Dal Foglio di Venerdì scorso.

L’ opera che ha reso famoso l’economista Paolo Sylos Labini* in Italia è un libro non
strettamente economico, il Saggio sulle classi sociali del 1974 (Laterza). Divenuto un piccolo
classico, il libro è stato tradotto in giapponese, catalano, spagnolo e portoghese, ristampato in
dieci edizioni, e aggiornato nel 1986. In sostanza, il saggio di Sylos fa a pezzi la mitologia
marxista della Classe Operaia, l’incarnazione della purezza rivoluzionaria, il totem celestiale
che dette alla testa a quella particolare setta di epigoni marxiani di casa nostra che furono gli
operaisti (e non solo a loro), descrivendo e documentando un paese di ceti medi litigiosi e di partiti
politici necessariamente interclassisti, a cominciare dal Pci.
Ma Sylos era diventato famoso, almeno nella comunità  scientifica internazionale, molto prima,
quando nel 1956, poco più che trentacinquenne, pubblicò per Giuffré un libro sulle forme di
mercato non concorrenziali – Oligopolio e progresso tecnico, tradotto in inglese dalla Harvard
University Press (1962). Vi si illustrava il modello del “prezzo limite” (ispirato da Joe Bain e
raffinato da Franco Modigliani), ossia la semplice strategia di prezzo che un’impresa
monopolistica o dominante avrebbe potuto seguire per tenere lontani i rivali, sacrificando i profitti
di breve periodo. Il modello del prezzo limite è divenuto il primo tassello della moderna teoria
della “sostenibilità ” del monopolio e delle leadership oligopolistiche, il cui apparato di teoria
dei giochi permette di capire come in realtà  questa strategia non sia in grado di assicurare
all’impresa dominante la prevenzione dell’entrata sul mercato delle imprese rivali.
Curiosamente, nella sua lunga attività  di ricerca Sylos Labini si è disinteressato dell’argomento
che gli aveva dato una durevole notorietà  scientifica, e benché si sia occupato di molti temi, dai
modelli econometrici al ruolo dei sindacati, dalla programmazione alla politica macroeconomica,
il suo interesse principale e perdurante è rimasto la crescita economica. Paolo Sylos Labini è
stato infatti un vero economista “classico”. Non solo perché il suo maestro è stato Adam
Smith, tanto lo Smith della Ricchezza delle nazioni quanto quello dei Sentimenti morali e delle
misconosciute Lectures on Jurisprudence, e di Ricardo, Marx e Schumpeter (di cui seguì i corsi a
Cambridge Mass.) gli piaceva quello che in loro c’era di smithiano. E non solo perché, come il
suo maestro, riteneva importante la storia economica e detestava le specializzazioni esasperate, ed
essendo molto curioso spaziava dalla teoria economica all’analisi empirica e alle applicazioni
quantitative. Per Sylos essere economista significava soprattutto occuparsi delle grandi forze dello
ascesa e del declino delle nazioni, le origini e le cause della ricchezza e della povertà, dello
sviluppo e del sottosviluppo.
L’ultimo suo libro che ho letto è Sottosviluppo (Laterza, 2000), il cui sottotitolo illuminante è:
Una strategia di riforme. Mi trovavo ad Addis Abeba e avevo bisogno di qualcosa che curasse il
mio disagio, quello stato d’animo opprimente di occidentale invischiato nella cooperazione,
inevitabilmente oberato dal “fardello dell’uomo bianco” e contrariato dall’inanità  dei buoni
propositi (oltre che esasperato dalle discussioni con la classe dirigente locale).
E in quella lettura trovai delle risposte. Non soltanto la rassicurazione (utile all’umore di quei
momenti) che i buoni consiglieri potevano essere più importanti degli aiuti economici. Non
soltanto che la piattaforma istituzionale – diritti di proprietà, codici giuridici, sistemi di
tassazione, di educazione, ecc. – insomma le riforme strutturali erano importanti quanto se non di
più delle politiche macroeconomiche per creare il mercato. E che in questa piattaforma
istituzionale un ruolo chiave per lo sviluppo è giocato dai fattori culturali, a cominciare dalla
religione, giacché “certe religioni,…, sono favorevoli, altre radicalmente sfavorevoli allo
sviluppo economico moderno” (pag.IX), e proseguendo con la letteratura, la musica, le arti e le
scienze umane e sperimentali. Ma soprattutto in quel libro trovai l’idea che nel lungo periodo lo
sviluppo economico dipende da quello culturale e che “la cultura si sviluppa solo nelle società  in
cui, dato un livello minimo di educazione della gente, prevale la libertà  politica” (pag.XIII). Il
mercato resta l’istituzione più importante di tutte ma perché possa funzionare e dare i frutti
desiderati occorre una struttura legale adeguata. La moderna teoria della crescita ruota attorno a
queste questioni: quali sono le cause di fondo del progresso tecnico (endogeno) e delle
innovazioni che fanno crescere la produttività  e alimentano il motore della crescita.
Nel 1990 Paolo Sylos Labini lasciò l’insegnamento di ruolo e i suoi allievi lo festeggiarono
curando una raccolta di saggi di economisti stranieri (Istituzioni e mercato nello sviluppo
economico, Laterza 1990). Nell’introduzione di Salvatore Biasco, Alessandro Roncaglia e Michele Salvati, si legge che Sylos era un riformista di impronta salveminiana, un intellettuale di sinistra che aveva rapporti difficili con la sinistra, perché non poteva andare a genio né ai
riformisti né ai comunisti. Era un anti-italiano (amava definirsi un “finlandese”), impolitico e
moralista. «Sylos Labini è stato un maestro, come economista, come intellettuale e come persona.
Un maestro anche per i suoi difetti, così evidenti, istruttivi ed accattivanti».
Ernesto Felli

Redazione
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