Alla luce delle crescenti disuguaglianze socio-economiche tra paesi del Nord e paesi del Sud Europa e, all’interno dei singoli paesi, dell’evidente impoverimento degli (ex) ceti medi e della sterminata platea di disoccupati e precari, è possibile nutrire speranze in un cambiamento di rotta nelle politiche europee?

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Gianfranco Viesti, economista dell’Università  di Bari

Eur-Hope è il neologismo nato dalla fusione tra due parole inglesi che evocano, appunto, “Europa” e “speranza”. Così è stato intitolato il dibattito tenutosi presso l’Hotel Excelsior di Bari da Venerdì 25 a Domenica 27 Settembre, ed organizzato dagli attivisti di ACT! (Agire, Costruire, Trasformare) in collaborazione con la Sinistra Europea (GUE-NGL). Davanti ad una platea di giovani provenienti da tutta Italia, ricercatori, economisti, europarlamentari, politici italiani e stranieri hanno analizzato la situazione e avanzato proposte per cercare di capire se, nella situazione data, è possibile cambiare il volto austerico di questa Europa. Hanno parlato Mau­ri­zio Lan­dini (segretario della FIOM), Phi­lippe Van Parijs (uno dei teorici sul reddito di cittadinanza tra i più famosi al mondo), numerosi economisti, militanti di Bloc­kupy e Juven­tud ed espo­nenti delle forze della sini­stra euro­pea: dai greci di Syriza ai tede­schi della Linke, dagli irlan­desi del Sinn Féin agli spa­gnoli di Pode­mos e Izquierda Unida. Nel panel di interventi dedicati all’argomento “Fuori dalla crisi: dal Sud per una nuova Europa”, il Prof. Gianfranco Viesti (professore ordinario di Economia Applicata nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università  di Bari) ha diagnosticato i “mali” europei, avanzando poi proposte concrete per curarli, ammesso che gli oligarchi che decidono le politiche economiche europee vogliano curarli.

Sulla base dei dati presentati, il Prof. Viesti[1] – esperto in Commercio estero, Sviluppo locale e dei settori industriali ed importante studioso di politiche economiche del Mezzogiorno – è convinto che l’Europa sia un’ottima idea sviluppata molto male, e che il sogno europeo costituisca oggi “una trappola” per tanti cittadini perché esistono «Europei di serie A ed Europei di serie B, che non usufruiscono più dei vantaggi che l’integrazione europea potrebbe offrire». “Questa” Europa è mal funzionante certo non per causa dell’Euro o degli squilibri creati dai debiti pubblici dei paesi (il mito dei PIIGS “spendaccioni”), ma per gli squilibri macroeconomici interni – delle “partite correnti”, ossia la differenza di valore tra ciò che i cittadini di un paese comprano e ciò che vendono – dovuti ad indebitamento privato finanziato dalle banche del Nord Europa (della Germania); questi squilibri sono esplosi a partire dai primi anni del nuovo secolo e ad essi si è cercato di porre erroneamente rimedio con politiche di austerità  introdotte in Europa a partire dal 2010 che, invece di attenuare la crisi, l’hanno peggiorata acuendo le differenti velocità  di crescita tra Nord e Sud Europa. Il tutto è stato generato da ciò che tecnicamente si definisce “shock asimmetrico” (nella fattispecie la riduzione del costo del lavoro tedesco attraverso le riforme Hartz – tab. 3 – , che hanno permesso alla Germania di aumentare a dismisura le esportazioni, acquistate a credito dai consumatori del Sud Europa attraverso il sistema bancario); il rischio di credito delle banche è stato poi trasferito sui bilanci pubblici per salvare le banche ed è per questo che i debiti pubblici sono aumentati.

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La riduzione di un disavanzo commerciale può essere conseguita in primis con un aumento delle esportazioni dei paesi in deficit; secondo la teoria economica mainstream, per rendere appetibili all’estero i propri prodotti questi paesi dovranno abbassare il proprio costo del lavoro (i salari) e i prezzi di vendita: la Germania ha chiesto proprio questo ai paesi del Sud Europa. A parte considerazioni di carattere etico e politico, da un punto di vista strettamente economico ciò è stato fatto e non ha funzionato nell’Area Euro per diversi motivi, nonostante alcuni paesi in deficit abbiano drammaticamente ridotto i salari dei propri lavoratori – tab 2 -: a) un campione di competizione sui Costi del Lavoro per Unità  di  Prodotto c’è già  ed è la Germania, che è anche il paese con l’inflazione (cioè il livello generale dei prezzi) più bassa. La Germania – anche grazie alla collaborazione del Partito Socialdemocratico Tedesco – ha compresso i salari molto più della produttività  del lavoro, creando artificialmente un vantaggio competitivo nei confronti di altri paesi dell’Area Euro, aiutata in ciò da caratteristiche strutturali favorevoli della proprio sistema industriale; b) dal momento che tutti i paesi hanno abbassato contemporaneamente i livelli di salari per esportare, i consumatori dell’Area Euro non hanno mezzi per acquistare ; c) la competizione si vince anche con la qualità  dei prodotti perciò la riduzione di investimenti e salari indebolisce l’innovatività  di sistemi produttivi già  deboli del Sud-Europa; d) l’area Euro ha un surplus extra- area ormai superiore a quello cinese e, quindi, non si capisce bene chi altro possa acquistare i prodotti europei.

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Sulla base di queste evidenze empiriche, afferma il Prof. Viesti, «questi signori molto seri che asseriscono che non c’è alternativa all’austerità, sono in realtà  giocatori d’azzardo che stanno portando l’Unione Europea nel baratro; il rischio che stiamo correndo a causa di costoro (che sarebbero duramente rimproverati dai democristiani degli anni cinquanta) è quello di tornare indietro nella storia di almeno 70 anni. Ricordo che la Germania è in Europa, per cui le persone tanto serie che ci dicono che “dobbiamo fare come la Germania” sono pericolose: la Germania, infatti, sta anteponendo le proprie esigenze interne alle esigenze di conservazione dell’Area Euro ed il mercantilismo tedesco ai danni degli altri paesi europei ha creato un surplus commerciale che, per incidenza sul PIL, è ben al di sopra di ciò che le regole europee consentono; la Germania, che a causa del suo enorme surplus è il maggiore fattore di squilibrio nel Mondo, sta distruggendo l’Europa non rispettando precise regole. E noi non vogliamo, come vorrebbe far credere l’economista tedesco Daniel Gros, che la Germania sia “meno brava” esportando di meno: vorremmo che la Germania importi di più, trainando gli acquisti dei nostri prodotti. Grazie all’Euro non esiste più un Marco che, con esportazioni di queste dimensioni, si sarebbe apprezzato enormemente riequilibrando le bilance commerciali: la Germania, dunque, ha gonfiato “artificialmente” le proprie esportazioni».

Queste politiche stanno deprimendo fortemente l’attività  economica e riducendo l’occupazione, peggiorando le finanze pubbliche, con un aumento del rapporto debito/PIL e rendendo permanente la fase depressiva dell’economia.  Le politiche economiche implementate in Europa, poi, creano un aumento delle disuguaglianze all’interno dei singoli paesi: «Il voto catalano è molto pericoloso per tutta l’Europa perché è un voto sul portafoglio: i catalani più ricchi vogliono sbarazzarsi degli spagnoli poveri». Si inverte la tendenza alla convergenza fra regioni, peggiora l’indice di sviluppo umano, aumenta l’area della povertà, dell’ “ingiustizia sociale” e il numero dei disoccupati a lungo termine, aumenta l’iniquità  intergenerazionale. Tutto questo crea fratture politiche: mina il consenso di molti europei verso il progetto comune». In Italia, per esempio, le differenze di reddito e sviluppo tra Nord e Sud sono state «sostanzialmente costanti fino all’inizio dell’austerità; da quel momento in poi le disparità  sono aumentate molto perché l’austerità  è “cattiva”: colpisce di più gli individui economicamente già  meno protetti e colpisce di più le collettività  meno sviluppate; l’austerità  poi cambia completamente le modalità  e l’intensità  dell’intervento pubblico in economia, riducendo la progressività  delle imposte (e se adesso aboliamo l’ultimo “pezzo” di tassazione sui patrimoni facciamo un’operazione di estrema destra). L’austerità, poi, è anche “stupida” perché, modificando la composizione della spesa pubblica, colpisce maggiormente le politiche che servirebbero a riprendere un processo di crescita nel Sud». Il Prof. Viesti, dati OCSE alla mano, ha sottolineato il processo di disinvestimento dall’istruzione pubblica in atto in Italia (molto più profondo che in Spagna), concentrato in particolare nelle Università  del Sud del paese: l’Italia è l’ultimo paese dell’Unione Europea per giovani tra 30 e 34 anni con laurea e, addirittura, il dato percentuale va riducendosi.

Le imprese sono competitive se operano in un contesto in cui c’è molto capitale pubblico materiale (comunicazione, trasporti) ed immateriale. Nel 2013, rispetto al 2009, gli investimenti si sono ridotti di un sesto nella UE a 28, di un terzo in Italia e di oltre metà  negli altri paesi del Sud-Europa. Il livello degli investimenti pubblici nel Sud-Europa è inferiore alla (storicamente bassa) media UE. L’investimento netto è negativo (non si sostituisce capitale obsoleto) in Italia e in Spagna, ma anche (da anni) in Germania: stiamo riducendo capitale pubblico per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale. Dal momento che l’austerità  è “stupida”, anche la Germania, a causa della bassa qualità  del suo capitale pubblico, ha un colossale problema di competitività. Se si abbina questo dato alla riduzione degli investimenti in ricerca e sviluppo, si capisce che il “potenziale industriale” dei paesi del Sud Europa va riducendosi, azzerando le prospettive di crescita anche in futuro.

Le “ricette” che il Prof. Viesti propone per cambiare la rotta dell’Europa sono chiare: «Dobbiamo ritornare alle politiche economiche ideate prima che un gruppo di estremisti prendesse il controllo dell’Europa: già  l’Europa “democristiana” – lo dico scherzando – di Horizon 20-20 e delle politiche di coesione (fondi di coesione sociale) costituirebbe un notevole miglioramento rispetto a questa Europa; il piano Juncker per gli investimenti mi lascia perplesso perché è piccolo e perché è co-finanziato da privati e, quindi, gli investimenti rischiano di finire dove già  ci sono e di non arrivare mai dove ce ne sarebbe più bisogno. A mio avviso la Sinistra Europea dovrebbe invocare a gran voce il rafforzamento delle politiche di coesione introdotte da Delors e Padoa-Schioppa, attraverso fondi indirizzati ai paesi più deboli proprio per evitare gli squilibri di cui ho parlato. Proprio perché siamo in mano agli “austerici” è una politica economica sotto attacco, strettamente legata al rispetto dei parametri di debito su PIL e Deficit su PIL. La follia dei signori dell’austerità  ha, infatti, legato la concessione dei fondi di coesione e di sviluppo regionale al rispetto delle “condizionalità  economiche di austerità “, il cui rispetto è controllato periodicamente a Bruxelles. Al di là  dei tecnicismi c’è una radice politica comune che impronta tutte le azioni intraprese da chi decide in Europa: sottoporre i paesi del Sud al giogo dell’austerità. La madre di tutte le battaglie comuni ci deve vedere impegnati, invece, a sviluppare le politiche di sviluppo e coesione, che sono l’unica soluzione possibile alla crisi Europea: il Sud non è sottosviluppato perché è pigro, è sottosviluppato perché gioca ad un tavolo dove il più forte non rispetta le regole ed imbroglia».

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[1] La presentazione esposta dal Prof. Viesti, completa di grafici e tabelle, è consultabile su http://profgviesti.it/wp-content/uploads/2014/02/20141128viestiperstatoemercato.pdf.

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