RICORDO DI PAOLO SYLOS LABINI
di Giovanni Scanagatta

Un maestro ci ha lasciato
Sul finire del 2005 ci ha lasciato uno degli ultimi grandi economisti italiani nati nel primo quarto
del novecento: Paolo Sylos Labini (1920-2005).
Una vita dedicata allo studio e all’insegnamento universitario, con un folto gruppo di allievi che gli
hanno voluto bene perché vedevano in lui una guida capace di fare scoprire le radici profonde del
sapere economico e sociale che sempre trova fondamento nella cultura e nella storia dei popoli e
delle nazioni.
La nostra è un’epoca povera di guide e di maestri e la scomparsa di Sylos Labini ci pervade di
profonda tristezza, che in uomini di speranza deve lasciare il posto ad un sentimento positivo per
l’eredità  di pensiero che ci lascia, soprattutto per il futuro delle giovani generazioni.
La sua figura ci porta subito con il pensiero al ricordo di Federico Caffè, di cui era profondo e
sincero amico, condividendo una visione di tipo riformista per la creazione di un mondo più
equilibrato e più giusto. E anche lui, come Federico Caffè, ha vissuto la difficile condizione della
solitudine del riformista.
Mi piace accostare i due economisti perché entrambi credevano profondamente, testimoniandola
tutti i giorni, nella loro missione di maestri per le giovani generazioni, nelle cui mani stanno i
destini della società.
Sylos Labini è stato uno dei pochissimi economisti italiani allievi di Schumpeter da cui ha ricevuto
un grande passione per lo studio della teoria dello sviluppo economico e per l’analisi del
sottosviluppo.
Conosceva molto a fondo la teoria di Marx e quella di Keynes, ma non è stato né marxista né
keynesiano, ma un grande ammiratore del metodo dei classici e, in particolare, di Adamo Smith.
I fattori economici, ripeteva spesso, sono importanti per spiegare lo sviluppo e il sottosviluppo, ma
da soli non bastano. Occorre considerare i fattori storici, culturali, istituzionali, legislativi, politici
ed etici, per cui l’analisi dello sviluppo e del sottosviluppo richiede il concorso di diversi studiosi
che insieme possano gettare luce su fenomeni che sono estremamente complessi.
Mosse ad un certo punto critiche fortissime a Marx, non tanto sul piano dell’analisi economica ma
su quello dei comportamenti suggeriti in ordine ai mezzi per la conquista del potere.
Sylos Labini non era credente ma aveva grande rispetto per chi crede e testimonia con la vita la
propria fede. Ammirava per questo uomini come Alcide De Gasperi e Luigi Sturzo che hanno
vissuto la loro fede politica come servizio per il bene comune e non come esercizio del potere.
Credeva profondamente nell’uomo e nei suoi valori di libertà  e dignità.
L’economista dello sviluppo
(sottosviluppo e strategia di riforme)
Sylos Labini è stato per eccellenza l’economista dello sviluppo, traendo la propria visione da
Adamo Smith che accanto alla natura e alle cause economiche della ricchezza delle nazioni ha
indicato i principi morali ed etici che devono permeare l’agire economico degli uomini.
Il paradigma economico neoclassico e quello dell’equilibrio economico generale gli andavano
stretti, raccogliendo i profondi insegnamenti di Schumpeter sulle forze profonde dello sviluppo
economico, al di là  del carattere ciclico delle economie.
Il progresso scientifico e tecnico è il motore fondamentale dello sviluppo economico e le forze della
concorrenza, accompagnate dal ruolo positivo dei mercati creditizi, è alla base della crescita della
produttività  e dell’aumento del reddito pro-capite e della riduzione del tempo di lavoro.
Ci piace per questo ricordare la sua stimolante Introduzione all’edizione italiana del 1971 della
Teoria dello sviluppo economico di Schumpeter (Biblioteca Sansoni, 1971), ripubblicata
nell’edizione del 2002 a cura Mario Talamona (Etas, Riletture/Riflessioni).
“L’opera di Schumpeter, scrive Sylos Labini, che costituiva una parziale rottura della tradizione, si
proponeva il fine molto ambizioso di compiere una doppia sintesi: fra l’analisi “statica”
tradizionale e l’analisi “dinamica”; e, su questo secondo piano, fra l’analisi dello sviluppo e l’analisi
delle fluttuazioni” (J. A. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, Etas, 2002, Introduzione, p.
XXI)2.
Sylos Labini non è stato un keynesiano, come non lo sono stati gli economisti italiani nati a cavallo
tra le fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, a partire da Luigi Einaudi, e come invece lo sono
stati, salvo minoranze, gli economisti italiani della generazione successiva.
L’ avversione di Schumpeter per l’analisi aggregata di tipo keynesiano era forte perché trascurava la
dinamica settoriale che caratterizza ogni processo di sviluppo, assieme alla nascita di nuove imprese
e alla scomparsa di quelle vecchie.
L’applicazione delle idee keynesiane aprirà  un’epoca di progressivo allargamento dell’intervento
dello Stato in economia e di continua crescita della pressione fiscale fino agli inizi degli anni
novanta, dopo la caduta dei Paesi comunisti e l’avvio dei nuovi scenari economici della
globalizzazione e della crescente concorrenza a livello mondiale.
Come ci ha insegnato Sylos Labini, Schumpeter ha una visione del sistema economico e del suo
funzionamento diversa da quella di Keynes.
Il successo di Keynes va collegato alla sua capacità  di avere saputo cogliere per tempo quello che
stava succedendo con la grande crisi del sistema capitalistico del 1929 ed elaborare una Teoria
generale (così chiamata dal grande economista inglese ma intimamente legata ai contesti particolari
della grande crisi) che indicava la via alle economie di mercato per uscire dalla depressione in cui
erano precipitate attraverso il ruolo dello Stato nell’organizzazione diretta degli investimenti per
risollevare la domanda, il reddito e l’occupazione.
Quello che successe negli anni trenta tolse vigore alla grande originalità  del pensiero
schumpeteriano, a vantaggio del pensiero keynesiano, ma la sua forza di fondo non poteva
scomparire.
Per capire meglio il pensiero di Sylos Labini, soffermiamoci brevemente sulle differenze tra i due
grandi economisti. Mentre per Keynes lo Stato deve svolgere la funzione di supplenza
dell’imprenditore nei processi di accumulazione e sviluppo, per Schumepeter lo sviluppo è nelle
mani dell’imprenditore innovatore che crea nuovi prodotti, nuovi processi produttivi, nuovi servizi,
nuove imprese. L’imprenditore innovatore è sempre alla ricerca, nell’ambiente concorrenziale, di
nuovi mercati, di nuovi metodi produzione, di nuovi modelli organizzativi delle imprese, di nuovi
rapporti e di nuovi sistemi di comunicazione.
Lo sviluppo è caratterizzato da una intensa dinamica a livello dei settori produttivi, con settori e
imprese vecchie che muoiono (le imprese non competitive devono poter fallire secondo il
paradigma della “distruzione creativa”) e settori e imprese nuove che nascono e si sviluppano,
assicurando sempre nuovo impulso alla crescita economica pur nella presenza dei cicli.
Su questi temi, il pensiero di Sylos Labini si innalzava ai sistemi economici a confronto a livello
mondiale. Egli ha scritto che “non è un paradosso affermare che il capitalismo ha vinto in primo
luogo perché le sue unità  produttive potevano fallire, mentre il socialismo ha perduto perché le sue
unità  produttive non potevano fallire” (Sottosviluppo, Una strategia di riforme, Editori Laterza,
2000, p. 172).
L’analisi microeconomica della dinamica settoriale è fondamentale in Schumpeter, mentre non lo è
in Keynes che ragiona per grandi aggregati, cioè in termini macroeconomici.
Il pensiero di Sylos Labini ci è di grande aiuto oggi perché l’accelerazione del progresso scientifico
e tecnico che stiamo vivendo e la crescente integrazione tra le diverse aree della scienza e della
tecnica nel mondo dell’economia globale e della crescente concorrenza, esigono un’analisi
profonda
delle forze che stanno alla base della crescita della produttività  e della competitività  delle diverse
aree economiche mondiali.
Il grande interesse di Sylos Labini per questi temi che hanno occupato l’intero arco della sua
laboriosa vita scientifica è testimoniata dal bel volume già  citato sul sottosviluppo. Ecco il suo
pensiero:”Con il progresso della globalizzazione la sorte stessa dell’umanità  diviene sempre più
eguale per tutti. E dal momento che le scorciatoie rivoluzionarie sono risultate una tragica illusione,
allora una strategia di riforme è l’unica via da percorrere, tenendo ben presente che lo sviluppo dei
paesi sottosviluppati deve sfruttare le loro tradizioni e che il percorso non può essere simile a quello
seguito dai paesi oggi avanzati. Nonostante il loro interesse nel progresso dei paesi sottosviluppati,
non possiamo attenderci che le maggiori potenze sostengano una tale strategia solo per
benevolenza: sono necessari motivi politici” (Sottosviluppo, op. cit., p. 180).
La preoccupazione maggiore di Sylos Labini si rivolgeva al continente africano, per il tremendo
intreccio di problemi economici, sanitari, sociali, culturali e religiosi.
Sulla questione dello sviluppo nell’economia globale, Sylos Labini riteneva inadeguati i due
approcci comunemente sostenuti. Da una parte coloro che sostengono che è in atto una convergenza
tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati, dall’altra coloro che affermano che certi paesi diventano
sempre più ricchi mentre altri diventano sempre più poveri. Egli sostiene che entrambi i punti di
vista sono ingannevoli e il quadro è molto più vario e complesso.
Per uscire dalla trappola del sottosviluppo occorre, secondo Sylos Labini, e soprattutto per l’Africa,
concentrare gli sforzi in cinque direzioni. In primo luogo, un programma di infrastrutture finanziate
con il concorso delle grandi istituzioni finanziarie internazionali. In secondo luogo, occorre
promuovere un centro per il coordinamento delle attività  sanitarie. In terzo luogo, è necessario
lanciare un ampio programma di istruzione elementare, con particolare riguardo al mondo
femminile. In quarto luogo, occorre creare, soprattutto per l’Africa, un centro per la formazione di
esperti per la promozione di distretti rurali e industriali adatti alle tradizioni delle comunità  di
villaggio, sostenuti da organismi creditizi e, in particolare, dal microcredito e dalla microfinanza.
Infine, è necessario promuovere l’educazione superiore e la ricerca, sfruttando soprattutto le
moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Ricordi personali
Ho avuto occasione di conoscere molto da vicino il Professor Sylos Labini in occasione di una
missione in Argentina nel 2000. Era stato invitato dall’Università  di Bologna , sede di Buenos
Aires, diretta dal Professor Giorgio Alberti, per una conferenza sul libro sulle classi sociali. Il saggio sulle classi sociali colpiva per il metodo chiaro ed incisivo con cui Sylos Labini aveva
raccolto e classificato una grande messe di dati per mostrare la mobilità  delle classi, all’interno di
un sistema capace di crescere e di svilupparsi.
Io mi trovavo in Argentina per una missione del Ministero degli Affari Esteri nell’ambito del
Programma integrato di cooperazione tecnica Italia-Argentina, con particolare riferimento alle
piccole e medie imprese e ai distretti industriali.
L’Argentina stava allora predisponendo una legge di incentivazione per la diffusione tecnologica
nelle piccole e medie imprese e per il sostegno alla nascita di nuove imprese attraverso il capitale
di rischio e la concessione di garanzie.
Ricordo con quanto vigore il Professor Sylos Labini sottolineava l’importanza di sostenere un
sistema produttivo argentino fondato sulle piccole e medie imprese e sulle loro forme di
cooperazione come i distretti per un nuovo modello di sviluppo focalizzato sulle economie locali.
La cooperazione con l’Italia poteva portare frutti significativi per le grandi possibilità  di
integrazione tra le due economie, facendo leva sul comune patrimonio di storia e di cultura dei due
Paesi.
Purtroppo la legge non andò in porto per l’esplosione della grave crisi che portò l’Argentina al
default.
Questa ricostruzione dell’economia argentina partendo dal basso (desde abajo), facendo appello alle
migliori energie presenti nelle province, spesso con larga presenza di comunità  di origine italiana,
era un punto su cui il Professor Sylos Labini insisteva molto. Era il miglior antidoto per
sconfiggere i gravi errori commessi dalle classe politica argentina o, meglio, di Buenos Aires. Si
avvertiva infatti sempre di più il grande solco che si andava allargando tra la gestione del potere
politico nella capitale federale e le sane comunità  che operavano nella provincia del grande
territorio argentino ricco di risorse naturali.
Il caso argentino, come amava ripetere Sylos Labini, conferma ancora una volta come il problema
dello sviluppo non sia solo questione di politica economica. Non possiamo assumere come esogene
la struttura istituzionale, quella legislativa, la struttura sociale e quella morale. Si tratta di un
necessario ritorno al metodo dei classici e in particolare a quello di Adamo Smith, ponendo in luce
il ruolo fondamentale delle riforme.
Ritorno ai classici
Come ci ricorda Sylos Labini, la teoria neoclassica è tuttora il paradigma dominante in economia.
Ma il paradigma neoclassico è refrattario alla teoria dello sviluppo: da qui il profondo senso di
insoddisfazione da cui gli economisti contemporanei tentano di uscire con grande difficoltà  perché
attratti dalla bellezza formale dei modelli che non ci aiutano a capire a fondo quello che sta
succedendo.
“Una situazione veramente paradossale, afferma Sylos Labini, se riconosciamo che nel nostro
tempo le relazioni economiche e sociali sono incessantemente rivoluzionate da grandi innovazioni”
(Sottosviluppo, op. cit. p. XVI). E prosegue: “…la spiegazione del processo di sviluppo non può
essere soddisfacente se non cerchiamo d’individuare e di spiegare gl’impulsi che generano la
crescita della produttività ” (Sottosviluppo, op. cit. p. XVII). Ne discende la necessità  di adottare
approcci di tipo multisettoriale, sulla scia del fecondo pensiero di Schumpeter. Ma gli sforzi in
questa campo sono oggi largamente insufficienti, anche se l’esigenza di muoversi in questa
direzione comincia a farsi sentire per cui per il futuro possiamo essere, secondo Sylos Labini,
cautamente ottimisti.
Un punto delicato riguarda la questione dei prezzi, su cui Sylos Labini esprime valutazioni
certamente condizionate dalla situazione degli anni settanta in cui scriveva l’Introduzione
all’edizione italiana della Teoria dello sviluppo economico di Schumpeter.
Qui Sylos Labini si allontana da Schumpeter che invece esprime valutazioni molto interessanti alla
luce degli scenari del progresso scientifico e tecnico che stiamo vivendo (Introduzione all’edizione
italiana della Teoria dello sviluppo economico, op. cit. p. XLI). Si tratta della caduta dei prezzi
successiva alla realizzazione di importanti innovazioni scientifiche e tecniche. Schumpeter afferma
in modo chiaro che nel corso dello sviluppo il livello dei prezzi dovrebbe diminuire
progressivamente. Sylos Labini sostiene invece che nel nostro tempo non si può in alcun modo
sostenere che la tendenza di fondo dei prezzi sia verso la diminuzione.
Il grande economista austriaco non ignorava i fenomeni indicati da Sylos Labini e li collegava al
crescente intervento pubblico ed al potere dei sindacati. Si tratta di due fenomeni che avrebbero
mostrato la loro graduale attenuazione con l’avvento dell’economia globale e della crescente
concorrenza a livello mondiale, spingendo verso una convergenza su livelli più bassi dell’incidenza
della spesa pubblica e della tassazione sul reddito nazionale dei vari Paesi.
L’accelerazione del progresso tecnico e gli effetti sulla crescita della produttività  che stiamo
vivendo, uniti alla crescente mobilità  a livello mondiale di tutti i fattori della produzione, portano ad
una caduta tendenziale del livello generale dei prezzi.
Le nuove tecnologie abbassano i costi unitari di produzione e quindi i prezzi in mercati aperti alla
concorrenza. Tale fenomeno viene sospinto dalla tendenziale convergenza dei prezzi dei beni dei
Paesi con diversi livelli di sviluppo e con differenti remunerazioni dei fattori produttivi, in presenza
di una crescente mobilità  dei beni, dei servizi e dei fattori a livello mondiale. La caduta tendenziale
del livello generale dei prezzi nell’economia globale si accompagna ad una forte variabilità  che
dovrebbe ridursi nel corso del tempo.
Cruciale è per Sylos Labini il rapporto tra progresso tecnico e sviluppo della produttività  (effetto
Schumpeter) e dimensione e sviluppo dei mercati (effetto Smith). La crescita della produttività 
totale dei fattori della produzione determina in larga misura un aumento del reddito pro capite e
quindi una crescita della domanda dei beni di consumo, del risparmio e, in definitiva, della
ricchezza. Con la crescita della ricchezza migliora anche la possibilità  di ricorrere al credito per
sostenere i processi di sviluppo, uscendo dalla trappola della povertà.
Le possibilità  maggiori di espansione della domanda a livello mondiale provengono dai paesi in via
di sviluppo. In breve, una possibilità  di espansione dei mercati di enormi proporzioni nel mediolungo
periodo (effetto Smith), da cui trarrebbero vantaggi sia i paesi in via di sviluppo che quelli
ricchi. Il problema è quello della transizione tra la situazione attuale e quella che si andrà  a
determinare nel lungo periodo, con aggiustamenti strutturali della divisione internazionale del
lavoro tra le varie aree economiche di grandi proporzioni.
Si modificheranno i modelli di specializzazione con riferimento all’utilizzo dei fattori della
produzione da parte delle varie aree economiche mondiali per le produzioni del settore primario,
della manifattura e dei servizi. Cambiamenti strutturali subiranno di conseguenza i conti con
l’estero delle varie aree economiche mondiali con riferimento agli scambi di beni, servizi e capitali.
Dobbiamo in definitiva raccogliere il grande insegnamento di Sylos Labini sul piano del metodo,
mantenendo aperti e liberi i campi di indagine al di là  delle scuole e delle mode. E’, in sostanza, il
metodo dei classici e, in particolare, di Adamo Smith a cui Sylos Labini ci richiama, rifiutando il
riduzionismo economico dell’analisi per allargarla alle condizioni sociali, istituzionali, storiche e
culturali dei popoli per la costruzione di uno sviluppo integrale dell’uomo e per il bene comune.

Redazione
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