diventata la mia: il tempo è limitato, la vita è breve e, anche quando è lunga come la mia, in fondo è subito sera; è molto meglio occuparsi di questioni interessanti, affascinanti, per cui vale la pena vivere. Se si insegue prevalentemente il profitto alla fine ci troviamo con un pugno di  mosche. Certo, oggi la ricerca del guadagno è la filosofia dominante, è un fine che molti perseguono anche a costo di scavalcare qualche regola morale, o qualche legge.  Ma qui ritorniamo all’inizio, e così ho concluso: come la mettiamo con la questione dell’autostima?

 

 

[8] Sull’Università  della Calabria vedi Paolo Sylos Labini, Un caso esemplare e quattro punti per la Calabria, “Il Ponte”, n. 7 e n.8, 1976. Vedi poi nota biografica nel presente quaderno p. 37.

[9] “E’ necessario guardarsi da due pericoli opposti: il pericolo del superficiale ottimismo, che provoca illusioni, che poi sono seguite da delusioni uguali e contrarie; e il pericolo del cupo pessimismo, che genera scetticismo e paralisi. Forse la formula ideale è: ottimismo senza illusioni” (Paolo Sylos Labini, Sviluppo economico, etica e sviluppo civile, “Mezzogiorno d’Europa”, n. 3-4, 1991, p. 505). 

 

[10] Nel cercare la bibliografia per la tesi Sylos si rese conto con stupore del limitato interesse degli economisti per le innovazioni. Tutto ciò che riuscì a trovare come trattazione sistematica dell’argomento, fu la Teoria dello sviluppo economico di Schumpeter e alcuni capitoli in Essentials of economic theory di John Bates Clark e in A study of industrial fluctuation di Dennis Robertson. L’esperienza della tesi fu quindi fondamentale per la maturazione in Sylos dell’opposizione alla teoria dell’equilibrio economico generale e per la nascita dell’interesse per il problema dello sviluppo come strettamente connesso alle innovazioni. Da questo momento Sylos sentirà  l’esigenza di rivolgersi allo studio degli economisti classici, in particolare Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx.

 

[11] Nel 1948 Sylos vinse infatti una borsa di studio per l’America. Dopo tre mesi trascorsi a Chicago, dove divenne amico di Franco Modigliani, andò ad Harvard all’inizio del 1949. “Io ho studiato ad Harvard con Schumpeter, nel 1949, l’anno prima della sua scomparsa ed ho subito fortemente – spero per il bene – la sua influenza; quindi la mia visione delle innovazioni non è semplicemente economica, ma è anche sociale”. (Paolo Sylos Labini, Sviluppi scientifici, innovazioni tecnologiche e crescita produttiva: riflessioni di un economista, “Fenomenologia e società “, n. 5, 1985, p.  16). 

 

[12] Tra le principali monografie di Sylos sul tema dello sviluppo: Problemi dello sviluppo economico , Laterza, 1970, Le forze dello sviluppo e del declino, Roma-Bari, Laterza 1983 (trad. inglese MIT Press 1984).  Il sottosviluppo e l’economia contemporanea, Roma-Bari, Laterza 1983.  Progresso tecnico e sviluppo ciclico, Bari, Laterza, 1993.  Sottosviluppo. Una strategia di riforme, Roma-Bari, Laterza, 2000. 

 

[13] Ancora a proposito dell’influenza metodologica che Smith ha avuto sul suo approccio all’economia, Sylos ha affermato: “In verità, noi possiamo apprendere non tanto dalle sue prescrizioni quanto dalla natura de l suo metodo, che è al tempo stesso teorico e storico e indica la necessità  di studiare l’economia nei suoi movimenti complessivi” ( Paolo Sylos Labini, Le forze dello sviluppo e del declino, Roma-Bari, Laterza, 1984, p. 34). 

 

[14] Sylos si è particolarmente e a più riprese soffermato sul rapporto tra sviluppo economico, progresso tecnico e disoccupazione, tra i numerosi interventi vedi per esempio: Le forze dello sviluppo e del declino, Roma-Bari, Laterza, 1984, pp. 80-82; Sviluppi scientifici, innovazioni tecnologiche e crescita produttiva: riflessioni di un economista, “Fenomenologia e società “, n. 5, 1985, pp. 27-28; Le innovazioni tecnologiche e lo sviluppo economico , nel volume ” Uomini e tecnologie “, Milano, Giuffrè, 1987, p 140-141; Le quattro rivoluzioni industriali, nel volume Le rivoluzioni del benessere , a cura di Melograni e Ricossa, 1988, p. 10; Nuove tecnologie e disoccupazione, Roma-Bari, Laterza, 1989; Intervento al convegno “Scienze e tecnologia alle soglie del X XI secolo”, Centro nazionale di difesa e prevenzione sociale, Milano, Giuffrè, 1997. 

 

[15] Sylos si è occupato del Terzo Mondo soprattutto a partire dagli anni Ottanta. Oltre ai numerosi articoli e saggi si può ricordare Il sottosviluppo e l’economia contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1983 e la recente opera Sottosviluppo. Una strategia di riforme, Roma-Bari, Laterza, 2000

 

[16] “Le discipline sociali vanno viste come cerchi con centrici, con raggi di diversa lunghezza (…); ed i cerchi concentrici sono tutti sottesi dalla storia”. Quindi la scienze sociali non sono compartimenti stagni, ma si devono compenetrare.  (Paolo Sylos Labini, Economia e storia, Atti del Convegno “Fare l’economista oggi: contenuti, metodi, strumenti”, organizzato il 21 marzo 1989 dalla Società  italiana degli economisti e dal Dipartimento di scienze economiche dell’Università  Cattolica di Milano, p. 22). 

 

[17] Sottosviluppo. Una strategia di riforme, Roma-Bari, Laterza, 2000, p. 111. 

 

[18] Il problema delle conseguenze che lo sviluppo determina sull’ambiente è stato trattato a più riprese da Sylos Labini e in particolare in Sottosviluppo. Una strategia di riforme.  L’autore sostiene che i paesi in via di sviluppo si dovrebbero porre su una strada diversa rispetto a quella seguita dai paesi già  sviluppati; infatti la promozione dello sviluppo nel Terzo mondo in armonia con la difesa ambientale, rientra tra gli obiettivi “culturali” e “ideali”, ed è quindi legata alla maturazione dello sviluppo civile.

 

Francesco Sylos Labini
francesco.syloslabini@roma1.infn.it

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