IN RICORDO DI PAOLO SYLOS LABINI

Nei giorni scorsi, molti autorevoli commentatori hanno ricordato Paolo Sylos Labini partendo dal suo spietato attacco a quanti, beneficiati dalla rendita parassitaria e definiti “topi nel formaggio”,
erano e sono la palla al piede, la zavorra frenante, dell’economia e della società  italiane.
Il “professore” è morto a Roma all’età  di 85 anni.
Appassionato discepolo di Smith e Schumpeter, maestro di
alcune generazioni di economisti, era stato anche autore nei primi anni ’70 di un saggio sulle classi sociali in Italia e di un saggio sulla programmazione.
Sylos Labini, con Giuliano Amato e Giorgio Ruffolo, era stato uno dei protagonisti della pianificazione economica coordinata da Antonio Giolitti, durante i primi anni del centro sinistra. Una programmazione che puntava alla redistribuzione del reddito, destinando gli aumenti verso consumi ed investimenti sociali, riequilibrando territorialmente lo sviluppo economico e propugnando una politica urbanistica dei servizi sociali.
Paolo Sylos Labini era stato un sostenitore dell’incontro delle classi medie del nostro Paese (da sempre politicamente instabili e disponibili verso la destra) con una sinistra non ostile al dialogo proficuo con la borghesia italiana. Socialista di cultura laica, era
stato sempre indipendente. Due episodi emblematici di tale libero agire vanno ricordati. Nel 1972, docente all’Università  di Cosenza, aveva guidato l’attacco dei professori contro i metodi clientelari del capo indiscusso del PSI, Giacomo Mancini. Alcuni
anni dopo, in pieno sequestro Moro, aveva spezzato il fronte della trattativa sostenuto da Bettino Craxi, sottoscrivendo una lettera aperta al PSI con 30 autorevoli socialisti (Stefano Rodotà, Paolo Leon, Gianfranco Amendola, Piero Boni), nella quale si
chiedeva di rinunciare a proporre o a condividere iniziative che “comportino concessioni o cedimenti dello Stato”.
L’ultimo Sylos Labini è quello che ho avuto l’onore di
conoscere dopo l’elezione in Consiglio comunale. Il
“professore”, con Achille Occhetto, Giulietto Chiesa, Diego Novelli, Elio Veltri ed Antonello Falomi aveva dato vita al “Cantiere per il bene comune”
E’ stata la fase conclusiva della sua vita, segnata dallo sdegno profondo per le “trovate economiche” di Tremonti e per le sconcezze politiche e giudiziarie del governo Berlusconi. Sylos Labini, erede del rigore civile di Gaetano Salvemini e di Ernesto Rossi, definiva questa battaglia come “la nuova questione morale”. Una necessità  politica nella quale, pur venendo da itinerari diversi (dall’ex PCI alcuni, dalla sinistra riformista altri),
abbiamo scoperto comuni affinità  di denuncia e di lotta.
Interveniva sempre nelle riunioni nazionali del Cantiere e la sua flebile voce dall’accento romano imponeva il silenzio in sala.
Manifestava sdegno ed insofferenza per le sorti del nostro Paese nelle mani di questo Governo, esprimendo anche grande preoccupazione per i rischi che corrono le stesse forze di centro-sinistra. Ci allertava sui rischi di una questione morale che, a macchia d’olio, si sta estendendo a tutto il Paese. Achille Occhetto ricorda di come fosse preoccupato per le scalate alle banche ed ai giornali dell’estate scorsa. Parlava di una mutazione della stessa sinistra.
Triste ma sagace, aveva definito l’Italia “un paese a civiltà  limitata”.
Serafino D’Onofrio

Redazione
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