ussr-army-t54-tank-winter-camouflage-built-up-plastic-1-72-east-model-493x271I mercatisti brezneviani sembra incredibile che esistano ancora, dopo i ceffoni che hanno preso dalla realtà, invece non solo sono ancora tra noi, più tetragoni che mai, ma restano potenti nei media e in altri luoghi che formano il pensiero diffuso.

I mercatisti brezneviani sono mercatisti nel merito e brezneviani nel metodo: credono in un sistema economico come in una fede religiosa, non ammettono possibilità  di errore o semplice provvisorietà  alla loro costruzione mentale, fanno rientrare con la forza ogni variabile empirica all’interno della loro teoria, spesso a posteriori.
I mercatisti brezneviani insomma sono la prova che le ideologie non sono affatto morte, ma – con scelta ironica – si sono trasferite con tutti i loro bagagli di cecità  altrove: più o meno, tra la Bocconi e la City.

I mercatisti brezneviani tendono a dare del ‘comunista’ a chiunque metta in dubbio le certezze di cui sono onusti; non è solo un vecchio cascame subculturale, è proprio nostalgia di un mondo in cui la contrapposizione avveniva tra sistemi di pensiero chiusi e non culturalmente porosi; ormai privi di un avversario stupido come loro, i mercatisti brezneviani cercano di farlo risorgere con il consueto sistema dello ‘straw man’.

I mercatisti brezneviani del resto sono legati a slogan e certezze che sembrano quelli di Potere Operaio allo specchio, quarant’anni dopo: però più dogmatici.

I mercatisti brezneviani neppure sanno di essere imbevuti di una cultura altrettanto rigida e credono che la storia sia finita lì; avendo studiato Friedman ma non Hegel, non sanno che da quel dualismo è già  uscito qualcos’altro, da tempo, e che quindi il loro credo è ormai residuale proprio come quello dei loro antichi avversari.

I mercatisti brezneviani, come tutti gli adepti, hanno i loro libri sacri e gli riesce difficile pensare che ogni libro è un tentativo che va superato il giorno dopo, in un modo dove ogni ordine è – per fortuna – sempre più liquido e impermanente.

I mercatisti brezneviani ad esempio sono convinti che privato è buono e pubblico è cattivo, proprio come per le pecore di Orwell quattro gambe era buono e due gambe cattivo; anche in questo, vorrebbero che i loro avversari fossero altrettanto sciocchi nel sostenere l’opposto speculare, quando semplicemente è il reale, con le sue infinite case history, a dirci sempre provvisoriamente se e quando l’una cosa funziona meglio dell’altra per il bene collettivo.

I mercatisti brezneviani hanno nemici da loro stessi dichiarati: lo Stato, le imposte, le regole. Si giovano in questo del fatto che, come noto, spesso lo Stato è mal occupato, le imposte mal utilizzate e le regole mal scritte; tutti difetti che loro tuttavia imputano alla cosa e non alla sua applicazione, con la stessa logica secondo cui se i giudici spesso sbagliano bisogna abrogare la giustizia, se i medici spesso sono carenti bisogna abrogare gli ospedali, se i docenti spesso sono scarsi bisogna abrogare la scuola.

I mercatisti brezneviani ignorano o fingono di ignorare i patti di potere e di calmieramento clientelare del dissenso sociale che il capitalismo italiano ha stretto per decenni con la politica in nome del noto principio secondo cui vanno privatizzati gli utili e socializzate le perdite: pensando che questo patto non gli serva più, ora ne addebitano le perverse conseguenze ad altri e fischiettano fingendo di non esserne mai stati corresponsabili: mai conosciuta la politica, i suoi retrobottega e le sue lobby, loro.

I mercatisti brezneviani si dividono, generally speaking, in due sottocategorie; i più giovani, esaltati hooligan del liberismo, tali per aver respirato per anni solo quell’aria lì, poveracci: proprio come le parti più ingenue delle generazioni a loro precedenti erano imbevute dell’aria che si respirava prima; poi ci sono i più anziani, la cui buona fede invece si intreccia invece con gli interessi individuali o di gruppo di cui sono portatori.

Con i primi è difficile parlare, come con tutti coloro che sono accecati da un’ideologia; con i secondi parlare è invece inutile, come con tutti coloro che antepongono l’estensione del sé a ogni traccia di etica.

Si tratta di uno dei pochi casi, quindi, in cui più che parlare e confrontarsi è utile ricordarsi sempre che questi non sono avversari, ma proprio nemici: della laicità  di pensiero, dell’onesta intellettuale, del bene comune, del semplice buon senso.

Alessandro Gilioli

(Fonte http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/11/24/nemiciditalia-5-i-mercatisti-brezneviani/)

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