Se ci fosse Sylos Labini

Se Paolo Sylos Labini non fosse morto da un anno, in questo momento sentiremmo la sua voce. No, non nel senso di critico della legge finanziaria o di questa o quella decisione del governo. Ma contro il silenzio. Ecco una cosa che Sylos Labini non avrebbe mai potuto accettare: un lungo silenzio, o al massimo un mormorio (civile, pacato, ma difficile da capire, se non sei «dentro») mentre icittadini, che sono certi di avere eletto un buon governo, attraversano un momento difficile. Mentre il capo della opposizione spadroneggia sulla piazza, circondato dai peggiori residui del fascismo di Salò, della grettezza anti tasse, della incivile xenofobia eghista, in un mare di bandiere false sventolate da personale per forza a pagamento (chi volete che vada in giro a sventolare bandiere dell’Udc, se la Udc ha detto no, e sta facendo alla stessa ora una sua manifestazione inquecento chilometri lontano?), nel trionfo organizzativo di un personaggio di immenso successo (suo e di Berlusconi) già  condannato (pendente appello) per mafia.

Qualcuno può pensare che Sylos Labini avrebbe reso omaggio al «popolo della destra», solo perché hanno detto che era più di un milione? (strano, avrete notato che nessuna fonte ufficiale ha fornito i consueti dati riduttivi che hanno sempre dimezzato le manifestazioni dei girotondi e della Cgil). Da buon viaggiatore del mondo si sarebbe ricordato di un giorno non tanto lontano (anni Ottanta) della vita pubblica newyorkese in cui le cinque famiglie mafiose di New York, esasperate dalla implacabile persecuzione di Rudolph Giuliani (vedete quanto può essere diversa la destra in Paesi a democrazia mediatica non a rischio) sono scese in piazza, precisamente recisamente nella piazza detta Columbus Circle, e hanno fatto venire, con le buone o con le cattive, centinaia di migliaia di italiani-americani a quella dimostrazione, l’unica che si ricordi nella storia americana a sostegno delle «famiglie». Ci raccontavamo questo episodio a vicenda, noi ex americani di frequentazione e di cultura, sapendo benissimo che l’immensa maggioranza degli italo-americani è contro la mafia, ma realistici abbastanza per sapere che con il denaro o l’intimidazione o l ‘equivoco si possono fare miracoli (ma tanti credevano davvero di celebrare il buon nome italo-americano, non di difendere «le famiglie»).

Un miracolo è far venire gente per bene che crede di essere tassata fino all’ultimo centesimo, e a qualunque livello economico e in qualunque professione. Un miracolo (un po’ sinistro) è far venire bandiere di Israele che sventolano accanto alle croci celtiche e far credere che ci sia davvero una possibile e assurda alleanza fra fascisti,
Israele e le Comunità  ebraiche. Uno come Berlusconi, che ha fatto ordinare millecinquecento bandiere false e usa sbandieratori a pagamento per fare scena, merita apprezzamento e rispetto come produttore televisivo, un po’ meno come un politico che esibisce il suo popolo.

Ecco quanto ci è mancata la voce di Sylos Labini, l’economista che, come ha detto varie volte Franco Modigliani, avrebbe meritato il Premio Nobel, il docente che non ha mai smesso di sentire la responsabilità  di insegnare, il maestro che si è sempre sentito in dovere di dare le cifre giuste, la voce civile di un orgoglio nazionale così grande da fargli dire, del governo Berlusconi-Previti-Dell’Utri «i criminali sono andati al potere» (23 febbraio 2002) senza incorrere in alcuna querela.

Ho detto ieri, alla cerimonia con il figlio di Sylos Labini Francesco, con il ministro De Castro, con Giorgio Ruffolo, con Paolo Savona, con docenti-colleghi e docenti-allievi di Sylos Labini, nella sala del ministero delle Politiche agricole (Sylos Labini era stato il leggendario bibliotecario di quel ministero facendone la più importante collezione di testi di economia in Italia): «sulla targa della strada che gli sarà  dedicata a Roma vorrei scrivere: “economista e patriota”. La prima attività  gli avrebbe meritato il Nobel. La seconda (che coincide con la prima e la esprime ompiutamente) gli merita la gratitudine di tanti italiani, ma anche l’impegno a non lasciar cadere il suo esempio. Patriottismo non è srotolare una bandiera lunga ottocento metri mentre si cammina fianco a fianco con orghezio, con Bossi che voleva mettere il tricolore nel cesso (parole sue, che mai, nel nostro addomesticato iverso mediatico vengono ricordate). E camminare a fianco di chi rimpiange ancora i tempi in cui quella bandiera ventolava con quella nazista per celebrare i rastrellamenti di cittadini ebrei e di oppositori politici. Patriottismo è ssere così orgogliosi del proprio Paese da considerare un’offesa intollerabile la sequenza delle leggi vergogna, il ottrarsi degli imputati alla legge, la denigrazione sistematica dei giudici, l ‘invito esuberante ed esplicito a non agare le tasse.

C’è troppo silenzio. E proprio per questo oggi, abbiamo ricordato Paolo Sylos Labini, economista e patriota. Con la promessa di non restare mai più in silenzio.

Redazione
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